I fondamentali 
I fondamentali sono le basi che sorreggono
e orientano tutto il lavoro Aleph. 
Costituiscono la cornice entro la quale ricerca,
formazione, counseling e terapia 
acquistano un significato unitario.


10. Comunità Aleph

I fondamentali

I fondamentali sono le basi che sorreggono

e orientano tutto il lavoro Aleph.

Costituiscono la cornice entro la quale ricerca,

formazione, counseling e terapia

acquistano un significato unitario.



10. Comunità Aleph

primo livello di conoscenza http://www.mauroscardovelli.com/mauroblog/primo_livello.html
 

Casa Aleph, comunità Aleph


Casa Aleph è un centro spirituale laico, dove si viene per compiere un lavoro, per servire una causa in cui si crede.

Si viene per dare una mano, per collaborare alla ricerca, per promuovere la crescita e la diffusione di Aleph, imparando a vivere nell’amore e nella gioia, anche quando si svolgono compiti difficili o faticosi.

Si viene per imparare ad aprire il cuore, per imparare ad amare ciò che si fa e ciò che va fatto. Per sviluppare curiosità e capacità di apprendere, in un contesto di gioco, humor, condivisione.

Si viene per abbandonare la passività, che ci rende fragili, ottusi e lamentosi. Si viene per essere attivi, generosi, entusiasti, propositivi, promotori dei cambiamenti che desideriamo. 

Si viene qui per acquisire un nuovo stile di vita, sobrio, frugale, essenziale, radicato nelle qualità dell’essere o qualità dell’anima: accettazione, ascolto empatico; compassione, perdono; apprezzamento, gratitudine, generosità; disciplina, responsabilità, dedizione alla verità; umiltà, rinvio della gratificazione.

Non si è qui per giudicare o essere giudicati, per colpevolizzare o per sentirsi in colpa. Si è qui per superare il giudizio, che è violenza, e per praticare il discernimento, senza giudizio, che è frutto di consapevolezza.

Si è qui per imparare a osservare in profondità, a mettersi nei panni altrui, a perdonare sé e gli altri, a lasciar andare l’attaccamento ad avere ragione, a diventare umili e compassionevoli. S’impara anche a ricevere un torto, senza sentirsi in obbligo di restituirlo, ma a creare le condizioni affinché queste situazioni non si abbiano a ripetere. S’impara ad essere sinceri, onesti, trasparenti, a dire le cose in tempo reale. A dirle dal cuore, non dall’Ego. A dirle per aiutare, non per punire. A dirle per crescere e far crescere, non per farsi piccoli, giudicare e lamentarsi.



Educazione all’ordine interiore


Casa Aleph è una piccola comunità, un organismo che per funzionare ha bisogno di ordine, pulizia, chiarezza nella visione. L’ordine esterno rispecchia l’ordine interno. Lo stesso vale per il disordine. Le cose trascurate o fuori posto in casa rispecchiano le cose trascurate o fuori posto nella mente di chi ci abita. Il rimedio non è l’ordine esterno ossessivo, frutto di perfezionismo, oppressione e distacco dai sentimenti, ma l’ordine interiore.

Nella nostra cultura, tutti abbiamo da lavorare sull’ordine interiore, perché siamo diseducati, disarmonici e viviamo nella pretesa e nella confusione.


Le fonti dello stress


Vivere in comunità può facilmente generare stress, dovuto al cambio di abitudini, alle difficoltà di coordinarsi, alle differenze di carattere e tipologia tra le persone.

Quando siamo sotto stress, siamo propensi a rientrare nel copione. L’io-governo si lascia guidare dalle subpersonalità, cioè da strutture infantili o adolescenziali, rinunciando a svolgere il suo ruolo di guida, di adulto e genitore. Nello stesso tempo, non ascolta o si ribella alla voce dell’Anima, e si affida alla propaganda dell’Ego, che seduttivamente promuove: gratificazione immediata e piaceri facili; indolenza e pigrizia; lamentele, pretese e accuse; esternalizzazione e rifiuto del feedback. Coprendo tutto, dandosi ragione, cercando giustificazioni e alleati facili (fratellanza nera).

Quando l’io non dà più ascolto all’Anima, gli ordini interni dell’amore sono violati. Domina il narcisismo. L’amore non può manifestarsi, né dentro, né fuori. Perdiamo l’innocenza, diventiamo violenti. Anziché vivere nella gioia, iniziamo a soffrire, attribuendo agli altri la causa. In realtà soffriamo perché ci comportiamo male. Perché, non essendo leader di noi stessi, ci lasciamo trascinare dalla corrente come pesci morti, anziché nuotare contro la corrente come pesci vivi, come dice Raimon Panikkar.

L’uscita sarebbe molto semplice: riconoscere i nostri errori di governo, assumerne la responsabilità, rimediare. Un’uscita semplice e gioiosa, perché ci riconnette alla nostra Anima e all’Anima degli altri. Ma è una via impercorribile, finché pratichiamo il giudizio. Avendo paura del giudizio, di essere condotti di fronte al nostro tribunale interno, utilizziamo strategie sempre più sofisticate per attribuire responsabilità e colpe fuori di noi. Se gli altri sono colpevoli, noi siamo innocenti. Così per un attimo ci sentiamo meglio, perché abbiamo esternalizzato i costi. Ma nel contempo abbiamo aumentato l’ignoranza e la violenza al nostro interno.

Questa è l’origine della paranoia, della distorsione percettiva, della chiusura del sistema cognitivo, del riferimento totalmente interno.



Guidare una comunità


Una comunità, anche piccola, è un luogo straordinario di evoluzione e di crescita spirituale. Può diventare un paradiso, ma anche un inferno. Dipende se le persone sono in contatto con la loro Anima, o si affidano all’Ego.

Guidare se stessi è un’arte difficile. Guidare una comunità è ancora più difficile, perché funziona come una cassa di risonanza: i nostri errori vengono amplificati. Compito di chi guida una comunità è essere di esempio. Ma questo non è sufficiente. Essendo percepito come autorità, sarà comunque oggetto del transfert di autorità che accomuna i membri della nostra cultura. Abbiamo appreso a diffidare dell’autorità, perché è quasi sempre falsa: non promuove il nostro bene, ma il suo interesse, utilizzando non l’amore, ma il potere, o mischiandoli insieme e creando ancora più confusione.

Ma l’autorità, come la leadership, non è una funzione rinunciabile. L’autorità (da augère) è la guida che ci aiuta a crescere, evolvere, diventare chi siamo. L’autorità non imposta dall’alto, ma riconosciuta dal basso per la sua maggiore esperienza e le sue capacità di guida, si chiama leadership. Se non impariamo ad affidarci ad una leadership esterna, non saremo mai in grado di riconoscere e svolgere la stessa funzione al nostro interno. Rimarremo ribelli e oppositivi, anche a noi stessi, per tutta la vita, dissipando in conflitti senza fine gran parte dell’energia vitale o energia creativa. Quell’energia (da en ergos, al lavoro) che ci stimola incessantemente a diventare divini, liberati, realizzati, coesi al nostro interno, finalmente capaci di vivere nell’amore, nella gioia, nella compassione, qualunque cosa accada. Capaci di coniugare verità e bellezza, giustizia e libertà, e di rendere un miracolo ogni momento dell’esistenza.



La comunità va protetta

dai virus del narcisismo e dalla paranoia


La posta in gioco è molto alta. E alto è l’impegno richiesto per essere parte di questa comunità, della comunità Aleph. Non è per tutti, ma solo per coloro che, toccati, ispirati e commossi da questa visione, si sentono pronti a dare tutto se stessi, con generosità, con il cuore oltre gli ostacoli, che certamente non mancheranno. Ostacoli che non andranno visti come inconvenienti, come seccature contro cui lamentarsi, ma come occasione di lavoro evolutivo, personale e spirituale, che sviluppa intelligenza e creatività.

Casa Aleph non è luogo per i tiepidi, per i paurosi, per gli insoddisfatti, per coloro che tentennano, che stanno con un piede dentro e uno fuori, incapaci di una scelta coraggiosa e totale. Non è luogo per le persone che non mettono al primo posto il bene comune, comprendendo che non c’è conflitto tra bene comune e bene individuale, e che il bene individuale si realizza proprio quando s’impara a sintonizzarsi al contesto, anziché pretendere che il contesto si sintonizzi alle pretese individuali.

Persone così non possono far parte di questa comunità. Non sono pronte. Anziché di aiuto, diventano di peso. Per tutti. Altri devono fare al loro posto, rimediare ai loro errori, alla loro scarsa competenza o capacità di sintonizzazione e ascolto. Con il tempo, finiscono per assorbire gran parte dell’energia a disposizione nella comunità e la fanno ammalare.

Persone così hanno bisogno di aiuto, hanno bisogno di terapia. Ma questa è una comunità spirituale, non una comunità terapeutica. Per farne parte, occorre che il proprio io-governo sia in grado di mantenere l’ordine interno, le cose al giusto posto: l’Anima ispira l’Io, l’Io governa il paese, coordinando i diversi sistemi motivazionali, in modo che si armonizzino tra loro, anziché confliggere. Funzione primaria del governo è l’autoeducazione, che presuppone la capacità di ascoltare e prendersi cura delle subpersonalità, bambine o adolescenti, che hanno bisogno di crescere. Nessuno può farlo al nostro posto.

Questa non è una comunità educativa per bambini e adolescenti. E’ una comunità educativa per adulti.

Ciò non esclude che si possano praticare tecniche terapeutiche Aleph, come accade nei corsi. Anzi, sperimentarle tra noi è parte della crescita della comunità come centro di ricerca. Ma non deve accadere, salvo eccezioni, che si debba fare pronto soccorso a persone troppo identificate, o dedicare tempo a chiarire più volte aspetti di collaborazione che richiederebbero solo un po’ di buon senso e un po’ più di esperienza di vita e di lavoro.

Persone con narcisismo ancora fuori controllo, propense alla paranoia, manifestano regolarmente un forte riferimento interno. Non si sintonizzano, non comprendono le direttive, non comprendono le regole implicite nel contesto, fanno di testa loro, dedicano tempo a cose inutili o irrilevanti, si disperdono.  Hanno difficoltà ad entrare nei panni degli altri, a capire i loro bisogni e sentimenti, perché, pur in buona fede, in realtà sono centrate solo su di sé. Quindi proiettano questa loro struttura sugli altri, in particolare quelli che percepiscono più grandi di loro, in posizione di autorità. Non ricevono feedback. Si sentono incomprese, calpestate nei sentimenti, tradite nei loro valori, che credono allineati con quelli di Aleph. Dal narcisismo alla paranoia il passo è sempre molto breve. Queste persone si lamentano al loro interno e, se trovano l’occasione, anche al loro esterno, cercando di alleare altri alla loro causa (fratellanza nera).

Una comunità va protetta da persone così, altrimenti va allo sfascio. A volte è sufficiente un confronto amorevole, ma fermo e deciso, e la persona cambia: si assume le sue responsabilità, si impegna a rimediare, a fidarsi e a ricevere feedback. Dopo un periodo di coaching, la persona si allinea e la sua collaborazione diventa preziosa. Altre volte la confrontazione non ha esito: la persona si conferma nella sua visione, si sente incompresa, non capita, rifiutata. La sua paranoia cresce. Si chiude, non si fida più. Continuare a collaborare con lei diventa sempre più faticoso. Occorre prepararsi al distacco.




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