I fondamentali sono le basi che sorreggono
e orientano tutto il lavoro Aleph. 
Costituiscono la cornice entro la quale ricerca,
formazione, counseling e terapia 
acquistano un significato unitario.


12. Ricerca Aleph


I fondamentali sono le basi che sorreggono

e orientano tutto il lavoro Aleph.

Costituiscono la cornice entro la quale ricerca,

formazione, counseling e terapia

acquistano un significato unitario.



12. Ricerca Aleph

primo livello di conoscenza http://www.mauroscardovelli.com/mauroblog/primo_livello.html
 

2. Dall’economia di mercato all’economia del dono e controdono


In questa visione, quale è la vostra posizione, come Aleph, rispetto al denaro? I corsi Aleph non costano molto, ma egualmente non sono accessibili a tutti.


  1. Su questo tema voglio essere il più chiaro possibile. I soci devono comprendere bene come viene utilizzato il denaro che versano per frequentare un corso. Non vorrei più servirmi di termini come: costo del corso, quota di iscrizione, ecc. Sono termini che ci riportano subito nel mondo in cui siamo soliti abitare: il mondo commerciale, lo scambio di beni e servizi in cambio di denaro. Chi acquista un bene ha interesse a pagarlo il meno possibile. Chi lo vende a ottenere il massimo prezzo.

  2. In Aleph abbiamo fatto la scelta di mantenerci fuori dalla logica di mercato. Perché? Perché riteniamo che sia una delle cause fondamentali del problema che intendiamo affrontare: la mancanza di dialogo e armonia nelle relazioni.


In che senso?


  1. La logica di mercato è molto semplice da capire nei suoi aspetti esteriori. Essa ci porta a sviluppare una mentalità calcolatrice. Ci abituiamo a calcolare costi e benefici di ogni transazione. Siamo contenti quando  riusciamo a comprare qualcosa strappando un prezzo molto basso. Diciamo che abbiamo fatto un buon affare. Diventa un’abitudine che attraversa la nostra vita. Raramente riflettiamo che ogni vantaggio che otteniamo per questa via viene pagato da qualcun altro.

  2. Ogni brillante successo nasconde dall’altra parte un brillante fallimento. Se ottengo una grossa vincita in borsa, questa non avviene a vuoto, ma sempre a scapito di qualcuno che subisce in cambio una perdita.

  3. L’ideologia economica, la propaganda mediatica, occultano la natura degli scambi commerciali, la natura della lotta tra esseri umani per il profitto o la sopravvivenza. L’ideologia oggi dominante fa passare due convinzioni come dogmi indiscussi:


  4. sono premiati i migliori

  5. tutti ne traggono vantaggio


  6. Sono false entrambe le affermazioni:


  7. non sono i migliori a essere premiati, ma i più furbi, disonesti o dotati di posizioni di privilegio

  8. il sistema non è a vantaggio di tutti, ma solo dei più abbienti


  9. Non poche persone sono consapevoli di queste amare verità, se non altro perché, finiti i tempi delle vacche grasse, fanno esperienza personale dell’iniquità di tale sistema.

  10. Pochissimi però si rendono conto che la logica di mercato è comunque entrata nelle loro menti, e ne sono influenzati anche in aspetti della vita non connessi necessariamente alla gestione del denaro. (Su questi temi vedi anche Consapevolezza del mondo).


In quali aspetti?


  1. In quelli famigliari, affettivi, relazionali.

  2. La pubblicità è l’anima del commercio. La pubblicità ci educa a mettere sull’altare i nostri desideri, ad attaccarci ad essi, a farli proliferare in forme sempre nuove. Ogni giorno siamo educati a badare ai nostri interessi individuali, a comportarci come sistemi di desideri che entrano in conflitto con sistemi di desideri altrui. In tali casi la lotta non si svolge sul terreno dello scambio commerciale, ma dell’acquisizione di potere.

  3. Il prossimo cessa di essere parte di noi, di cui prenderci cura.

  4. Anche nelle relazioni affettive abbiamo imparato a combattere per soddisfare desideri e bisogni che consideriamo sacrosanti. La soddisfazione di tali desideri diventa il metro con il quale misuriamo l’amore che riceviamo. Più siamo attaccati ai desideri, più il nostro cuore si chiude.

  5. Il mercato, il calcolo, penetrato nella nostra mente come presupposto, ci toglie una delle più grandi felicità umane: quella di donare noi stessi, di essere generosi, di promuovere l’altrui felicità (Rosemberg, Parlare pace).

  6. Accade nelle coppie, nelle famiglie, tra parenti e amici.

  7. Per diventare consapevoli della diffusione del fenomeno, basta confrontarsi con altre culture, in altri luoghi o in altri tempi. Culture nelle quali il mercato non era penetrato ovunque, e lo spazio prevalente era occupato dall’economia del dono e del controdono.


Che vuol dire dono e controdono?


  1. Vuol dire che gli scambi non sono regolati dal denaro o dal baratto, ma dal piacere di dare. Chi riceve, per consuetudine, sente di voler non solo restituire, ma di dare a sua volta qualcosa di più di quello che ha ricevuto.


Una sorta di gara di generosità?


  1. Sì, che premia e allena generosità e gratitudine, due qualità dell’essere o dell’anima, al posto di ciò che viene premiato dal mercato: scaltrezza e avidità, due inquinanti della mente o dell’Ego.


Ora comprendo meglio la connessione tra tipo di economia e carattere sociale, tra  crescente competizione e individualismo.


  1. Ed è questa connessione, alla radice dell’Ego e della nevrosi, che vogliamo interrompere all’interno di Aleph. L’etica commerciale crea un campo dismorfico così potente che, se non viene almeno in parte reso cosciente e disattivato, rischia di invalidare qualsiasi lavoro di crescita personale.

  2. All’etica commerciale ci adoperiamo per sostituire l’etica del servizio, connessa all’economia del dono e del controdono.


Come?


  1. In primo luogo, rendendo noto ai soci che l’associazione Aleph, di cui fanno parte, è realmente senza scopo di lucro:


  2. da oltre dieci anni, io e Carolina, soci fondatori, non abbiamo percepito retribuzione per il lavoro di trainer e organizzatori svolto all’interno dell’associazione, ma solo il rimborso di spese documentate.

  3. Questa decisione è stata frutto di una libera scelta, agevolata dal fatto che disponiamo di altre fonti di reddito; in ogni caso, almeno per me, non è stata una scelta facile, in quanto come libero professionista ero abituato a commisurare il valore della mia prestazione con la retribuzione percepita; portare avanti questa scelta fino a cambiare mentalità è stata una occasione formativa e trasformativa davvero importante.

  4. Aleph, nonostante non riceva finanziamenti, e svolga una preziosa funzione di aiuto alle persone, ha destinato ogni anno una parte a volte considerevole delle entrate per finanziare altre iniziative umanitarie.

  5. Come soci fondatori abbiamo cercato di contenere il più possibile le spese dei corsisti, non solo tenendo basse e quasi fuori mercato le quote di iscrizione, ma anche scegliendo sedi poco costose, assumendo a carico nostro e dell’organizzazione tutta una serie di incombenze che ci saremmo evitati se avessimo compiuto scelte diverse.

  6. Abbiamo dedicato molto tempo, energie e denaro nostro per cercare una sede fisica permanente ove svolgere i corsi; non ci siamo riusciti, ma recentemente abbiamo acquistato una sede a Camogli, isolata e silenziosa, con una bellissima vista sul mare, dove possiamo condurre riunioni e piccoli gruppi di formazione e ricerca.

  7. Assistenti, trainer e collaboratori, formati o in formazione da noi, sembra che abbiano interiorizzato l’etica del dono e controdono; questo per noi è fonte della massima soddisfazione, in quanto lo consideriamo come parte essenziale dell’etica umanistica alla quale ci ispiriamo.

  8. Ciò non significa che in Aleph non possano irrompere forme regressive di etica competitiva e individualista; ma almeno ci sono le premesse per poterle riconoscere e confrontare.


Se ho ben capito, questa impostazione e le riflessioni che ne conseguono sono parte essenziale della ricerca Aleph.


  1. Sì, ed è della massima importanza che siano ben conosciute e assimilate dalle persone che intendono collaborare alla nostra ricerca. Ricerca che è in primo luogo una ricerca interiore, guidata dai principi dell’etica umanistica. Principi che vanno interiorizzati al punto da diventare una seconda natura, uno stile di vita, una pratica quotidiana che si esercita all’interno di ogni relazione.


Siamo così tornati alla domanda di partenza, alla domanda fondamentale: come facilitare il dialogo e l’armonia.


  1. E abbiamo cominciato a trovare una risposta.


Poco sopra hai detto che non vorresti più utilizzare termini come costo del corso, quota di iscrizione, in modo che i soci sin dall’inizio diventino consapevoli del tipo di mentalità che viene coltivata in Aleph. Le parole sono importanti. Quali altri termini proponi?


  1. Sostegno alla ricerca, contributo alle spese Aleph, potrebbero andare bene. Parlano della realtà, sono proper name.

1. Cambiare stile di vita


Hai detto che per diventare ricercatori Aleph occorre acquisire un nuovo stile di vita, lasciar andare vecchie abitudini e dipendenze. Puoi chiarire con qualche esempio?


  1. Viviamo in un mondo guidato dall’etica commerciale e consumistica. E’ un’etica suicida, che sta distruggendo il pianeta. Ma l’abbiamo interiorizzata ad un livello così profondo, che non ci accorgiamo neppure quanto ne siamo schiavi. Ad esempio, molti credono di essere loro a scegliere di fumare, bere alcolici, mangiare in eccesso, passare ore al telefonino, riempirsi di dolci, stare tanto tempo davanti alla TV, andare in discoteca fino all’alba. Credono di cercare ciò che a loro piace. Considerano tutto questo divertimento. Fanno fatica a leggere una rivista come “Il consapevole”, o un libro come “Abbracciando l’amore” dei Levine, a studiare, a concentrarsi, a meditare, a fare attività fisica, a riflettere su di sé, a conversare su temi non banali. Fanno fatica a compiere attività che fanno bene al corpo e allo spirito. Lo considerano un lavoro.


In effetti è più faticoso!


  1. E’ più faticoso, all’inizio, per chi non c’è abituato. Ogni abitudine obbedisce al principio di economia: attraverso l’automatismo riduce la sensazione di fatica.


Stai quindi dicendo che siamo condizionati a comportarci in modo distruttivo?


  1. Esattamente. Siamo condizionati a provare piacere nel fare ciò che danneggia noi e l’ambiente. Danneggia noi, ma avvantaggia i produttori di beni di consumo. E loro, attraverso i mass media e la pubblicità, sono in grado di guidare le nostre scelte.


Quindi spingerci ad uno stile di vita e una mentalità consumistica?


  1. Proprio così. Hai detto bene: mentalità consumistica. Tutto viene consumato. Il che vuol dire non solo utilizzato, ma distrutto. C’è una differenza sostanziale tra utilizzare e consumare. Utilizzare una foresta significa viverci, vivere in armonia con essa. Consumare una foresta significa raderla al suolo per procurarsi il legno, o nuovi territori su cui coltivare o edificare.

  2. Le persone credono di fumare perché a loro piace. Ed in effetti, se si guarda in superficie, è così. Ho voglia di fumare, fumo, provo piacere. Se si guarda in profondità, il fumatore è stato condizionato scientificamente ad acquisire un’abitudine distruttiva, che inizialmente era addirittura molto sgradevole. Le multinazionali del tabacco hanno speso cifre astronomiche per convincere le donne, gli adolescenti, e gli abitanti del terzo mondo, a non poter più fare a meno di fumare.

  3. La mentalità consumistica è una mentalità predatoria, che non risparmia nessuno, a partire dai più deboli.


Quale è l’alternativa ad una mentalità consumistica?


  1. La consapevolezza sulle conseguenze dei nostri comportamenti. Entriamo in un supermercato e troviamo alcuni prodotti ad un prezzo molto basso. Che bello! Li compriamo, siamo contenti! Non sappiamo che per produrre sottocosto ci sono milioni di persone che lavorano come schiavi, bambini che muoiono di fame, animali sottoposti a continua tortura, boschi distrutti, territori devastati (vedi shopping).

  2. Apriamo il frigorifero: è pieno di ogni ben di Dio. Che belle confezioni di prosciutto e salmone! E questi formaggi! Questi vini!  A noi bastano si e no per due giorni. Con i soldi che abbiamo speso per riempire il frigorifero di cose in gran parte voluttuarie, una famiglia in Tanzania ci vivrebbe un mese.

  3. Guardati intorno: quanta gente è sovrappeso. Sono persone che mangiano troppo. Altre persone, in altri luoghi, muoiono di fame. Ma non è questa la preoccupazione di chi è sovrappeso. La sua preoccupazione è di carattere estetico. Non mi piace essere troppo grasso perché non piaccio agli altri. Soluzione: continuare a mangiare tanto riuscendo a non ingrassare. Tranquilli: presto ci arriveremo! Scienziati con la “S” minuscola sono già al lavoro per risolvere questo problema.


Ma questa consapevolezza non basta. Molte persone oggi sanno che fumare e mangiare troppo fa male!


  1. La consapevolezza ha diversi livelli. Oggi c’è una consapevolezza superficiale diffusa. Nulla di più. Una consapevolezza che ovviamente non incide sulle emozioni che guidano i nostri comportamenti. Il condizionamento pubblicitario non fa certo leva sul ragionamento. Fa leva su emozioni e passioni, utilizzando strumenti subdoli che bypassano il controllo dell’io cosciente.


Una sorta di ipnosi?


  1. Sì, indotta dai professionisti più esperti e pagati in questo settore. Non si trovano i soldi per migliorare la scuola o la sanità, ma stai certo che per remunerare i guru della pubblicità i soldi non mancano mai. Chi sa condizionare le menti controlla il mondo.


E quindi?


  1. E quindi, con mezzi infinitamente più modesti, dobbiamo imparare a diffondere una consapevolezza profonda sulle conseguenze delle nostre azioni, in modo che le emozioni che proviamo ci trattengono dagli atti di irresponsabilità individuale e collettiva, che continuiamo a compiere.

  2. Questo ci porterà a sviluppare nuove priorità: le relazioni, la qualità delle relazioni, al posto degli oggetti. Entrare in armonia con la natura e con gli altri esseri, anziché predarli.

  3. Avere relazioni armoniose fa bene a noi e all’ambiente. Fa guarire il corpo dalle dipendenze, dal bisogno di intossicarci con cibi, bevande, abitudini contrarie alla nostra spinta vitale.


Si tratta di saper compiere delle rinunce?


  1. Certo. Si tratta di imparare a rinunciare alla sofferenza, alla sofferenza non necessaria. Di rinunciare alla nevrosi, alla depressione, al senso di impotenza, e sviluppare la naturale gioia dell’essere. La gioia che deriva dall’amare e conoscere in profondità, anziché ignorare la realtà delle cose, rimanendo schiavi di condizionamenti distruttivi.


Questo porta a ridurre i consumi, ad andare verso la sobrietà. E come influisce sull’economia, il cui buon andamento, ci dicono gli esperti, dipende proprio da una continua crescita di consumi e investimenti?


  1. La crescita di cui parlano politici ed economisti ci porterà ad una spirale senza fine, che conduce all’annientamento. Questo ormai lo sappiamo. E’ scientificamente ben documentato. Porterà ad ampliare la forbice tra ricchi e poveri, a dissanguare le risorse del pianeta, a creare un danno irreversibile al clima, a calamità naturali catastrofiche, desertificazione, esodi di intere popolazioni, guerre per le risorse fondamentali. Questo è lo scenario che ci aspetta se non cambiamo rotta, e molto rapidamente. Stiamo toccando il punto di non ritorno.

  2. Ci vuole lo sforzo di tutta l’umanità, unita, per risolvere un problema di così grave e indilazionabile portata.

  3. Ecco perché è così urgente che si sviluppi consapevolezza in più persone possibili, in modo che sostengano governi e istituzioni sovranazionali ecologicamente responsabili.

  4. Occuparsi di nevrosi, di sofferenza psichica, oggi non ha più senso se si dimentica il quadro entro cui ci stiamo muovendo (Galimberti, I miti del nostro tempo, cap 7).

  5. Ogni nevrosi contiene un  potenziale di energia rivoluzionaria, che può essere messa al servizio di un cambiamento non solo personale, ma collettivo (Hilmann, Ventura, Cent’anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio).

1. Il punto di partenza: la domanda fondamentale


Come dice Popper, la conoscenza nasce dalle domande, dai problemi che abbiamo davanti.

Oggi aggiungerei a questa definizione una postilla: la qualità della conoscenza dipende dalla qualità delle relazioni che viviamo.

Relazioni con chi? con che cosa?

In primo luogo con ciò che intendiamo conoscere. Ma anche con le persone con cui collaboriamo e frequentiamo. E soprattutto la relazione con noi stessi.


Come docente universitario, dopo i trent’anni, mi sono posto una sola domanda:








Domanda che mi sembrava fondamentale e che per me doveva venire prima di tutte le altre. Avevo ripetutamente assistito a interminabili discussioni, fraintendimenti, incomprensioni, rotture di rapporti, tensioni relazionali in differenti contesti. Il contenuto era irrilevante, il risultato era sempre lo stesso: sofferenza emotiva, dispersione di energia, drastica caduta nel livello di intelligenza.


Ho cominciato a portare attenzione alla struttura, non più al contenuto contingente. Musicisti che non si intonano e non vanno a tempo, sono in grado di rendere brutta qualsiasi musica.


Dopo l’incontro con Boris Porena, compositore, e sua moglie Paola Bucan, violoncellista, ne è nato un progetto di ricerca che, partendo dalla pratica concreta di musicoterapia con bambini gravemente ritardati, si è poi esteso via via a nuovi territori: pratica musicale di base, psicologia della comunicazione, ascolto musicale, analisi emotiva dei brani musicali, presupposti culturali, modelli economici, comunicazione giuridica, psicoterapia, PNL, sistemica, lavoro sul corpo, bioenergetica, evoluzione personale, spiritualità, psicologia asiatica, conduzione di gruppo ecc.


Temi diversi, accomunati da un solo filo conduttore, da una sola domanda: come favorire il dialogo e l’armonia nelle relazioni.

come favorire il dialogo e l’armonia nelle relazioni

2. Università, psicoterapia e formazione


Non era il tipo di ricerca che si può facilmente condurre all’interno dell’università. Non perché l’istituzione lo impedisca fisicamente – c’è molta libertà nelle facoltà umanistiche –, ma perché non corrisponde alla logica interna della ricerca scientifica accademica, che ripartisce il sapere in discipline. Una ricerca trasversale, interdisciplinare, transdisciplinare, non gode di alcun credito. Per avanzare nella carriera universitaria occorre pubblicare su riviste specializzate, accreditate dagli specialisti del settore. Una ricerca come quella che intendevo fare esulava da ogni parametro di giudizio.

Ma il problema non era la carriera. Ero ricercatore, e potevo continuare a essere ricercatore tutta la vita.


Il vero problema era un altro. La ricerca che intendevo compiere ha come laboratorio i più differenti contesti della vita. Bene, io ero libero di spostarmi dove volevo. Certo, ma ad una condizione: di farlo nella più completa solitudine e impossibilità di comunicare ciò che via via andavo scoprendo.

Come dire: siamo al campo base dell’Everest. L’organizzazione della spedizione ha già scelto una via per arrivare in vetta, con campi intermedi, dove i nostri alpinisti possono procedere con il sostegno di altri alpinisti e portatori. Se vuoi andare su una via nuova, tu tradisci il progetto comune. Non possiamo impedirtelo, perché la legge dice che la ricerca è libera. Ma ricordati che con noi hai chiuso.


Ora, ciò di cui avevo massimamente bisogno era proprio quello che mi veniva a mancare: il confronto, il dialogo con altre persone competenti. Mi veniva a mancare il sostegno, l’incoraggiamento, il senso di condivisione, l’armonia nelle relazioni, che erano l’oggetto della mia ricerca.


Avevo bisogno di collaboratori, di persone con cui condividere il progetto. E le ho cercate fuori dall’università. Avevo bisogno di finanziamenti, e me li sono procurati scegliendo il tempo parziale e avviando un’attività professionale, prima come terapeuta e poi come formatore.


L’attività di formatore consente di contattare molte persone e realtà differenti: contesti aziendali, educativi, sanitari, culturali, musicali ecc.

Era ciò che mi serviva per continuare il viaggio intrapreso. Sono stato formatore in diverse istituzioni. Ma in ognuna di esse ho riscontrato la focalizzazione su obiettivi che non erano i miei. Io ero interessato a come facilitare relazioni armoniche, e continuavo a frequentare contesti dove disarmonia e disistima erano di casa.

Ma non era quello il problema: il problema per me era che questi conflitti non diventavano oggetto di ricerca. Un’occasione per porsi la domanda fondamentale: come facilitare l’armonia. Si dava per scontato che conflitti e lacerazioni fossero nella natura delle cose. C’erano altri interessi che venivano prima. Come all'università.

Per me, che vedo il mondo con gli occhi del musicista, era come dare per scontato che in un trio o un quartetto ognuno suoni per conto suo.

3. Aleph PNL umanistica


Dopo molti anni di peregrinazione, nel 1998, con Carolina, mia moglie, ci siamo finalmente decisi al grande passo: creare una nostra organizzazione, Aleph PNL umanistica, dove la domanda fondamentale doveva essere al centro di tutto.


Credevo che finalmente ci sarebbero state le condizioni per proseguire nella ricerca che volevo. Pensavo ingenuamente che la domanda fondamentale fosse di interesse comune, e che le persone che frequentavano i nostri corsi, avendola fatta propria, presto avrebbero collaborato attivamente. Qualche volta ciò è accaduto. E’ stato magnifico e ci ha dato una grande carica. Abbiamo così pensato di investire tutto quello che avevamo per la costruzione di un centro, inizialmente in Umbria, poi in Toscana, dove la nostra attività potesse radicarsi nel territorio.


Ma questa è solo una parte della storia. L’altra è che, all’interno della nostra organizzazione, iniziarono a proliferare gli stessi vizi relazionali che avevo osservato nelle altre: parlare dietro le spalle, invidia, competizione.

Al principio feci molta fatica ad accorgermene. Anche perché di solito le cose avvenivano al di fuori del mio sguardo. Ma un giorno dovetti risvegliarmi. Confrontai alcune persone sulla loro mancanza di trasparenza, definii meglio i principi ai quali attenersi, fui più preciso sulle richieste che intendevo soddisfare.


Le cose iniziarono a cambiare, ma non rapidamente come pensavo. Dovemmo attraversare ancora molti momenti di crisi. Con Carolina ci chiedevamo se valeva la pena continuare su una via apparentemente senza uscita, una parete impossibile da scalare. Forse dovevamo arrenderci al fatto che le persone, nella nostra cultura, hanno quasi tutte un fondo di pigrizia ed individualismo, ben difficile da scalfire. E che un progetto come il nostro era solo una grande illusione infantile.


Oggi abbiamo capito che la via non era sbagliata. Abbiamo capito che i cambiamenti profondi, individuali o collettivi, richiedono tempo affinché si raggiunga la massa critica, formata da tanti piccoli cambiamenti, che li renda possibili.


In questi ultimi anni in Aleph stanno accadendo, con sempre maggiore frequenza, fenomeni di collaborazione, dedizione, trasparenza, integrità, che non ci fanno sentire più soli.

Questo ci conforta, e ci dà la forza di continuare, perché vediamo che altre persone presto potranno aiutarci anche nei campi alti della spedizione, e un giorno sostituirci per spostarli ancora più verso la vetta.

4. Ricercatori Aleph


Diventare ricercatori Aleph significa condividere il progetto di ricerca.

Condividere il progetto significa conoscerne la storia, comprenderne il percorso emotivo, capirne la logica interna. Che è in primo luogo una logica di rete, dialogo, collaborazione, creazione condivisa, mente di gruppo, stato di coscienza, che si può ottenere solo in compresenza fisica.

Una ricerca su come favorire il dialogo e l’armonia tra le persone, e nello stesso tempo essere efficienti e realizzare gli obiettivi condivisi.


Come dicevo poco sopra, oggi in Aleph abbiamo il riscontro di aver imboccato una via giusta: una leadership riconosciuta, un direttivo coeso, assistenti affidabili, gruppi sinergici, calore, fratellanza, collaborazione, continuo allargamento della base dei soci.

Ma quando si va in montagna, non bisogna mai smettere di essere vigili: una semplice distrazione può avere gravi conseguenze.

Negli anni sessanta, Boris Porena e Paola Bucan, miei maestri non solo nella musica, ma nella vita, hanno fondato un centro musica. In realtà un centro di ricerca che, partendo dalla composizione musicale, ha sviluppato un metodo di analisi dei diversi codici culturali, messo a punto in tanti anni di lavoro nelle scuole e sul territorio. Da tempo, alcuni dirigenti del centro hanno gradualmente generato una svolta alla sua politica, per adeguarsi alle richieste del mercato (finanziamenti, visibilità, sempre nuovi corsi, ecc.). Il pensiero originario, di straordinario valore euristico e formativo, rischia di andare perduto.

Paola Bucan, per segnalare il suo amaro dissenso, ha recentemente dato le dimissioni.

Un’anomalia? No, l’assoluta normalità. Normale, troppo normale, direbbe Nietzsche.


Il pensiero unico, oggi dominante, – che ha la sua base nell’idolatria del libero mercato –, ha una sua logica. Una logica che tende ad appiattire e livellare ogni impresa realmente nuova. Inizialmente lascia fare, ci dà l’illusione di essere liberi, ma poi ingloba e depotenzia nel conformismo qualsiasi iniziativa che sia davvero rivoluzionaria.


Ritornando ad Aleph: chi utilizza un’auto Fiat, non per questo conosce la logica dell’azienda Fiat. Analogamente, chi frequenta i corsi Aleph, non conosce il progetto di ricerca, ma solo alcuni suoi prodotti, alcuni dei suoi risultati esterni.


Per conoscere il progetto, per entrare nella sala di regia, occorre frequentare il luogo dove si fabbricano le idee portanti: la casa madre di Aleph, la casa dei fondatori.

Almeno per me, questo è ciò che ha funzionato e che mi ha davvero cambiato. Per anni ho frequentato la casa di Boris Porena e Paola Bucan, condividendone e modellandone stile di vita e stile di pensiero.

Perché l’ho fatto? Per acquisire dei titoli? Per ottenere conoscenze da spendere altrove? Per calcolo o per spirito di sacrificio?

L’ho fatto per una sola ragione: perché quello era il luogo dove stavo meglio al mondo. Soltanto lì ho trovato, in forma pura, ciò che cercavo: altissima competenza, intelligenza e creatività, unita ad altrettanto grande umanità e umiltà. Si lavorava su un grande progetto, e lo si faceva con leggerezza e humor. Proprio a partire dal settore che più amavo al mondo: la musica. Entrando in casa Porena, si avvertiva immediatamente che in quel luogo ogni forma di gerarchia era abolita. Ma non le differenze: ognuno veniva visto e valorizzato proprio per queste. Ognuno trovava naturalmente il suo spazio.


Se, come dice Raimon Pannikar, pensare significa soppesare, riflettere in modo che ogni cosa trovi il suo posto, casa Porena, non l’università, era un luogo dove abitava il pensiero. Pensiero libero, liberato dalle maglie ideologiche che, come invisibili trame, imprigionano la nostra mente.


Con il tempo mi sono reso conto che io sono in grado di trasmettere quello che mi sta a cuore solo nel modo in cui l’ho imparato. Soltanto nel contatto, nella condivisione, nella presenza fisica, si può comprendere e assimilare uno stile di ricerca.

Per diventare ricercatori Aleph, occorre frequentare la casa Aleph, essere lì mentre si producono idee nuove, le si rielabora, ci si ragiona sopra. Essere presenti durante la preparazione dei corsi, la formulazione di nuovi progetti, la stesura di scritti, la revisione dei video. Essere lì mentre si producono tensioni e piccoli conflitti, le stonature della vita, ed esserci mentre si re-intonano gli strumenti.

Occorre sintonizzarsi con il contesto, percepirne i bisogni, dare una mano per le cose pratiche.

5. Empatia con il contesto Aleph


Che cosa significa entrare in empatia con il contesto Aleph? Significa in primo luogo entrare in empatia con coloro che lo hanno creato: Mauro e Carolina. Significa capire i loro punti di vista, i loro reali bisogni, evitando proiezioni e letture della mente.


Aleph è una associazione tra adulti. Io e Carolina non abbiamo intenzione di fare da genitori, cuochi, servitori, assistenti sociali, infermieri, a nessuno. In casa nostra non si viene per prendere. Si viene per scambiare, si viene soprattutto per imparare a dare, con generosità, con spirito di servizio. Imparare ad essere generosi è ciò che guarisce l’anima. Continuare a prendere e pretendere serve solo a gonfiare l’Ego.


Per fare un esempio: di che cosa ha bisogno Carolina? Di essere sgravata il più possibile dalle incombenze pratiche connesse all’organizzazione Aleph e alla casa Aleph. Fare un regalo a Carolina non significa portarle una maglia o un qualsiasi altro oggetto, ma regalargli del tempo libero leggendo le E-mail, mettendo ordine, facendo la spesa, facendo da mangiare, ecc.

Di che cosa ha bisogno Mauro? Di che cosa ho bisogno io? Se mi si vuol bene, quale dono mi si può fare? Frequentandomi, è semplice da capire: leggere insieme a me gli ultimi scritti, dialogare, riflettere, pormi domande e obiezioni. Aiutarmi nella ricerca e preparazione di materiali per il mio quaderno di appunti in rete. Rivedere i filmati registrati in aula, fare un indice degli stessi, selezionare i momenti salienti.

Significa fidarsi della mia esperienza, ricevere feedback, chiedere ciò di cui ho realmente bisogno, essere flessibili, non fare di testa propria, non cercare di imporre il proprio punto di vista. In caso contrario, non ricevo aiuto, ma un aggravio di fatica.


Se non si sviluppa questa sensibilità, è difficile collaborare con me. Non è nella mia natura impormi o contrappormi, ma assecondare e agevolare. Una natura che ho affinato modellando Boris Porena. Oggi so che posso lavorare bene solo con persone che condividono questa inclinazione. Persone realmente aperte, flessibili, generose, non testarde, non permalose.

Sono ben consapevole che nella cultura competitiva in cui viviamo, la mia è una leadership che rischia di essere poco efficace, almeno nei tempi brevi. I mezzi autoritari, palesi o nascosti, di cui tanto ci lamentiamo, continuano ad essere così diffusi perché funzionano. E non solo funzionano, affascinano! La paura, ancora oggi, è una molla assai più forte dell’amore.


Ogni forma autoritaria è incompatibile con lo spirito Aleph. D’altra parte, agevolare le relazioni non significa assecondare il copione dei collaboratori e lasciare che perdano tempo in cose inutili o addirittura dannose per Aleph. Avendo un forte desiderio di condivisione, il mio rischio, per evitare i conflitti, è sempre stato questo: lasciar correre. Oggi mi è sempre più chiaro come questa dinamica in passato abbia rallentato il processo Aleph.

Attualmente il mio desiderio di condivisione non è diminuito. E’ diminuito però l’attaccamento. Questo mi rende libero, sia pure a malincuore, di staccarmi da un compagno di cordata e proseguire senza di lui.

6. Far propria l’anima di Aleph


Specificamente, per entrare davvero nello spirito Aleph, occorre comprendere il mio stile di ricerca e produzione di idee. Quelle idee non nascono dal nulla, ma sono il prodotto di precise scelte, di uno stile di vita, di una disciplina e orientamento interiore, che in gran parte è stato modellato a casa Porena. C’è dietro un lavoro che non è visibile per chi non ha la curiosità, la pazienza, la costanza di dedicare del tempo per frequentare il laboratorio Aleph.


Il lavoro invisibile in sé è molto semplice: mantenersi focalizzati su ciò che è davvero importante nei tempi lunghi, sub specie aeternitatis, direbbe Spinoza. Quindi, anziché farsi assorbire dal quotidiano e dalle sue continue richieste, che tendono ad occupare tutto lo spazio mentale disponibile, occorre prendere una decisione risoluta:


1. riservare una stanza mentale protetta da queste influenze, qualunque cosa accada


2. considerare i problemi, pratici o relazionali, non come ostacoli sul proprio cammino di cui lamentarsi, ma come occasioni di apprendimento


Che cosa significa mantenere uno spazio mentale protetto dalle influenze esterne e dai problemi, che tendono a distrarci e portarci via? In Aleph significa mantenersi focalizzati sulla domanda fondamentale nelle sue diverse articolazioni,

che nascono proprio davanti alle difficoltà, nei momenti di crisi. Sono domande universali, che l’umanità si pone da sempre.


E le risposte? Le risposte arrivano solo dopo che queste domande abitano sufficientemente a lungo nei nostri pensieri. E’ come cercare l’acqua in un luogo asciutto. Non basta scavare alcuni metri, occorre scendere in profondità, giorno dopo giorno. L’entusiasmo iniziale non basta: occorre sviluppare costanza e disciplina interiore.

7. In cammino verso la “conoscenza piena”


Aleph è un progetto di creazione di nuove idee. Questo è l’aspetto più facile da capire. Meno facile è comprendere che è soprattutto un lavoro di de-creazione, smontaggio, decostruzione dei presupposti culturali, o miti, entrati ormai a far parte del DNA psichico di tutte le persone.

La pioggia bagna tutti, poveri e ricchi. Così è la pioggia di pensieri e premesse epistemologiche ai quali siamo esposti sin dalla nascita (v. U. Galimberti, I miti del nostro tempo, Feltrinelli).


La ricerca Aleph ha questa caratteristica: si mantiene costantemente aperta su due fronti: esterno ed interno. Quindi è fuori dai canoni della ricerca scientifica moderna, che si fonda sul presupposto contrario: la separazione dell’osservatore dall’oggetto osservato. Il mito della scienza moderna è procedere verso la conoscenza oggettiva, attraverso una progressiva specializzazione.


Lo scopo di Aleph è procedere verso la “conoscenza piena” (Jnana, in sanscrito; Gnosis, in greco; Scientia, in latino), la conoscenza che vede la vita come un tutto. Conoscenza che discerne e distingue, senza separare e frammentare. Scienza quindi come abbraccio del mondo, convibrazione, apertura anche emotiva al mondo che si vuol conoscere. Conoscenza che è inseparabile dall’amore.


Conoscere è amare; amare è conoscere.

Ed è solo questo tipo di conoscenza che serve alla vita. Serve a sciogliere la sofferenza, che nasce dalla cattiva qualità delle relazioni. Il resto è curiositas, come dicevano i filosofi medievali, o addirittura pigrizia, come sostiene la psicologia buddista.


Iniziare questo percorso fa paura alla maggioranza delle persone. Occorre seguire gli insegnamenti dei maestri e sapersi guardare dentro, abbandonando l’universale abitudine al confronto e al giudizio. Si tratta di avviarsi su un cammino realmente nuovo, mantenendo visione durante la rotta. Altrimenti il richiamo del già noto, delle vecchie abitudini e delle varie forme di dipendenza, è irresistibile.


L’anima ci chiede di sviluppare coraggio per conoscere e per amare. Il coraggio di abbandonare il conformismo del branco per realizzare davvero la nostra natura creativa e spirituale.

8. Gasherbrum, montagna di luce
















E’ una scalata che non si può compiere in solitaria. Occorre una spedizione: un campo base, dei campi avanzati, una logistica. Cibo e materiali devono arrivare regolarmene agli ultimi campi, altrimenti gli alpinisti impegnati nel raggiungere la vetta sono costretti a scendere.

In Aleph, il cibo più importante è il sostegno fisico e spirituale, che deve arrivare sino ai campi alti.

 

Personalmente, risiedo da molto tempo nell’ultimo campo. Raramente torno a valle per prendere fiato. Carolina viene spesso a trovarmi, ma lei è impegnata anche in altri fronti. Ho quindi bisogno di altro supporto.

Ad ogni passo verso la cima, la vista si fa più bella e grandiosa. Ma la parete si fa più ripida, l’ossigeno più scarso e lo sforzo dell’arrampicata cresce.





















La presenza fisica è certo importante. Ma non è l’unica possibilità. A centocinquanta metri dalla vetta dell’Everest, Heinz Kamerlander, che saliva in solitaria, improvvisamente sentì venir meno tutte le forze. In un attimo, comprese che l’impresa stava fallendo. Si sedette e chiamò i compagni al campo base per dare la notizia. Rispose un amico che, con grande dolcezza si preoccupò del suo stato di salute. Poi lo rassicurò che per lui e gli altri alpinisti era importante una sola cosa: che lui tornasse sano e salvo. Prima di chiudere la telefonata gli disse: “In ogni caso, la tua voce è tonica, non sembra quella di un uomo sfinito”.

Chiuso il telefono, Kamerlander si rese improvvisamente conto che aveva recuperato le forze. Riprese l’ascensione, e presto raggiunse la vetta.

Scalare una montagna di luce è la ricerca Aleph.

In Himalaya esiste una montagna con questo nome: Gasherbrum.

Per mia natura sono attratto da vie molto impegnative e non sono uno scalatore solitario. Quale è lo specifico supporto di cui ho bisogno per procedere?

Di compagni che tengano la corda nei passaggi più difficili.

Che siano presenti, che comprendano le difficoltà che comporta la ricerca Aleph.

Che diano valore a questo sforzo, che facciano sentire la loro presenza e il loro amore.

Conversazioni sul tema

http://www.mauroscardovelli.com/PNL/Consapevolezza_di_se/Io-governo.html
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