Caffé filosofico
Dialoghi con i soci Aleph
sui temi trattati nel sito
Caffé filosofico
Dialoghi con i soci Aleph
sui temi trattati nel sito
Oggi, 22 febbraio 2010, dopo il seminario di Milano su Costellazioni e Psicoteatro, in seguito alle sollecitazioni e agli spunti emersi nel gruppo, ho aperto questo spazio per continuare, anche a distanza, a conversare con voi. Se, navigando nel sito, vi vengono in mente domande o riflessioni da condividere, inviatele per E-Mail.
Prendetevi tempo per scrivere cose brevi!
Per limiti personali, non risponderò a tutte, ma sicuramente le leggerò e vi rifletterò sopra e alcune di esse verranno pubblicate qui sotto.
POTETE INVIARE LE VOSTRE LETTERE A: mauroscardovelli@alephpnl.it
Migliorare se stessi
Tema: migliorare se stessi è un dovere?
Commento di Michael S. all’audio
Ciao a tutti, ciao a Mauro; sto sentendo i contributi audio che hai mandato per la fine dell'anno. Qualche feedback sul primo ve l'ho già mandato. Mi ha intrigato molto il secondo, in cui racconti la tua storia. Tutto il "work in progress" che siamo come Aleph. Bello, easy, alla mano. Conversazioni da condividere.
Ora sto ascoltando "Migliorare se stessi" (avrai capito che oggi non lavoro, c'è il santo patrono di Parma, quindi sto a casa - e poi parliamo male della chiesa!!). La prima cosa che mi ha colpito è la citazione di Sergio Bartoli che parla dell'essere umano come il DISPERATO tentativo di un anima di far evolvere una personalità. Poi mi hanno colpito gli esempi dei medici, che si migliorano perché lo sentono come DOVERE ETICO, "qualcosa che VA FATTO". E tutto vero. Soprattutto è vero per chi fa un'attività che incide sul benessere degli altri. E' vero anche, come dici, che l'ego non dà retta, che tutto a tratti sembra una lotta, un cammino in salita, una continua sofferenza.
Ma non è proprio quello che dobbiamo buttare via? Lo zaino famoso del doverismo, del "dover" essere meglio di quello che si è? Nella mia esperienza non funziona. Perché torna fuori invariabilmente il piccolo militare oppressore, il senso di colpa, e di inadeguatezza. Chiaro che sto parlando della mia mappa, e di quello che evoca l'ancora "dovere". Non per tutti necessariamente è così.
Il vero miglioramento, quello che rimane nel tempo, quello che è veramente ecologico, non è piuttosto quello che scaturisce in modo naturale dall'innamoramento che abbiamo per quello che facciamo? E, in ultima analisi, dal totale innamoramento di noi stessi, che alla fine è l'innamoramento per la vita, che ci spinge a creare una versione sempre più luminosa di noi stessi e del mondo che abbiamo intorno, attraverso quello che pensiamo, diciamo e facciamo? Senza il preciso obiettivo di "migliorarci". Semplicemente per il gusto di farlo. O per farlo e basta. E' solo ingenuo idealismo? Quanto si può stare nel flusso della vita, (che è poi quella che abbiamo dentro, anche) e quanto invece è necessario adoperare la volontà per dare una direzione alla barca, per incidere faticosamente quel pezzo di legno grezzo che siamo noi?
Trovare l'equilibrio mentre ancora siamo nell'ego non è facile. Ma poi penso che il vero miglioramento si dispiega solo nel momento che siamo nel flusso, e che dimentichiamo noi stessi, come giustamente dici nell'audio. Alla fine è quando facciamo le cose per farle e basta che esprimiamo il meglio di noi stessi - perché in quei momenti non ci siamo!
Pensieri in libertà. Auguratevi che inizi a rilavorare presto, così non continuo a rompervi le scatole con l'e-mail!
Baci,
Michael
Risposta di Mauro
innanzitutto grazie per avermi inviato le tue riflessioni. Dal monologo, si passa al dialogo. Un passaggio fondamentale per diventare consapevoli dei presupposti personali, ai quali si è spesso ciechi. E’ grazie al dialogo dialogale, come dice Panikkar, che i presupposti, i miti personali possono venire in luce. Io posso vedere i tuoi, ma solo tu puoi vedere i miei.
Credo che l’interesse per il tema del dovere ci accomuni. Forse accomuna tutti. Certe decisioni si prendono da bambini: l’aspirazione al miglioramento mi accompagna da quando ero piccolo, e si è rafforzato con gli studi musicali. Poi, come sai, ho avuto una crisi che ha messo in discussione tutto. Se migliorarsi diventa un “dovere”, il piccolo militare prende sempre più potere sulla personalità. E lì cominciano i guai, dei quali ho fatto esperienza personale ad un livello tale che forse un giorno riceverò una medaglia al valore.
Ma forse i guai iniziano anche se diventiamo allergici alla parola dovere.
Oggi si parla quasi sempre di diritti, costituzionalmente garantiti, e quasi mai di doveri, altrettanto costituzionalmente dichiarati.
L’articolo 4, accanto al diritto al lavoro, stabilisce anche un dovere:
“Ogni cittadino ha il compito di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra allo sviluppo materiale o spirituale della società”.
Questo non è militarismo, ma buon senso, un buon senso che forse abbiamo perduto da tanto tempo. All’epoca dei greci, un dovere del genere era del tutto ovvio, come era ovvio che l’anima individuale non avesse senso separata dell’anima della polis, dall’anima della città. La tensione verso il bene comune era socialmente condivisa. I ricchi non pagavano gli architetti per costruire ville faraoniche, ma opere pubbliche accessibili a tutti. Poi è iniziata la lenta e continua discesa verso l’individualismo, come è ben documentato nel libro La storia dell’arroganza, di Luigi Zoja.
E allora? Concordo con te sul bisogno di trovare un equilibrio, non facile, finché l’Ego domina la scena.
Adesso sposto la palla su un’altra zona del campo: DOVERE è una parola, cioè un segno che rimanda a qualcosa, ad un significato.
Ogni parola, nella visione Aleph, può essere interpretata in due modi: dal punto di vista dell’Ego e dal punto di vista dell’Anima. E’ chiaro che l’Ego nel dovere coglie solo l’aspetto di oppressione e costrizione. L’Ego rifugge le costrizioni; le critica, le odia, le vede ovunque. Che significa questo? Applichiamo i principi dell’ombra: significa che l’oppressione che l’Ego vede fuori è al suo interno. E’ lui l’oppressore che urla contro l’oppressione esterna. Sono cose che conosciamo.
Vediamo ora la stessa parola vista dall’Anima. L’anima vive nella libertà, nelle qualità dell’essere e non opprime nessuno. Il dovere, visto dall’anima significa semplicemente impegno libero, che si prende con se stessi. Come dici tu, si tratta di un impegno che rispetta l’ecologia, a partire da quella interna. Un impegno che ci riempie la vita e ci rende felici. Ma senza la conoscenza e il rispetto di sé, senza ecologia, lo sforzo di “migliorarsi” è destinato solo a “peggiorarsi”.
La corruzione delle parole e del linguaggio, operata dall’Ego, è un tema su cui dovremo riflettere a lungo. Se il linguaggio è corrotto, lo sono anche i nostri pensieri, compresi quelli con i quali riflettiamo sul linguaggio... e sul pensiero stesso.
Di qui la necessità di una cura del linguaggio per curare le idee, e una cura delle idee per curare il linguaggio. Come? Attraverso la pratica del linguaggio dialogico, aperto alle differenti posizioni.
Auguri di ogni bene
22 febbraio 2010
Mauro
Come direbbe Boris, sta avviandosi un circuito autogenerativo. I temi sullo di fondo, alla luce della teoria della complessità, sembrano essere:
1.quale rapporto tra autorganizzazione (le cose emergono da sole) e leadership (volontà buona, sapiente, forte, - Assagioli), capace di mantenere una direzione evolutiva?
2.quale rapporto tra anima individuale e anima collettiva?
Gianluca scrive:
Carissimi amici,
sono entusiasta della nascita di un caffé filosofico! Per me sicuramente una iniziativa terapeutica. In questo modo potrò dar voce al mio bisogno di esprimermi sperando di dare allo stesso tempo un contributo alla ricerca Aleph, muovendomi liberamente tra filosofia e principi di pnl umanistica in spirito di validazione crociata.
Stimolato dai temi del dialogo tra Mauro e Michael, sento di rivolgermi a tutti i nostri lettori per invitarli ad innamorarsi e ad incuriosirsi di più di sé. Allo stesso tempo voglio rivolgermi alla mia anima per chiederle: qual'è la tua virtù?
Ciascuno di noi ha la sua virtù. I greci la chiamavano daimon! La virtù di Achille era battere l'avversario in velocità, la virtù della terra è quella di generare. Qual'è la tua virtù?
Conosci te stesso, individua la tua virtù, falla fiorire e a quel punto sarai felice. I giovani di oggi non si amano, non si innamorano della vita, non cercano di capire “chi sono?”. E noi ci amiamo veramente? O l'amore verso noi stessi è condizionato? Mi amo solo se sono bello? Efficiente? Perfetto? Intelligente?
Amarsi in senso pieno significa che “mi amo così come sono”. Amo quello che di me è essenziale!
Precisazione di M.: mi amo così come sono è un’affermazione che va specificata (come tu fai subito dopo). Presa da sola, è pericolosa. Infatti normalmente il verbo essere non è utilizzato in senso filosofico (presocratici... essere = essenza, ciò che rimane nel tempo), ma, ad esempio, come sostituto di altri verbi. Tu sei pigro, significa: tu ti comporti in modo pigro. La pigrizia non può costituire un’essenza! Mi amo così come sono è una frase che ho sentito pronunciare molte volte da persone narcisiste. Amarsi così come sono significa allora: assecondare ogni tendenza poco nobile. Sono disonesto, ma mi amo così come sono. Quindi non faccio nulla per cambiare. Se una parte di noi pensa così, è chiaro che, per compensazione, un’altra si assume il compito di condannare e giudicare. Autoindulgenza e autogiudizio si tengono insieme.
Qual'è dunque il tuo demone? Ebbene se questo demone lo fai fiorire, raggiungi la felicità (Eu-daimonia). Questo voleva dire per un greco fare evolvere la propria anima. Eudaimonia, per un greco, significa felicità nel senso di bene supremo.
Se farò fiorire la mia virtù - > sarò felice.
Ma per l'uomo greco l'anima individuale era nell'anima della Polis. I “movimenti” dell'anima della polis agivano direttamente sull'anima individuale mediante un'etica ampiamente condivisa. L'anima della Polis veniva interrogata mediante l'oracolo. Socrate viene riconosciuto dall'oracolo, quindi dall'anima della Polis, l'uomo più saggio di tutta la Grecia. Viene visto dalla Polis. E il suo filosofare, in quanto riconosciuto, agirà poi sull'anima della Poils con la sua filosofia nonostante la sua condanna a morte. L'Anima della Polis comprende tutto, anche la morte di Socrate.
Dove è finita la Polis? Come possiamo oggi far fiorire la nostra virtù, cioè gli aspetti più evoluti della nostra anima, in un mondo che non li riconosce? Oggi sappiamo che tendiamo a vedere di noi soprattutto gli aspetti che i nostri genitori hanno visto, e il mondo ha riconosciuto. Come è possibile allora tirare fuori la propria virtù “nel nostro tempo”? In un tempo che tende al contrario a riconoscere di noi solo gli aspetti pervertiti ed egoici del nostro essere? Come potrò trovare la mia virtù, se il mondo tende, per esempio, a riconoscere di me solo aspetti narcisistici infantili? Se solo Narciso (Ego) verrà visto arriverò a credere che questa è la mia virtù! Come è possibile che i giovani si amino veramente se non sono stati riconosciuti nelle loro virtù autentiche?
Se sarò riconosciuto dal mondo -> Farò fiorire la mia virtù
La felicità intesa come compimento pieno di noi stessi, come raggiungimento del bene supremo è impossibile in un mondo che non riconosce i nostri aspetti più evoluti, nel vocabolario Aleph in un mondo che non riconosce le qualità dell'essere, ma solo gli inquinanti della mente.
Se sarò riconosciuto dal mondo -> sarò felice
Il sillogismo sembra senza uscita. Fortunatamente non è così.
Come dice Galimberti oggi più che mai va curata l'anima della Polis perché “la nostra vita viene vissuta entro campi di potere” come li chiama Hillman pervasi da idee dis-funzionali. Più che mai è necessaria una cura delle idee per riportare l'essere umano in contatto con la sua natura profonda, con le sue virtù, con le sue qualità profonde, collegate alla vita. Ma forse è sempre stato così visto che anche San Paolo diceva “Non conformatevi alla mentalità di questo mondo” (Rm 12,2).
Come ha sottolineato ampiamente Mauro nel corso del seminario, lo sforzo di fare evolvere un'anima è il “lavoro” del leader, il lavoro che va fatto, un lavoro che parte dal conquistare un punto di osservazione più elevato che permette di osservare la realtà nella sua interezza e quindi di riconoscersi.
Una leggenda, attribuisce a Pitagora, IV sec. A.C., l'invenzione dell'aggettivo “filosofos”. Quando il tiranno di Fliunte chiese a Pitagora di che cosa ti occupi Pitagora rispose “io sono filosofos”. E il tiranno gli chiede: “che cosa significa filosofos?”. E Pitagora gli risponde così: “tu conosci le feste olimpiche, ogni quattro anni la Grecia si riunisce a Olimpia? Si. Ebbene ci sono tre tipi di individui che si recano ad Olimpia: atleti che si recano per gareggiare e per vincere, commercianti che ne approfittano per fare affari e c'è chi va semplicemente per la theoria, cioè per osservare le gare. Non per vincere e non per diventare ricchi e famosi, ma per conoscere il mondo disinteressatamente.
Il vero leader non è “un filosofo”, colui che possiede una filosofia e che si pone con una mappa del mondo già precostituita. Non un teologo che propone una teologia dogmatica. Colui che ci parla con la filosofia di Aristolete o di Epicuro.
Il vero leader “è filosofo”, nel senso che è esploratore, colui che si interroga liberamente stando nel flusso della vita, confessando come faceva Socrate la propria ignoranza, osando esprimere le sue incertezze, ponendo domande, stando nella vita in modo avventuroso, senza attaccamenti alle proprie convinzioni o credenze e quindi senza paura, cioè libero.
E' colui che sta al timone della sua nave anche quando questa vacilla e naviga in acque sconosciute, mai conosciute prima! La nostra cultura ci vuole invece far credere che è meglio stare nelle acque rassicuranti di una pozza. Che è meglio navigare su rotte certe, prestabilite, programmate. Entriamo nel regno dell’ipnosi, del mito, delle idee rassicuranti di cui parla Galimberti.
La filosofia, come ci spiega Platone nel Teeteto, nasce invece dalla meraviglia, dalla sorpresa di fronte all'inatteso, dalla rottura delle nostre abitudini e da uno stato che è più vicino allo stupore infantile che al pensiero istituito.
Colui che si sa stupire come un bambino, non badando alle mode (e nemmeno rifiutandole per spirito di rivolta) è authentikos, cioè colui che agisce a partire da se stesso, che conosce se stesso, che è leader di sé. Solo un leader può dare risposta alla domanda dalla quale siamo partiti: “Qual è la tua virtù”?
E’ anche vero che un leader, come sottolinea Michael, dovrà avere volontà per dare una direzione certa al timone della sua barca!
Ma la parola volontà può avere due facce. I greci distinguevano infatti tra Thelema (forza di volontà, intenzione) ed Eudokìa (buona volontà).
E qui si apre un altro sentiero filosofico.
Vi abbraccio
Gianluca
Risposta di Mauro
Caro Gianluca, inizio a risponderti parafrasando di Krishnamurti:
La libertà implica una grande intelligenza. Essa nasce solo quando si comincia a comprendere tutto il nostro ambiente, le influenze sociali, religiose, familiari e tradizionali che in continuazione ci condizionano.
Ma comprendere le varie influenze — l'influenza dei genitori, dello Stato, della società, della cultura a cui appartenete, delle nostre credenze, dei nostri dei e delle nostre superstizioni, della tradizione a cui ci conformiamo inconsapevolmente —, comprendere tutte queste cose e liberarsene richiede una profonda capacità di introspezione.
Di solito, però, ci pieghiamo ad esse per paura (del giudizio degli altri, dell’insuccesso nella vita, della riprovazione altrui...)
quindi
La libertà può sorgere solo quando si è uno stato mentale in cui non c'è paura, né coazione, né bisogno di sicurezza.
In sintesi: per essere liberi e autentici è necessario poter esplorare il mondo così come è senza pregiudizi. Cioè essere filosofi, come dici tu.
Che cosa ci impedisce di esplorare e di conoscere noi stessi e il mondo esterno? Che cosa ci impedisce di riconoscere i nostri talenti, il nostro daimon?
la paura
Il potere costituito si è sempre avvalso della paura per dominare le persone. La religione è stata spesso utilizzata a questo scopo (v. Spinoza, Fuerbach, Marx). Per spingere i sudditi a lavorare come schiavi o a farsi ammazzare in guerra, occorre saper creare in loro una grande paura.
Non dobbiamo dimenticarci che la via della conoscenza autentica comporta una lotta, spesso estrema. Che cosa ci aspettiamo? Che il mondo costruito sul potere favorisca la nostra libertà interiore?
Se, seguendo l’invito di Krishnamurti, osserviamo il processo nella sua interezza, appare veramente fantastico come ci condanniamo da soli a rimanere in trappola e a soffrire per senso di colpa o inadeguatezza.
La paura: tutti la riconosciamo. Siamo spaventati del futuro. Questa paura non è naturale, ma è prodotta dalla cultura dell’oppressione in cui viviamo immersi. Di fronte a questa paura indotta, che cosa fa il “potere” per impedirci il risveglio? Semplice: ci dice che la nostra paura è segno della nostra fragilità. Se avessimo più forza, non avremmo paura. Il potere ci insegna così a giudicarci. E al giudizio che cosa segue? Un incremento di paura: riconosciamo allora di non essere all’altezza. La colpa è nostra, che siamo deboli e incapaci. E quindi impotenti.
Riflettiamo: di che cosa ha bisogno il potere per continuare ad agire il suo sporco gioco? Di persone impotenti.
Il telegiornale è un fantastico strumento di potere: quali notizie vengono scelte ogni giorno?
Non osservare la TV non è la soluzione, ma una fuga. Osservarla, con moderazione e nella giusta prospettiva, ci mantiene svegli sui condizionamenti che ogni giorno cercano di imporci. La TV non è che la punta dell’iceberg.
Ma non basta liberarsi della paura. Occorre liberarsi anche dalla rabbia, che sorge non appena la paura si affievolisce. La rabbia, come la paura, è un inquinante che ci rende impotenti. La rabbia all’inizio può essere utile per darci una spinta. Ma guai ad assecondarla. La rabbia ci acceca e ci rende stupidi. E di che cosa il potere ha bisogno per crescere indisturbato? Di persone spaventate e ottuse, che si sentono inadeguate e depresse.
Come liberarsi di paura e di rabbia? Ce lo siamo detti nel seminario: prendendo l’ascensore...
Un abbraccio a tutti
domenica 28 marzo Mauro
Michael ha scritto:
Ciao Mauro,
Scrivo per ringraziarti, e per condividere qualche riflessione con te. Ecco quello che ho scritto l'altro giorno dopo l'incontro di costellazione e psicoteatro:
GRAZIE!
Insight:
Prendere il proprio posto nella vita
Prendere il proprio posto sulla terra
Sono una guida. Un padre. Un compagno, un marito.
Se io prendo il mio posto, anche gli altri potranno prendere il loro. Questa è la mia responsabilità.
Questo è il mio potere.
Finora sono stato poco consistente. (Con Sartre: nella vita come un viaggiatore sul treno senza biglietto, in attesa ansiosa del controllore...)
Un uomo è un uomo se prende il suo posto.
Se prende il potere che gli è dato.
Se accetta questa responsabilità.
GRAZIE RAFFI.
Tutto ciò dopo la costellazione con Mauro e Carolina (Claudia - Raffi - i figli).
Dopo finalmente, la chiusura del divorzio.
Ecco quello che è successo qualche giorno dopo:
sono esattamente dalla parte opposta. Di nuovo non ho opinioni su niente.
Profondo conflitto fra "Let go and let God" (ma non vuol dire semplicemente abdicare?) e "prendere posizione" o "prendere il mio posto sulla terra".
Qual è poi questo posto?
Sento che "altri" hanno convinzioni e agiscono, mentre io non ne ho e mi lascio fare. "Dovrei" fare questo e quest'altro.
Se altri hanno posizioni forti, se hanno opinioni e convinzioni, facciano pure!
Come si fa a sviluppare leadership, se non hai la minima convinzione sulla direzione da prendere?
Commento di Mauro: in quale stato di coscienza non hai consapevolezza su nulla? Dire non ho consapevolezza su nulla, senza precisare in quale stato, sottintende un quantificatore universale: non ho mai opinioni su nulla. Cosa palesemente falsa. Ecco un chiaro esempio di come un utilizzo non consapevole del linguaggio può assecondare le ragioni dell’Ego.
PNL è anche vigilare sull’utilizzo del linguaggio che utilizziamo nei nostri dialoghi interni. Metamodello 1 e 2 a manetta, finché l’auto-confrontazione diventa un automatismo (naturalmente, dopo aver preso l’ascensore... v. oltre).
Nel metamodello 2, una domanda fondamentale è: quello che dici, viene dall’Ego o dall’Anima? dalla piccola o dalla grande mente? da quale stato di coscienza? Da quale parte di te? Senza questa precisazione, manca l’indice referenziale: chi lo dice veramente?
…
Come fare a vedere con il cuore e prendere posizione da lì?
Mi sento debole, senza radici, senza posto, come una foglia sballottata nel vento.
Ma non è questo che bisogna essere e fare? Mollare il controllo, lasciarsi trasportare dalla vita, let go and let god?
Notevole esempio di confusione: sentirsi senza radici, deboli, senza forza, può mai essere il passaggio necessario per essere saggi? può mai essere equivalente al let go and let God?
Domanda: l’equivalenza lasciar andare = non prendere posizione, viene dall’anima o dall’Ego? E’ ovvio che viene dall’Ego, e serve alla sua politica oppressiva.
Infatti:
se non prendo posizione, se taccio, se assecondo ciò su cui non sono d’accordo, ci penserà il mio inconscio a compensare. Come? Sviluppando una parte aggressiva e tirannica, che poi dovrò tenere a bada (il piccolo militare oppressore, nel tuo linguaggio), sprecando una montagna di energia. Laisser faire e piccolo militare si tengono insieme, accomunati dal senso di impotenza.
L’Ego, individuale e collettivo, come è noto, è molto interessato a mantenere il nostro corpo di dolore (E. Tolle), utilizzando il senso di impotenza (cfr. sopra la mia risposta a Gianluca)
Sento però che non è così. Non mi sento a mio agio così, sento che mi mancano al contrario le radici nello spirito.
Grazie al cielo!
Qual è la differenza allora fra "lasciar andare" e "mollare"?
Sento che così sono solo debole. NON prendo il mio posto, e deludo e disoriento anche chi sta intorno a me.
"Prendere posizione" è bene o male?
Si può "prendere posizione" veramente, totalmente, virilmente, tantricamente, e allo stesso tempo non essere identificati con questa posizione? Non fare il gioco dell'Ego?
Ecco che Raffi mi dice: è qui che bisogna prendere l'ascensore, per togliersi dalle prospettive limitate delle parti e vedere lo scenario dall'alto.
Prendere l’ascensore! Prima, non dare credito ai dubbi e alle domande che sorgono e che ci confondono. Questa è essere leader di sé. Essere consapevoli che ai piani bassi abita l’Ego, e che dell’Ego occorre saggiamente diffidare. Vito Mancuso (La vita autentica) affronta con chiarezza il tema della fiducia in se stessi (p. 104)... una riflessione che merita attenta lettura.
E quello che arriva è: arrendersi, e stare con quello che c'è, qualunque cosa sia.
Su certe cose non potrò fare niente perché non è in mio potere. Ma è in mio potere dire ciò che penso, con calma e senza antagonismo, distinguendo ciò che apprezzo e ciò con cui non sono in accordo.
Precisazione: arrendersi, a livello dell’Ego = subire il potere altrui. A livello dell’anima = affidarsi a qualcosa di più grande, ad un’intelligenza, una visione più grande... cioè affidarsi alla grande mente. Il linguaggio va sorvegliato, in quanto ogni parola acquista significati diversi a seconda che venga pronunciata dall’Ego o dall’anima. (MM1 + MM2: arrendersi = verbo non specificato, mancanza di indice referenziale. Che cosa significa arrendersi? Arrendersi a chi? Chi si arrende? Si arrende l’Ego? Ci si arrende all’anima? Evviva!)
E poi lasciare il risultato all'universo.
Agire, agire con il cuore, agire totalmente, ma poi LET GO AND LET GOD!
27 febbraio 2010
Michael
9 marzo 2010
Libertà da, libertà di... libertà dal bisogno e dalla paura, libertà di agire, di esplorare, di conoscere..
Michael ci segnala un filmato di un dirigente che lascia il lavoro e cambia vita... Esce dal sistema e diventa creatore, inventore della propria esistenza... Guardiamolo e poi ci riflettiamo insieme