Guerra giusta e totale,
pace ideale
e distruzione dell’avversario
(di Eduardo Zarelli)
Non esiste periodo, società o regime politico che non abbia conosciuto e praticato la guerra.
L'antropologo Quincey Wright ha documentato, analizzando seicento società primitive, che il conflitto esiste da quando l'uomo è organizzato in comunità.
E’ altresì vero che la frequenza e la distruttività aumentano proporzionalmente al passaggio dalle culture preletterarie e arcaiche a quelle evolute e complesse, cioè al grado di "civilizzazione".
Il fatto che la guerra sia sempre esistita non ne riduce l'aspetto di eccezionalità. Il passaggio dallo stato di pace a quello di guerra è sempre stato segnato da netti stati di demarcazione. Nell'antichità questo passaggio è sacrale, ed è accompagnato da rituali rigorosi che attestano il salto dal profano al sacro. Le decisioni ultime attengono ai sacerdoti del culto, la violenza evocata va esercitata entro i limiti del conflitto stesso.
Nella modernità, questo retaggio, secolarizzato, mantiene
un formalismo giuridico
nella dichiarazione di guerra e nella divisa
che legittima il combattente
a svolgere ciò che in tempo di pace è considerato criminale.
In effetti, in ultima istanza, la guerra rende lecita l'uccisione altrui e propria, e il trattato di pace chiude questo lasso spazio-temporale eccezionale.
Violenza collettiva fra gruppi politici organizzati
All'oggi, paradossalmente, la delegittimazione della guerra, dopo i conflitti "totali" del XX secolo, i crimini e l'angoscia termonucleare, si diffonde endemicamente in forme mimetiche che coinvolgono anche il tempo di pace.
La guerra attuale non si dichiara più e, nel presunto "nuovo ordine mondiale", è una "operazione di polizia internazionale", una "guerra umanitaria" contro un nemico senza divisa, il terrorismo anonimo globalizzato.
Lo scontro tra gli interessi delle potenze rende l'economia, piuttosto che la cultura o la religione, uno strumento bellico e, in un'epoca mai così "pacifista", il conflitto si diffonde virilmente in ogni dove, illimitato e privo di regole, sul piano "globale" così come interno alle società stesse, nella competizione individualistica mercantile.
Ha scritto, in tal senso, Gaston Bouthoul: “C'è qualcosa di più terribile della guerra, è la pace comprata con la totale rinuncia alla vita e alla legge”; proprio grazie al pensatore francese, fondatore della polemologia - la scienza che studia la guerra non solo dal riduttivo punto di vista politico-militare, ma anche sociologico, psicologico e antropologico - che possiamo a questo punto ripartire alla ricerca di una definizione plausibile: "lotta armata e cruenta fra gruppi politici organizzati".
Massimo Fini considera la guerra come una violenza collettiva e organizzata fra gruppi politici contrapposti, legittimata da uno status che la fa ritenere lecita a entrambi i contendenti e durante la quale vigono leggi diverse da quelle usuali, regole all'interno delle quali la violenza, almeno formalmente, si circoscrive.
La guerra cavalleresca del Medioevo
Le guerre del XX secolo sono state dei massacri di massa.
La Prima Guerra Mondiale provocò dieci milioni di morti e trenta milioni di feriti, fra i quali otto milioni di mutilati, seminando caduti principalmente tra i combattenti.
La Seconda Guerra Mondiale provocò una carneficina tra militari e civili di circa cinquantacinque milioni di morti. Quando si studiano le guerre del passato, il contrasto appare sorprendente.
Dall'antichità fino al XVIII secolo, la guerra aveva infatti mobilitato solo frazioni relativamente poco consistenti delle società. Persino l'esercito romano, all'epoca della maggiore espansione, non contava più di seicentomila uomini, fra i quali vi era un'importante quota di contingenti mercenari; quella cifra corrispondeva a meno dell'1% della popolazione dell'Impero. I signori medievali mobilitavano effettivi che oggi considereremmo ridicoli. Le armate medievali più consistenti erano eserciti non permanenti, che non contavano mai più di ventimila uomini.
La grande massa della popolazione ne era esclusa per volontà di un'aristocrazia che nel portare le armi vedeva non un diritto generale, e meno che mai un dovere, bensì un vero e proprio privilegio.
Nell'Ancien Régime, la guerra è di fatto nel contempo uno sport e un gioco - a volte anche una prova che segna l'accesso all'età adulta. Riservata a una classe di età o a uno strato sociale, viene nella maggior parte dei casi condotta in conformità alle regole cavalleresche, cioè alla morale dell'onore.
Inoltre, scopo della guerra non è tanto la distrazione, quanto il conseguimento di un vantaggio decisivo: i belligeranti non cercano di eliminare l'avversario, ma di fargli riconoscere la sua inferiorità.
Una volta terminate le ostilità, si accordano per concludere quella che al tempo viene chiamata una "bella capitolazione".
Lo scopo della guerra è quindi la pace.
Questo carattere cavalleresco della guerra traspare soprattutto dal fatto che le armi che consentivano di uccidere a distanza furono a lungo considerate una trasgressione all'ideale della prodezza individuale e del combattimento leale. Già nell'antichità le armi da lancio erano mal considerate, perché giudicate alla stregua di un sotterfugio: gli opliti greci e i legionari romani se ne vietavano l'uso, e le formazioni di arcieri, frombolieri e giavellottisti erano essenzialmente composte da stranieri o da ausiliari di bassa estrazione.
Nel Medioevo, i primi versi della Chanson de Roland biasimano ancora i musulmani perché preferiscono i proiettili al combattimento ravvicinato. Il medesimo disprezzo si spostò in seguito verso le armi da fuoco. Dal momento che l'abilità del tiratore contava più delle sue qualità fisiche e morali, il moschetto venne considerato un'arma che non richiedeva coraggio. Machiavelli, che vedeva con favore soltanto la fanteria, respinge sdegnosamente l'artiglieria, spiegando che essa costituisce una forza che raggiunge l'obiettivo solo per caso.
Diritto delle genti e guerra simmetrica tra Stati
Nel 1648, trattati di Westfalia mettono termine alla “Guerra dei trent'anni” e iniziano a porre fine alle guerre di religione regolamentando il diritto di guerra. E in tale occasione che entra in gioco il diritto delle genti: esso precisa le condizioni nelle quali si ha il diritto di fare la guerra e come la si deve fare. Il diritto delle genti si fonda su concetti non discriminatori di guerra e nemico; il che vuoi dire che si basa sul principio di una perfetta simmetria fra gli Stati. Ciascuno Stato è detentore del diritto di fare la guerra o di restare neutrale; decide dunque liberamente della liceità o illiceità della guerra. D'altro canto, gli Stati belligeranti si riconoscono vicendevolmente, su un medesimo piano morale e giuridico: la guerra, in altri termini, si svolge “tra nemici egualmente giusti”. Questa eguaglianza giuridica e morale dei belligeranti rappresenta una svolta fondamentale, perché ogni Stato è autorizzato a ritenere di combattere per una giusta causa e nel contempo è tenuto a concedere agli avversari lo stesso diritto. Non venendo demonizzato, il nemico può benissimo essere l'alleato di domani. Altra distinzione operata dal "diritto delle genti" è tra combattenti e non combattenti - noi diremmo, in termini moderni: militari e civili - e anche tra i neutrali e i belligeranti, i nemici e i criminali eccetera. Gli individui non appartenenti alle forze regolari non hanno il diritto di combattere; in compenso, le loro vite devono essere risparmiate, per quanto possibile, dai belligeranti. Questa concezione è ancora quella alla quale fa riferimento Jean-Jacques Rousseau quando scrive, ne Il contratto sociale, che “la guerra non è una relazione da uomo a uomo, bensì una relazione da Stato a Stato, nella quale i singoli sono nemici solo accidentalmente, non come uomini e neppure come cittadini, ma come soldati”.
Rivoluzione francese, soldati della libertà e guerra di massa
A partire dal XVIII secolo si produce una nuova svolta. Da un lato si sviluppa una "religione della felicità", fondata su una morale dell'utilitarismo, che sfocerà nel pacifismo borghese. Dall'altro, l'universalismo individualistico liberale creerà, cristallizzandosi all'interno della vita politica, le condizioni di una trasformazione radicale della guerra, che da allora in poi si troverà a essere condannata sul piano del principio e nel contempo notevolmente aggravata sul piano della prassi. Con la Rivoluzione Francese la guerra, che in altri tempi era privilegio di pochi, diventa problema di tutti. Giacché i diritti del cittadino vanno di pari passo con i doveri del soldato, l'eguaglianza di fronte alla legge fa anche obbligo a ciascuno di andare a farsi uccidere quando la Repubblica lo esige. Già nel 1789 Dubois-Crancé grida che “ogni cittadino deve essere soldato e ogni soldato cittadino”. Due anni dopo, ne Lo spirito della Rivoluzione, Saint-Just chiede la soppressione dell'esercito di mestiere e l'instaurazione della coscrizione. Il 10 agosto 1793, in occasione della festa della Federazione, i delegati delle assemblee dipartimentali reclamano la "leva di massa". Essa viene decretata il 23 agosto: tutti i francesi, incluse le donne, i vecchi e i bambini, sono “da questo momento [...] in requisizione permanente per l'esercito”. Tutti i civili si trovano così potenzialmente trasformati in combattenti. Ogni individuo, trasformato in cittadino dal suffragio universale, attraverso la leva di massa diventa fante. Il numero delle vittime dei conflitti verrà ovviamente a esserne moltiplicato. Non si tratta però solo di una questione di numeri. La Rivoluzione assegna anche, immediatamente, un carattere ideologico alla mobilitazione generale. In quanto "uomo libero", il cittadino diventa un “soldato della libertà”. Il risultato più chiaro è che il nemico non ha più niente a che vedere con quel che era in passato. Le istruzioni del rivoluzionario Carnot sono chiare: “Regola generale: agire in massa e offensivamente [...] Ingaggiare grandi battaglie e inseguire il nemico sino all'intera distruzione”. L'esercito diventa così un modello sociale: un modello meccanico, a immagine del capitalismo nascente, che si impegna a pensare il mondo in termini razionali e matematici. Da allora in poi, il volume degli eserciti nazionali non smetterà più di crescere. Nella battaglia di Lipsia, Napoleone riesce a concentrare 180.000 uomini, cifra enorme per l'epoca. Il mondo è cambiato.
Dalla Grande Guerra alla guerra ideologica e umanitaria
La Prima Guerra Mondiale vedrà in totale la mobilitazione di oltre settanta milioni di uomini. Si tocca, in questo caso, il culmine. Ma la Grande Guerra è anche il trionfo della tecnica, con un'artiglieria che schiaccia senza discernimento uomini, animali, costruzioni e paesaggi. Ed è l'apparizione della guerra aerea che, venendo ad aggiungersi alla guerra terrestre e marittima, permette di attaccare il nemico nella retroguardia, tagliandogli le fonti di approvvigionamento, e di colpire le popolazioni civili. Infine e soprattutto, la Grande Guerra segna l'inizio delle guerre ideologiche moderne, le più distruttive. Al di là degli obiettivi immediati, gli Alleati si richiamano infatti al "diritto" e alla "libertà". Affermano di condurre la "guerra del diritto" contro la "barbarie tedesca". La guerra contrappone perciò chiaramente due concezioni del mondo, e la coalizione alleata pretende di essere l'unica a difendere una causa giusta. L'avversario non è più solamente un avversario, ma un colpevole, e il suo paese si vede negare, per squalifica morale, ogni normalità e sovranità. Distaccandosi bruscamente dall'antico diritto delle genti si torna dunque alla concezione discriminatoria della guerra e del nemico, nella quale uno dei due campi presenti si arroga il monopolio della "giustizia". La conseguenza di un tale modo di agire è la criminalizzazione del nemico. Una criminalizzazione tanto più pericolosa in quanto viene operata in nome dell'"umanità". Il nemico deve incarnare il male, l'ingiustizia, la negazione del diritto; il che giustifica il fatto che lo si ponga al di fuori dell'umanità per impedirgli di nuocere. Gli obiettivi di guerra degli Stati Uniti, definiti dai quattordici punti del presidente Thomas Woodrow Wilson, sono da questo punto di vista assolutamente chiari. Si tratta di pervenire alla “distruzione, ovunque si trovi, di ogni potere arbitrario” in grado di “turbare la pace”. A tale scopo, Wilson concepisce “l'istituzione di un'organizzazione di pace tale da avere la certezza che il potere combinato delle nazioni libere farà da ostacolo a ogni usurpazione del diritto, e tale anche da fare in modo che la pace e la giustizia siano pienamente salvaguardate da un vero tribunale dell'opinione pubblica, al quale tutti dovranno sottomettersi”. Già di per sé, il desiderio di “mettere fuorilegge la guerra” implica evidentemente la criminalizzazione di chi la fa. E tuttavia questa criminalizzazione non impedisce affatto la guerra; al contrario, la rende totale, poiché trae la propria legittimità dalla messa fuorilegge di un nemico che non è più autorizzato a richiamarsi ad alcun diritto. L'idea generale, del resto, non è che non ci saranno più guerre in futuro, ma che le uniche che si potranno fare d'ora in avanti dovranno essere guerre “giuste”, condotte in nome del "diritto" e del' "umanità".
Guerra totale e azioni di polizia internazionale
La seconda guerra mondiale, momento centrale del XX secolo, è stato uno degli avvenimenti più violenti che hanno segnato la storia dell'umanità. In primo luogo per la sua smisurata ampiezza, la sua portata senza precedenti. Con l'intensificazione e la progressiva estensione del conflitto, il campo di battaglia si è esteso all'intero pianeta e a tutti i continenti, tranne l'Antartico. Nel 1945, quasi tutti gli stati indipendenti si sono trovati coinvolti nella guerra. Le grandi potenze imperiali avevano trascinato con sé nello scontro, volenti o nolenti, le loro colonie d’Africa e d’Asia. E i paesi dell'America latina si erano tutti impegnati in favore della causa alleata. Al momento del crollo del Reich hitleriano, erano solo nove gli stati del mondo (l'Afghanistan, la Danimarca, la Spagna, l'Irlanda, la Mongolia, il Nepal, il Portogallo, la Svezia e la Svizzera) rimasti ufficialmente neutrali. Anche il numero dei soldati mobilitati ha superato ogni esempio precedente. Questa guerra planetaria è stata anche la "guerra totale" per definizione, caratterizzata dall'estensione delle "zone di fuoco" molto al di là dei campi di battaglia propriamente detti. Le popolazioni civili di tutt'Europa, della Russia occidentale e dell'Asia orientale subirono direttamente l'impatto delle operazioni militari, della prossimità dei vari fronti, dei rastrellamenti, delle repressioni e dei bombardamenti sistematici. Le recenti trasformazioni del diritto internazionale si collocano sulla diretta falsariga di questa evoluzione, che è consistita nel sostituire il concetto discriminatorio di "guerra giusta" ai princìpi non discriminatori dell'antico diritto delle genti. È un ritorno a una concezione religiosa della guerra, in cui la legge divina è stata semplicemente sostituita da una dimensione giuridica e ideologica. Le "guerre giuste" moderne, non rispettano alcuna limitazione e proporzionalità. Sotto questo profilo esse si ricollegano alle antiche "guerre sante" che, come si legge nella Bibbia, danno unzione divina allo sterminio del nemico. Coloro che conducono guerre di questo genere hanno l'obbligo di non risparmiare niente e nessuno. Poiché si ritiene che la vittoria confermi la superiorità della fede e della religione, il nemico viene del tutto naturalmente assimilato al Male, cioè a un nemico personale di Dio. Ogni riconciliazione con lui diventa impensabile, ma anche ogni pace, perlomeno sino a quando egli non si è convertito, dato che ciò significherebbe accettare un compromesso con il Male. Dal lato del "diritto", l'intervento armato si presenta come "azione di polizia internazionale", "legittima difesa", "sanzioni al servizio della pace", mentre dal lato opposto viene presentato come "aggressione" o "crimine contro la pace".
Guerra è pace. L'ordine mondiale statunitense
Come ha mostrato Cari Schmitt, la relazione specifica fra il concetto di guerra giusta, che crea una discriminazione tra i belligeranti, e quello di guerra totale, che mira ad annientare l'avversario, risiede nel fatto che il giusto può impiegare tutti i mezzi contro l'ingiusto: una evoluzione verso l'ostilità assoluta tanto più temibile in quanto si svolge in parallelo al perfezionamento dei mezzi di distruzione e alla globalizzazione del teatro di guerra. Non concludendosi più con un trattato di pace, la guerra deve continuare ancora dopo la fine dei combattimenti, nella misura in cui il "colpevole" resta ancora da punire. Così come nell'ottobre 1943 gli Alleati avrebbero annunziato l'intenzione di processare i vinti una volta ottenuta la vittoria, alla fine della Prima guerra mondiale essi esigono dalla Germania un'enorme indennità di 20 miliardi di marchi-oro, creando le condizioni di una crisi economica e di un'umiliazione psicologica che serviranno da terreno di coltura al nascente nazionalsocialismo. Si assiste a una sorta di rovesciamento della celebre tesi di Clausewitz: la politica diventa una continuazione della guerra con altri mezzi. II pacifismo ufficiale che traspare dall'atto di fondazione della Società delle nazioni ispira perciò una nuova concezione del diritto internazionale, che fa di esso una semplice maschera dell'imperialismo dei vincitori. Facendo appello al primato del diritto, costoro cercano di conferire alla situazione politica che risulta dalla loro vittoria un'apparenza o una garanzia di legittimità. La pace è dunque rappresentata come un ideale, ma tale ideale non impedisce la guerra. Essa continua anzi più che mai a essere giustificata in nome dell'ideologia. Laddove il pacifismo classico considerava la guerra in sé un male, l'ideologia dominante afferma che le guerre sono non soltanto legittime, ma necessarie quando si tratta di "punire" coloro la cui esistenza contraddice i princìpi del "nuovo ordine mondiale". Il diritto di ingerenza umanitaria si afferma contro la sovranità dei Popoli in nome di un'ideologia dei diritti dell'uomo considerata superiore a tutto, pace inclusa. Nel contesto attuale, la globalizzazione e la logica della guerra stanno procedendo "illimitatamente" di pari passo. Una potenza egemone è diventata l'alfiere della guerra e oggi minaccia apertamente persino il ricorso al suo arsenale nucleare, alimentando una ripresa del riarmo internazionale. Dalla fine della "Guerra fredda", basata sul terrore termonucleare degli opposti imperialismi sovietico e americano, a oggi, gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali usano la forza militare in sistematica violazione del diritto internazionale. In queste circostanze, Danilo Zolo descrive coerentemente un modello di ordine mondiale imposto - universalistico, monoteistico, imperiale - basato su una "guerra assoluta e illimitata" che ingenera una risposta asimmetrica ma complementare di tipo terroristico.
Tecnologia, capitale e guerra
La guerra moderna non rappresenta solo un confronto violento fra uomini, ma partecipa anche al processo dell'invenzione scientifica, dello "sviluppo" economico, garanzia di potenza, che raffina mezzi sempre più efficaci per uccidere vite e demolire opere plurisecolari. La tecnologizzazione della guerra ha cancellato ogni residua nozione di coraggio e audacia, per sostituirle con una concezione industriale, che afferma bisogni sempre crescenti di
armi di offesa e apparati di difesa sempre più precisi, efficaci, potenti. La stessa distruzione viene pianificata con programmi di ricostruzione ancora più giganteschi delle devastazioni apportate. La guerra (o la sua preparazione, come accadde durante i quarantacinque anni della guerra fredda) è un fattore decisivo, esponenziale, del dispiegamento massificante della tecnoscienza e del capitale. Con realismo, chi si impegna per impedire che il degrado bellicista uniformi il pianeta deve combattere per un mondo multilaterale e per un dialogo fra le civiltà del pianeta che consideri le differenze culturali e la complessità del mondo come una condizione irrinunciabile alla giustizia e alla pace. La pace non può essere vista come una astratta utopia universalistica, un modo per sfuggire alle proprie responsabilità politiche. “Per meritare la pace - diceva Ernst Junger - non basta non desiderare la guerra. La vera pace presuppone un coraggio che supera quello della guerra: è attività creativa, energia spirituale”.
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Il Consapevole - numero 5 - Febbraio/Marzo 2006