Ricchi più ricchi, poveri più poveri

Protossido di azoto

per il motore della globalizzazione

tratto da Best Before. Preparati al peggio.


(di Eugenio Benetazzo)

 

ABSTRACT

Come il protossido di azoto nel motore di un’auto sportiva, così il capitalismo attuato attraverso la globalizzazione è in grado di causare danni ingenti, fino alla distruzione (collasso) del sistema economico in cui è realizzato. Le conseguenze coinvolgono le sfere economica, finanziaria e sociale.

La globalizzazione dà vita ad una situazione di forte disomogeneità tra le classi sociali, che comporta un progressivo processo di impoverimento dello Stato, di indebitamento della classe borghese (massicciamente assorbita dalla classe povera), a favore di un forte guadagno esclusivo di grandi aziende e lobbies.

A cura di Monica Milani.





La globalizzazione è una conseguenza del turbocapitalismo.


Con questo termine si individua una miscela esplosiva fatta di capitali presi a prestito a bassi tassi di interesse ed un mare di strumenti finanziari derivati presenti sul mercato.


Questa miscela funziona proprio come il protossido di azoto nelle automobili da corsa: una volta iniettato nel motore, fa raggiungere performance strepitose.

Tuttavia il protossido d'azoto può causare l'esplosione del motore, soprattutto se usato in maniera irresponsabile e per un tempo eccessivo rispetto alla tolleranza meccanica e termica del motore stesso.


Immaginate la globalizzazione come il raggiungimento di elevata velocità per un motore (sistema capitalistico) in cui viene iniettato il protossido d'azoto (capitali di debito a tassi bassi e strumenti di copertura finanziari).

Il motore può girare con performance da capogiro per qualche decina di minuti, dopodiché deve essere completamento smontato e rettificato. Se l'alimentazione a protossido d'azoto si protrae per oltre i dieci minuti, potete tranquillamente aspettarvi l’esplosione della testata dei cilindri.


Quindi, per analogia, come il protossido d'azoto crea conseguenze al motore di un'auto sportiva, allo stesso modo la globalizzazione crea conseguenze al sistema economico, conseguenze che, in alcuni casi, possono assomigliare all'esplosione della testata dei cilindri.



Il motore sta per esplodere


Nel nostro caso, le conseguenze colpiscono tre sfere, tra loro differenti: quella economica, finanziaria e sociale.

Vediamo, per iniziare, quelle economiche.


La globalizzazione rappresenta uno stadio terminale, in quanto sta portando il sistema economico odierno al collasso industriale e finanziario.


Questa affermazione può sembrare molto forte, ma lasciatemi fornire le dovute spiegazioni ed alla fine converrete con me sul raggiungimento di questa conclusione.


La globalizzazione, a dispetto del capitalismo classico, è fautrice di enormi sperequazioni sulla ricchezza prodotta, vale a dire che quest'ultima non viene suddivisa e distribuita in maniera proporzionata tra coloro che hanno contribuito a crearla.


Attenzione: non che il capitalismo classico sia indenne da critiche, ma rimane tutt'oggi il sistema economico in grado di creare la maggiore diffusione di benessere e prosperità a fronte di limitati episodi di sfruttamento.


Si deve al sistema capitalistico classico la nascita della media borghesia: la classe sociale che rappresenta la componente sociale trainante per la crescita di ogni nazione.


La globalizzazione, invece, dà vita ad una situazione di forte sproporzione e disomogeneità, arrivando a creare solo due classi sociali: i molto ricchi (una minoranza) e i molto poveri (la maggioranza), sopprimendo lentamente, per le conseguenze economiche e sociali che derivano, proprio la classe media borghese.



Un meccanismo perverso


Con la globalizzazione, i grandi stabilimenti ed i posti di lavoro vengono trasferiti in aree del globo terrestre in cui la manodopera è particolarmente a buon mercato.


Successivamente l'output produttivo (beni, prodotti, merci) di questi stabilimenti industriali de-localizzati viene importato proprio nel paese in cui gli stabilimenti industriali sono stati chiusi e trasferiti.


Questo processo non crea ricchezza: quanto, piuttosto, sperequazione.


Infatti non si arricchisce nessuno, se non le multinazionali ed i gruppi industriali artefici di queste ristrutturazioni aziendali.


Nel Paese da cui la produzione viene trasferita (paese A), migliaia di lavoratori vengono privati del loro posto di lavoro, e nel Paese in cui la produzione è stata trasferita (paese B), migliaia di nuovi lavoratori vengono sfruttati a fronte di un salario ridicolo.


Questi Paesi sono uno legati all'altro,

entrambi sono

destinati a collassare.


Il Paese A a causa di una progressiva perdita di capacità di consumo dovuta ad una sensibile riduzione del reddito (che diventa saltuario o a singhiozzo). Il Paese B, quello sfruttato per la manodopera locale, percepisce un iniziale lieve miglioramento grazie ai posti di lavoro trasferiti, ma rimane il fatto che la sua popolazione non ha la capacità di spesa presente nel Paese A.

Questo determina un vero e proprio effetto "protossido d'azoto": avendo abbattuto in maniera consistente i costi di manodopera, le grandi aziende de-localizzate aumentano, semestre dopo semestre, i propri profitti.


I ricavi di vendita, tuttavia, trovano manifestazione economica ancora e solo nel Paese originario, in quanto il mercato interno del Paese in cui si è spostata la produzione non è in grado di assorbire merci e prodotti, per mancanza di una classe sociale sufficientemente abbiente.


Nel frattempo, - e questo è un fenomeno molto lento e progressivo - il Paese A vede ridurre proprio la sua capacità di consumo interno, in quanto fenomeni sociali come il lavoro precario e l'impiego a singhiozzo (che hanno sostituito i posti di lavoro stabili e sicuri, che ora sono stati portati nel Paese B) iniziano a compromettere il reddito medio della classe borghese.


Inizialmente, pur di continuare a consumare come prima, ci si indebita: per sopravvivere, non per fare investimenti.


In seguito, quando il sistema diventa saturo e quei pochi stipendi rimasti sono spesi ancora prima di essere accreditati, allora inizia il conto alla rovescia: il default dell'intero Paese.



Italia: il conto alla rovescia dell'indebitamento è cominciato


Se ci pensate tutto questo sta accadendo anche all'Italia: nel momento in cui scrivo la classe politica si compiace per un PIL al 2% (dopo quattro anni di stasi ed una media europea del 2,5%).


C'è una spiegazione per questo dato: il ricorso al debito attraverso finanziarie e società di microcredito ha contribuito ad aumentare il valore dei servizi erogati dal Sistema Italia.


Pensate che, solo


negli ultimi due anni,

il PIL è stato sostenuto

dall'erogazione di mutui


ipotecati: i mutui ipotecari hanno avuto un peso del 20% nell'incremento del PIL.


Il pericolo della globalizzazione

risiede principalmente

nel processo di

impoverimento di uno Stato


a vantaggio di un ristretto gruppo di lobbies, industriali e bancarie, il cui unico interesse è la massimizzazione dei profitti.


L'essenza è tutta qui. Ecco il punto chiave.


Non si è arricchito nessuno, né il Paese che ha subito la chiusura degli stabilimenti, né il Paese che li ha visti aprire: ci ha spudoratamente guadagnato solo chi ha spostato la produzione e importato i prodotti, con un margine di guadagno in certi casi anche triplicato.


Ecco spiegato perché le borse salgono: vedono fior di aziende fare grandi utili (profitti) e pertanto, in futuro, si aspettano un flusso di dividendi sempre maggiori. Purtroppo si sbagliano.


Questo livello di utili (profitti) elevati non è destinato a durare, a causa del progressivo indebitamento e della progressiva incapacità di consumo che la globalizzazione causa sui mercati in cui riversa le merci ed i beni prodotti con un artificioso ed ingannevole espediente produttivo.


Non può durare a lungo: i Paesi poveri producono per la richiesta di quelli ricchi, che lentamente perdono il loro stato di benessere borghese in virtù della perdita dei siti di produzione al loro interno.

Per scaricare l’articolo clicca qui (Pdf 1,3 Mb)  

Il Consapevole - numero 12 - Agosto/Settembre 2007