Tutti in transizione!
Intervista a Rob Hopkins,
ideatore del modello Transition Town
(di Ellen Bermann)
ABSTRACT
Il modello Transition Town nasce in Irlanda e Inghilterra nel 2005, al fine di elevare la consapevolezza e di favorire l’attivazione delle comunità riguardo a problematiche legate all’insediamento sostenibile. Il modello ricerca metodi di riduzione dell’utilizzo di energia e dei prodotti petroliferi (la fine dell’era del petrolio è vista come un’opportunità), a favore di un incremento dell’autonomia produttiva locale.
Il metodo prevede una continua calibrazione delle necessità di ogni realtà locale, in cui tutti gli individui, le organizzazioni e le associazioni sono chiamati ad apportare il proprio contributo creativo, alla ricerca di soluzioni ecologiche.
Di seguito, un momento di riflessione riguardo alla realtà attuale della realizzazione del progetto, e alle sue potenzialità future.
A cura di Monica Milani.
“Qualcuno dice che è irrealistico, idealistico e che non potrà mai realizzarsi. Ma io dico che non sono realistici quelli che vogliono continuare sulla vecchia strada. Quello è sognare. Ricordate che la vecchia strada non si è realizzata da sé. L'hanno creata delle persone. E anche noi siamo persone. Creiamo quindi qualcosa di nuovo”.
Annie Leonard "The story of Stuff " ( www.storyofstuff.com )
Tempi di cambiamento, tempi di transizione.
Continuiamo il nostro viaggio nel movimento britannico delle Transition Towns e conosciamo meglio i suoi protagonisti.
Rob Hopkins è il co-fondatore del Transition Network, la rete che in Gran Bretagna sta coordinando il movimento, oltre che della Transition Town Totnes, prima città in transizione sul suolo britannico.
Hopkins, padre di 4 figli, per molti anni è stato insegnante di permacultura e di costruzioni naturali, principalmente quando viveva ancora in Manda. E proprio a Kinsale, in Manda, ha iniziato a maturare le prime riflessioni sulla transizione, che poi sarebbero sfociate nel piano di discesa energetica per la cittadina che lo ospitava, e successivamente nell'idea della Transition Town (città in transizione). Attualmente vive a Totnes, nel Devon, e si dedica appassionatamente all'orticoltura. Scrive e propone conferenze sul tema della transizione. Cura il sito www.transitionculture.org ed è autore del libro Transition Handbook (Green Books, a breve Arianna Editrice per l'edizione italiana), una guida che identifica i principi e gli assunti su cui si basa l'approccio Transition Town e che racconta le diverse esperienze in atto. Rob, che ha vissuto in Italia per tre anni durante i primi anni Novanta, nutre ancora oggi una profonda passione per il nostro Paese.
Cosa rende il modello transizione così potente e coinvolgente per le persone?
Penso che sia il fatto che il punto da cui parte non è quello di instillare sensi di colpa e paure nelle persone, ma piuttosto di favorire la riflessione su come si potrebbe articolare una sorta di ottimismo impegnato.
Se si crea un modello basato su un ottimismo impegnato, si fornisce qualcosa per cui le persone hanno una sete tremenda. Quando vivi in un mondo in cui sei circondato costantemente da brutte notizie, statistiche ed informazioni deprimenti, queste ti impediscono di vedere una via d'uscita.
L'approccio Transition Town fornisce alle persone un percorso che possono seguire ed una serie di strumenti che permettono loro di riprendersi un minimo di controllo sui cambiamenti che avverranno nei prossimi 10-15 anni.
Penso che una delle ragioni per cui il movimento stia crescendo così velocemente è data dal fatto che sta colmando una sorta di vuoto.
Le principali organizzazioni ambientaliste si sono sempre focalizzate su campagne "contro" qualcosa: la distruzione globale degli ecosistemi, il riscaldamento globale, e così via. Mancava però uno sforzo per identificare una visione del "come il mondo potrebbe essere": il modello Transition funziona o sembra funzionare - non siamo ancora sicuri che effettivamente funzioni! - perché coinvolge veramente le persone, offrendo loro un percorso possibile e positivo.
Si tratta di un invito ad essere parte di un qualcosa di grande importanza storica. Non diciamo mai: "Ecco il modello, funziona, prendilo e mettilo in atto, perché è fantastico".
È un processo di apprendimento continuo e condiviso, in cui il modello Transition e gli strumenti sono continuamente rivisti e ritoccati attraverso una serie di interazioni.
Il tutto è partito dal percorso di discesa energetica elaborato per Kinsale (Manda) sul quale poi tantissime persone hanno fornito i propri commenti. Poi è stato redatto il "Primer" (una bozza sulla transizione) a cui nuovamente le persone hanno contribuito con utilissime aggiunte. E’ un percorso, un invito a contribuire con la propria creatività.
Dopo il grande successo delle Transition Towns nel Regno Unito, il modello inizia ad essere esportato. Quali sono le principali sfide ed opportunità di questo modello applicato in altri Paesi?
Penso che una delle maggiori sfide sia quella di rettificare la percezione che la transizione si sia già compiuta al 100% in Gran Bretagna, mentre è tuttora un'idea emergente ed un movimento molto giovane.
“Transition” in realtà significa una serie di principi, strumenti, risorse e persone di una comunità che li stanno sperimentando.
Certamente, per proporre il modello in altri Paesi, dobbiamo tenere presente la questione della traduzione, primariamente in termini di lingua, ma anche in termini di cultura. Al momento il tutto è principalmente focalizzato sul mondo anglosassone: Regno Unito, Nuova Zelanda, Australia, Stati Uniti d'America e poi sempre di più anche in altri Paesi e lingue europee.
Ora ci si potrebbe interrogare su come il tutto potrebbe essere nel contesto dei Paesi in via di sviluppo, come potrebbe funzionare e come tradurlo. Nei Paesi sviluppati abbiamo distrutto gran parte della nostra resilienza, in particolare per quanto riguarda i sistemi alimentari e quindi la produzione di cibo. Certamente noi nel Regno Unito lo abbiamo fatto in modo ancora più efficace di quanto non lo abbiate fatto voi in Italia, in Francia e così via. Se poi riflettiamo sulla Cina e l'India, dove i sistemi agricoli ed i sistemi di rifornimento locali si trovano a dover subire una pressione ed un attacco molto forti, arriviamo alla conclusione che in quei contesti il tutto dovrà essere affrontato in modo alquanto differente.
Come inciderà l'attuale crisi economico-finanziaria ed un prezzo del petrolio attualmente sotto i 50 dollari al barile sul movimento e i suoi presupposti?
Penso che lo faccia in vari modi. Dobbiamo veramente enfatizzare le connessioni tra quello che sta succedendo e quanto la crisi economica sia rafforzata dalla questione del picco del petrolio.
Le persone potrebbero iniziano a credere che, visto che il petrolio è nuovamente sceso a 50 dollari al barile, questo non sia più un problema, mentre è proprio a causa del picco che il prezzo è sceso: l'economia mondiale non era più in grado di reggere un prezzo così alto, causato da meccanismi di domanda e offerta, e questa è stata una delle questioni chiave che ci ha portato in recessione.
Nei prossimi anni il movimento Transition Towns avrà il ruolo chiave di ribadire con forza che
la crescita economica è oramai defunta
e che proprio l'idea promossa dal governo del Regno Unito di dedicarci di più allo shopping per uscire dalla recessione ci ha condotto all'attuale scenario.
Se consideriamo la situazione attuale, ci rendiamo conto di essere di fronte alla prima recessione rafforzata da un picco energetico.
Siamo in un momento di cambiamento storico:
l'umanità sta iniziando la
discesa dalla montagna energetica,
sulle pendici della quale ci siamo arrampicati durante gli ultimi 150 anni.
Anche l'idea della crescita economica è finita.
Prima riusciremo ad essere realisti su questo e inizieremo a considerare le conseguenze, meglio sarà.
Ma non sembra che il cambiamento di prospettiva potrà avvenire per opera dei governi, almeno non nell'immediato, i quali sono ancora propensi a credere nell'esistenza di un "motore" in grado di riportare tutti alla crescita economica nel giro di 2-3 anni.
Per questo motivo ritengo che sia importante che il lavoro sulla transizione inizi a livello di comunità, relegando le implicazioni della crescita economica ad una cosa del passato.
Come interagisce il movimento Transition Towns con altre iniziative ambientali o sociali?
A livello locale, è certamente molto importante interagire con iniziative e gruppi operanti sul territorio, come i gruppi ambientalisti, i gruppi comunitari, i gruppi che si occupano della storia locale e così via - questa è una cosa che sottolineiamo con forza.
A livello nazionale lavoriamo con diverse organizzazioni e penso che sia un lavoro veramente utile.
Non è sufficiente avere solo gruppi ambientalisti che parlano con altri gruppi ambientalisti e gruppi comunitari che parlano con altri gruppi comunitari: abbiamo bisogno di una mobilitazione ad ampio spettro, capace di creare nuove sinergie tra organizzazioni che, magari, durante il corso degli ultimi quarant'anni, non hanno avuto nulla a che fare l'una con l'altra. Se riusciremo a fare questo potremmo creare qualcosa di veramente straordinario.
Ma il modello Transition Towns ha incassato anche delle critiche...
È stato molto stuzzicante il fatto che l'unica critica sia arrivata da un gruppo ambientalista dell'ala della sinistra radicale. Inizialmente si ipotizzava che l'idea potesse essere attaccata dalla destra, dai fautori del libero mercato, ma così non è stato. Comunque i dibattiti, le discussioni e le critiche sono veramente utili e importanti per dare forma alla idee e sarebbe molto pericoloso ignorarle.
A volte l'approccio Transition viene criticato perché ritenuto ingenuo nell'immaginare che possano essere le persone a cambiare le cose, che le comunità possano proporre dei cambiamenti.
Secondo la mia esperienza è solo così che i cambiamenti possono avvenire: le persone si uniscono, si ispirano reciprocamente - è questo il modo in cui in passato sono nati i grandi movimenti.
Penso che se vogliamo superare i prossimi dieci anni dobbiamo creare molti movimenti come questo, non importa se li chiameremo Transition, oppure in un altro modo. L'importante è che lo facciamo.
Dalla sua nascita, alcuni principi e la struttura del network hanno subito dei cambiamenti. Perché e come?
Perché non sappiamo come farlo, nessuno lo sa, è un processo in evoluzione ed in crescita.
Abbiamo creato una serie di principi ed ipotesi e li abbiamo diffusi nel mondo, con le persone che li sperimentavano e li mettevano in pratica. Il 28 novembre 2008 abbiamo avuto a Nottingham una conferenza sulla transizione in ambito urbano. Oramai ci sono tanti gruppi che stanno sperimentando il modello in città e quindi nascono degli interrogativi: come si applica il modello in ambito urbano? Hanno bisogno dei medesimi principi? Utilizzano gli stessi strumenti? Per capire cosa potrebbe funzionare e cosa no, raduniamo circa centocinquanta persone che provengono da tutto il Paese e lo chiediamo loro.
Dobbiamo sempre tenere presente che la transizione è un processo in divenire, dove si sperimenta, si documenta e si diffonde. È veramente importante saper cambiare di continuo.
Il mio ruolo e quello del network non è quello di dire a al mondo: "eccovi il modello, funziona al 100%", ma di assistere e facilitare, rivedere e aggiornare continuamene il modello. È davvero una grande sfida.