Depressione:


la malattia dell'Occidente

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Alla base c'è quel deserto affettivo che è diventato il paesaggio abituale dell'uomo occidentale e che la psichiatria rubrica sotto il nome di "depressione" che, come ci ricorda Eugenio Borgna, a partire dagli anni settanta, è diventata la forma per eccellenza della sofferenza psichica, liquidando d'un colpo le forme "nevrotiche" che hanno caratterizzato il nostro secolo, e quindi anche la psicoanalisi nata e cresciuta come cura della nevrosi.


La nevrosi infatti è un conflitto tra il desiderio che vuole infrangere la norma e la norma che tende a inibire il desiderio. Come conflitto, la nevrosi trova il suo spazio espressivo nelle società della disciplina che si alimentano della contrapposizione permesso/proibito, una macchina che i più vecchi tra noi conoscono perché regolava l'individualità fino a tutti gli anni cinquanta e sessanta. Poi, a partire dal Sessantotto, e via via nel corso degli anni successivi, la contrapposizione fra il permesso e il proibito tramonta, per far spazio a una contrapposizione ben più lacerante che è quella tra il possibile e l'impossibile.


Che significa tutto questo agli effetti della depressione? Significa, come opportunamente osserva il sociologo francese Alain Ehrenberg, che, nel rapporto tra individuo e società, la misura dell'individuo ideale non è più data dalla docilità e dall'obbedienza disciplinare, ma dall'iniziativa, dal progetto, dalla motivazione, dai risultati che si è in grado di ottenere nella massima espressione di sé.


L'individuo non è più regolato da un ordine esterno, da una conformità alla legge, la cui infrazione genera sensi di colpa (per cui il vissuto di colpevolezza era il nucleo centrale delle forme depressive), ma deve fare appello alle sue risorse interne, alle sue competenze mentali, per raggiungere quei risultati a partire dai quali verrà valutato.


In questo modo, dagli anni settanta in poi, la depressione ha cambiato radicalmente forma: non più il conflitto nevrotico tra norma e trasgressione con conseguente senso di colpa, ma, in uno scenario sociale dove non c’è più norma perché tutto è possibile, il nucleo depressivo origina da un senso di insufficienza e di inadeguatezza per ciò che si potrebbe fare e non si è in grado di fare, o non si riesce a fare secondo le aspettative altrui, a partire dalle quali ciascuno misura il valore di se stesso. (vedi file Giudizio)


Per effetto di questo mutamento, scrive Ehrenberg:



  1. La figura del soggetto ne esce in gran parte modificata. Il problema dell'azione non è: ho il diritto di compierla? ma: sono in grado di compierla? Ormai ci troviamo tutti coinvolti in un'esperienza in cui il riferimento a ciò che è permesso è inquadrato in un riferimento a ciò che è possibile.



Questo mutamento strutturale della depressione, così ben individuato da Ehrenberg, ha fatto sì che i sintomi classici della depressione, quali la tristezza, il dolore morale, il senso di colpa, passassero in secondo piano rispetto all'ansia, all'insonnia, all'inibizione, in una parola alla fatica di essere se stessi. E questo perché in una società dove, come scrive Borgna:



  1. La norma non è più fondata, come in passato, sull'esperienza della colpa e della disciplina interiore, ma sulla responsabilità individuale, sulla capacità di iniziativa, sull'autonomia nelle decisioni e nell'azione, [...] la depressione tende a configurarsi non più come una perdita della gioia di vivere, ma come una patologia dell'azione, e il suo asse sintomatologico si sposta dalla tristezza all'inibizione, alla perdita di iniziativa in un contesto sociale dove "realizzare iniziative" si costituisce come un criterio decisivo al fine di misurare e di sigillare il valore della persona.



Qui intervengono i nuovi farmaci antidepressivi (quelli venuti dopo gli antidepressivi triciclici) che hanno assunto come orizzonte terapeutico elettivo quello di sopprimere l'insonnia e l'ansia parossistica, oppure la perdita più o meno estesa di iniziativa, l'inibizione all'azione, il senso di fallimento e di scacco - fattori, questi, che entrano in implacabile collisione con i paradigmi di efficienza e di successo che la società odierna considera essenziali per definire la dignità e la significanza esistenziale di ciascuno di noi. Del resto già Freud, considerando le richieste che la società esigeva dai singoli individui, a più riprese si chiedeva se alle volte:



  1. Non è forse lecita la diagnosi che alcune civiltà, o epoche civili, e magari tutto il genere umano, sono diventati "nevrotici" per effetto del loro stesso sforzo di civiltà? [...] Pertanto non provo indignazione quando sento chi, considerate le mete a cui tendono i nostri sforzi verso la civiltà e i mezzi usati per raggiungerle, ritiene che il gioco non valga la candela e che l'esito non possa essere per il singolo altro che intollerabile.


Questa intollerabilità, a parere di Freud, era dovuta all'eccesso di regole che governano le società civili, e ciò consentiva di inscrivere la depressione nel novero delle "nevrosi", dove si registra il conflitto tra norma e trasgressione, con conseguente vissuto di colpevolezza. Oggi le norme limitative non esistono più, per cui ciò che un tempo era proibito è sfumato nel possibile e nel consentito.


Per effetto di questo slittamento, oggi la depressione non si presenta più come un conflitto e quindi come una "nevrosi", ma come un fallimento nella capacità di spingere a tutto gas il possibile fino al limite dell'impossibile. E quando l'orizzonte di riferimento non è più in ordine a ciò che è permesso, ma in ordine a ciò che è possibile, la domanda che si pone alle soglie del vissuto depressivo non è più, osserva Ehrenberg: "Ho il diritto di compiere questa azione?", ma "Sono in grado di compiere questa azione?".


Quel che è saltato nella nostra attuale società è il concetto di limite. E in assenza di un limite, il vissuto soggettivo non può che essere di inadeguatezza, quando non di ansia, e infine di inibizione. Tratti, questi, che entrano in collisione con l'immagine che la società richiede a ciascuno di noi e, come scrive Borgna:


  1. La coscienza di questo crudele fallimento sul piano della responsabilità e dell'iniziativa dilata (amplifica) immediatamente i confini della sofferenza e dell'inadeguatezza che sono presenti in ogni depressione e che i modelli sociali dominanti rendono ancora più dolorose e talora insanabili.



Alain Ehrenberg vede l'origine dell'odierna depressione, così diversa da quella che si legge nei manuali di psicoanalisi e psichiatria troppo disattenti ai mutamenti sociali, in due cambiamenti di tendenza registrati negli ultimi trentanni della nostra storia circa il modo di concepire l'individuo e le possibilità della sua azione. Il primo cambiamento si è registrato verso la fine degli anni sessanta quando, scrive Ehrenberg:



  1. "Emancipazione" è la parola d'ordine che assembla l'intero continente giovanile: "tutto è possibile". Il movimento è anti-istituzionale: la famiglia è una camera a gas, la scuola una caserma, il lavoro (e il suo rovescio, il consumismo) un'alienazione, e la legge (borghese s'intende) uno strumento di sopraffazione di cui ci si deve liberare ("vietato vietare"). Una libertà di costumi fino ad allora sconosciuta si coniuga a un progresso delle condizioni materiali, e nuove prospettive di vita diventano una realtà tangibile nel corso del decennio. Se la follia, nel comune sentire dei primi anni Settanta, appare come il simbolo dell'oppressione moderna e non più come una malattia mentale, questo è appunto dovuto al fatto che tutto è possibile: il pazzo non è malato, è solo diverso, e soffre proprio per la mancata accettazione della sua diversità.



Su questa cultura preparata dal Sessantotto, ma che il Sessantotto aveva pensato in termini sociali, si impianta, per uno strano gioco di confluenza degli opposti, la stessa logica di impostazione americana, giocata però a livello individuale, dove ancora una volta tutto è possibile, ma in termini di iniziativa, di performance spinta, di efficienza, di successo al di là di ogni limite, anzi con il concetto di limite spinto all'infinito, per cui Ehrenberg si chiede:



  1. Qual è il "limite" tra un ritocco di chirurgia estetica e la trasformazione in androide di un Michael Jackson, o tra un'abile gestione dei propri umori grazie ai farmaci psicotropi e la trasformazione in "robot chimici", o tra le strategie di seduzione "troppo" spinte e l'abuso sessuale, o tra il riconoscimento dei diritti degli omosessuali e il diritto all'adozione finora non ancora sancito dalla legge? E via esemplificando. Sono proprio le frontiere della persona e quelle tra le persone a determinare un tale stato di allarme da non sapere più chi è chi.



Come scrive Augustin Jeanneau: "La liberazione sessuale ha sostituito la preoccupazione di sbagliare con la preoccupazione di essere normali". Espressione sintomatica del cambiamento, non dissimile da quella segnalata da Vidiadhar Naipaul:



  1. Non potevo più rassegnarmi al destino. Il mio destino non era di essere buono, secondo la nostra tradizione, ma di fare fortuna. Ma in che modo? Che cosa avevo da offrire? L'inquietudine cominciava a mangiarmi dentro.



E allora psicofarmaci o, se vogliamo anche un certo piacere, droga. Tra l'odierna depressione e la tossicodipendenza Ehren-berg traccia un parallelismo che approda alla complementarità. E questo perché:



  1. La depressione è la degenerazione di un individuo che è solo se stesso e, di conseguenza, mai se stesso, come se corresse perpetuamente dietro alla propria ombra. Se la depressione è la patologia di una coscienza che è solo se stessa, la dipendenza è la patologia di una coscienza che non è mai sufficientemente se stessa, mai sufficientemente colma di identità, mai sufficientemente attiva, perché troppo indecisa, troppo esplosiva. La depressione e la dipendenza sono come il diritto e il rovescio di una medesima patologia dell'insufficienza.



Il vissuto di insufficienza, causa prima della depressione odierna, attiva la dipendenza psicofarmacologica, dove le promesse di onnipotenza assomigliano non a caso a quelle che popolarizzano la droga.


Il farmacodipendente e il tossicodipendente sono infatti due versanti di quel tipo umano che infrange la barriera tra il "tutto è possibile" e il "tutto è permesso". Essi radicalizzano la figura dell'individuo sovrano, e pagano il conto con la schiavitù della dipendenza, che è il prezzo della libertà illimitata che l'individuo si assegna.


Ma i nuovi antidepressivi sono in un certo senso più insidiosi delle droghe, perché le molecole messe oggi sul mercato dalle industrie farmaceutiche contro la depressione alimentano l'immaginario di poter maneggiare illimitatamente la propria psiche, senza i rischi di tossicità delle droghe o gli effetti secondari dei vecchi antidepressivi. In questo modo lo psicofarmaco, sopprimendo i sintomi della depressione, che è un arresto nella corsa sfrenata a cui siamo chiamati, accelera tale corsa, rendendoci perfettamente omogenei alle richieste sociali.


Mettendo a tacere il sintomo, vietando che lo si ascolti, psicofarmaci e droghe inducono il soggetto a superare se stesso, senza essere mai se stesso, ma solo una risposta agli altri, alle esigenze efficientistiche e afinalistiche della nostra società, con conseguente inaridimento della vita interiore,  desertificazione della vita emozionale,  omologazione


















Nel 1887, un anno prima di scendere nel buio della follia, Nietzsche annunciava profeticamente "l'avvento dell'individuo sovrano, uguale soltanto a se stesso, riscattato dall'eticità dei costumi". Oggi, a cento anni dalla morte di Nietzsche, possiamo dire che l'emancipazione ci ha forse affrancati dai drammi del senso di colpa e dallo spirito d'obbedienza, ma ci ha innegabilmente condannati al parossismo della prestazione, dell'iniziativa e dell'azione, nella più assoluta incapacità di essere se stessi, al di là delle richieste sociali di efficienza, iniziativa, rapidità di decisione e di azione, di cui non è dato scorgere il limite.


E così la fatica depressiva (da prestazione, ndr) ha preso il sopravvento sull'angoscia nevrotica (da colpa, ndr.). Una considerazione, questa di Ehrenberg, su cui dovrebbero riflettere psichiatri e psicoanalisti che, impegnati a cercare l'origine della depressione nel fondo biologico del nostro corpo, o nella chiusa interiorità della nostra anima, non sollevano mai lo sguardo, come invece accadeva negli anni settanta, per dare un'occhiata al sociale, dove, nell'ambito ristretto del proprio individualismo e dell'autoaffermazione esasperata, è collassata la relazione sociale e soprattutto quella affettiva.


Di qui la necessità di congedarci dal cerchio ristretto del mondo psicologico e del suo arroccamento sulle sorti dell'individuo, per puntare lo sguardo su quella frattura sempre più esasperata nel nostro tempo tra pubblico (la società) e privato (la famiglia). Ci riteniamo civili per aver fatto questa distinzione, e per aver salvaguardato con questa distinzione la nostra libertà privata. Quella dei nostri sentimenti che fuori non possono apparire, quella dei nostri vissuti che in pubblico dobbiamo contenere, all'insegna di quel risparmio emotivo che interrompe la comunicazione tra pubblico e privato, tra famiglia, luogo dei nostri affetti, e società, luogo delle nostre rappresentazioni.


Ma forse questa separazione è divenuta esasperata, e a quel privato che è la famiglia il pubblico può apparire come il deserto della non-comunicazione, un deserto senza catastrofe e senza tragedia, perché ciò che lo contrassegna è semplicemente l'indifferenza che cerca di mascherare se stessa con il frasario convenuto delle buone maniere.


Una società del disimpegno di massa che trasforma il corpo sociale (il pubblico) in un corpo esangue, in un organismo deprivato di ogni interesse, in un luogo di non-comunicazione, quasi uno spazio in disuso, dove le professioni possono anche funzionare ma senza una partecipazione emotiva, e dove le operazioni sociali avvengono in quella condizione di indifferenza burocratica che somiglia all'assenza di gravità.


Non lo sconforto metafisico che caratterizzava la fine del secolo XIX quando Nietzsche annunciava il crollo di tutti i valori, ma l'assoluta indifferenza. Questa è la bella notizia del nostro tempo che sembra abbia oltrepassato persino il limite segnalato da tutte le diagnosi filosofiche e sociologiche sul nichilismo della civiltà europea. Nessuna angoscia, nessun pessimismo, solo una bulimia di sensazioni, di sesso, di divertimento che non compensa quel vuoto di comunicazione per cui, uscendo dalla soglia di casa, si entra in quel mondo anaffettivo dove ciascuno di noi perde il proprio nome perché è individuato solamente dalla sua funzione.


Qui il deserto non si traduce più come nell'entusiasmo degli anni sessanta in rivolta, in grido, in sfida alla comunicazione, ma in quell'estetica fredda tipica dell'esteriorità e della distanza. Quando il sociale va in disuso, il privato resta senza ricambio d'aria, e l'asfissia porta o alle stragi in famiglia o ai suicidi di famiglia. La morte diventa equivalente alla vita, talvolta preferibile a una vita a cui è stato tolto quell'ossigeno che è la comunicazione.


In un sistema disinvestito affettivamente, infatti, basta anche un avvenimento modesto, un nonnulla, perché la nausea della vita non trovi più alcuna resistenza. E allora senza clamore, senza motivo, in quel deserto di indifferenza asfissiante che toglie al nucleo familiare anche le tracce biologiche dell'affettività, ciascuno dei componenti della famiglia diventa agente attivo del deserto, lo amplifica, lo estende finché il deserto non ha più né inizio né fine. È questo il momento in cui ci si arrende, perché l'indifferenza del mondo di fuori è entrata anche nella casa.


In una società della pubblica indifferenza, in cui gli affetti sono reperibili solo tra le mura di casa, dove spesso manca l'aria per mancato ricambio, anche il suicidio subisce quell'indeterminatezza in cui il desiderio di vivere e il desiderio di morire non sono più antinomici, ma fluttuano da un polo all'altro nello spazio dell'indifferenza. Spesso nessun messaggio, nessun biglietto per i sopravvissuti, nessuna spiegazione, un suicidio senza progetto, senza una volontà che si afferma. Pura riconferma del vuoto. Per chi la raccoglie, traccia di una testimonianza per una condizione che forse ci accomuna. Camminiamo ogni giorno accompagnati dal nostro anonimato, e spesso non basta la casa per sentirci chiamare con il nostro nome.


Eppure, al di là di quello che la biochimica oggi ci dice e domani la genetica ci dirà, almeno da un secolo sappiamo che alla base del disagio psichico c'è una sofferenza affettiva. E l'amore non ha costi sociali. Lo si può diffondere con generosità e anche con piacere, se solo le nostre anime non si sono del tutto desertificate. In caso diverso, avremmo individuato la vera malattia dell'Occidente.

È un quadro allarmante, non a tutti noto, perché il disagio mentale tende a nascondersi, a non farsi notare, a concedersi lo spazio stretto e non comunicativo della gestione personale. Del resto, basterebbe frugare nelle tasche degli italiani che vanno in macchina, in metropolitana, in ufficio, per trovarvi pillole antipanico (due milioni), ansiolitici (tre milioni), antidepressivi (cinque milioni), sonniferi a portata di mano per riuscire a reggere la qualità della vita che ci siamo costruiti, con un costo sociale equivalente a quello impiegato per le malattie cardiovascolari, e doppio rispetto a quello richiesto per la cura del cancro, giusto per citare le malattie a maggior incidenza sociale, quelle per cui si muore di più.


Dunque in Italia, ma allargando l'orizzonte possiamo dire in Occidente, l'anima sta male, se è vero, come ci riferisce l'Organizzazione mondiale della sanità, che del miliardo di sofferenti psichici (un sesto dell'umanità), ben seicento milioni abitano i paesi industrialmente e tecnicamente avanzati, dove gli uomini sono sempre meno "soggetti" della loro vita e sempre più "funzionari" degli apparati che li impiegano e concedono loro le condizioni per vivere.


Preposte alla loro cura ci sono in Occidente schiere sempre più numerose di psichiatri, psicologi e psicoanalisti che, a pagamento, cercano di ricostruire, nelle anime desertificate dal dolore, delle trame di senso. A questi vanno aggiunti preti, educatori, operatori sociali, e perché no, medici di famiglia, omeopati, maghi, praticanti di tecniche orientali o di ginnastiche terapeutiche, un esercito insomma che cerca di intervenire con lo strumento della comunicazione, sia verbale sia somatica, a cui si aggiunge la chimica che si compra in farmacia per stare passabilmente bene, non avendo né tempo né voglia e forse neppure l'interesse o la capacità di sapere chi davvero si è.

Sono perlopiù donne e anziani che hanno fatto un deserto della loro speranza. A questi si aggiungono dieci milioni di "sofferenti mentali" che coinvolgono intorno al loro dolore un non indifferente numero di famiglie italiane. Si tratta di un dolore impalpabile, ma dallo spessore opaco e buio, che rende le vie d'accesso scarsamente praticabili e la speranza di una fine realisticamente remota.

Dal libro di Umberto Galimberti: I miti del nostro tempo

In occasione della prima Conferenza nazionale per la salute mentale promossa da Umberto Veronesi nel gennaio 2001, siamo venuti a sapere che in Italia si suicidano dieci persone a giorno e altre dieci provano.

alle norme di socializzazione richieste dalla nostra società, a cui fanno più comodo robot de-emotivizzati e automi impersonali, che soggetti capaci di essere se stessi e di riflettere sulle contraddizioni, sulle ferite della vita e sulla fatica di vivere.

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