Ideologie
1. “L’ideologia è costituzionale” (Eugenio Scalfari)
Non è l'ideologia in sé che deturpa la condizione umana, ma sono i suoi contenuti specifici che migliorano o devastano la coscienza morale.
2. “Moltitudine inarrestabile” (Paul Hawken)
Siamo stati educati a credere che la salvezza si trovi in un singolo sistema di idee.
Le ideologie rigide sfruttano queste debolezze e le trasformano in fedeltà cieca. In tal modo ostacolano la biodiversità culturale, cioé il fiorire di nuove idee, differenti tra loro.
Oggi esistano più di un milione, forse anche due, di organizzazioni che operano per la sostenibilità ecologica e la giustizia sociale
Questo movimento è inarrestabile perché si fonda su idee differenti, non su ideologie rigide.
3. “Il fondamentalismo liberista, l’ultima delle ideologie” (Giuseppe Dalmazio)
L’ideologia è un mostro sempre in agguato.
1. “L’ideologia è costituzionale”
di Eugenio Scalfari,
Espresso 26 nov. 2009
Si è aperta un paio di settimane fa sul "Corriere della Sera" una discussione sull'insegnamento della Costituzione nelle scuole superiori. Quella discussione fu definita fin dall'inizio "provocatoria". In realtà non era neppure provocatoria ma semplicemente inutile e infatti, dopo un tentativo di tenerla in piedi, si è spenta per mancanza di interlocutori.
La tesi sulla quale si fondava era questa: qualunque Costituzione in qualsiasi paese e con qualsiasi contenuto contiene un alto tasso di ideologia; per conseguenza l'insegnamento della Costituzione nelle scuole che abbia come compito di educare gli studenti a rispettarne lo spirito e la lettera rischia di rimettere in piedi una sorta di Stato etico di hegeliana e fascistica memoria, che è quanto di più repellente per spiriti realmente liberali.
Ma è proprio così? Gli spiriti liberali sono altrettante sentinelle chiamate a vigilare contro il manifestarsi d'una qualunque ideologia? Il tema che qui mi interessa discutere non è dunque quello relativo all'insegnamento della Costituzione repubblicana in funzione educativa, bensì quello delle ideologie.
Ce ne siamo definitivamente liberati con la caduta del Muro di Berlino, cioè con la caduta del comunismo? Dico subito che le ideologie non sono state affatto cancellate dal nostro orizzonte mentale per la semplice ragione che la nostra mente lavora creando ideologie, cioè schemi di ragionamento che incasellano fatti, situazioni, persone, linguaggi, entro concetti astratti e rappresentativi di altrettanti "insiemi" ricavati da una media di fatti concreti, persone concrete, situazioni concrete.
Il pensiero astratto è una delle caratteristiche della nostra specie e la distingue dalle altre specie viventi. Gli animali, anche quelli "superiori" perché biologicamente più vicini alla specie umana, non sono in grado di formulare pensieri astratti. Noi siamo addirittura capaci di pensare il pensiero che pensa il pensiero, che è il massimo dell'astrazione possibile.
La nostra attività cognitiva non si esaurisce con la percezione del mondo esterno; percepiamo perfino i nostri sentimenti e li nominiamo, cioè diamo un nome a ciascun sentimento. Noi mescoliamo una serie di elementi semplici, di gocce di essenza, che affiorano dai miliardi dì cellule che compongono il nostro organismo.
Il mescolatore è la materia grigia contenuta nel nostro cranio; gli impulsi percettivi che essa riceve danno luogo a immagini simboliche, a concetti astratti, a idee. Il cane, il serpente, la mela. Ma anche l'insiemità. Anche la gloria, il coraggio, la paura, Dio, la morte, il mito, la storia, l'anima, il valore, la viltà.
Potremmo riempire un volume anzi un'intera biblioteca con l'elenco dei concetti e delle idee. Ebbene, l'ideologia non è altro che una serie di idee unite tra loro da un rapporto sistemico.
L'ideologia comunista mette insieme la proprietà collettiva dei mezzi di produzione, l'abolizione della lotta tra le classi, l'abolizione dello sfruttamento, la scomparsa dello Stato, la piena libertà dell'individuo. La dittatura del proletariato quale necessario momento di passaggio alla seconda fase, nella quale l'ideale del comunismo e della libertà sia pienamente raggiunto. L'esperienza ha dimostrato che quest'ideologia, nei modi con cui fu realizzata, aveva dato risultati opposti alle finalità che aveva promesso.
Ma il liberismo è anch'esso un'ideologia. Postula che la libertà di mercato sia il solo sistema capace di allocare in modo ottimale la produzione dei beni e la loro distribuzione tra tutte le persone, impedendo che si formino monopoli e rendite. In tal modo una siffatta società vedrà gradualmente scomparire i privilegi e le diseguaglianze, agirà in piena libertà instaurando il migliore di tutti i modi possibili. L'esperienza ha però dimostrato che anche quest'ideologia è sbagliata ed ha causato mali non inferiori a quelli generati dall'ideologia comunista.
Potremmo elencare un gran numero di ideologie. La radice lessicale di questa parola mette insieme idea e logos, l'immagine e il pensiero. La mente umana compie questo miracolo e crea ideologie a getto continuo. Aggiungo che per fare a meno di ideologie gli uomini dovrebbero compiere un costante sforzo di volontà che impedisca alla loro mente di compiere gran parte del suo lavoro. Non dico che non si possa vivere senza ideologie, ma dico che per realizzare questo risultato occorre voler regredire ad uno stadio animale.
Commento: dal nostro punto di vista (Aleph), non si tratta di fare a meno delle ideologie, ma di fare a meno dell’identificazione nelle ideologie. E’ l’identificazione che trasforma l’ideologia, da strumento di pensiero, in strumento di oppressione e violenza.
Siccome è assai facile identificarsi (nel buddismo si parla addirittura di “istinto”), occorre un costante sforzo di volontà per evitarlo. O, ancora meglio, avere a disposizione una pratica che favorisca la disidentificazione. La pratica metaculturale, di Boris Porena, è stata concepita e messa a punto, nelle scuole e nel lavoro di base, proprio a questo scopo.
Essa non solo non ci fa regredire a livello animale, ma è il mezzo più potente che conosco per sviluppare maggiore intelligenza e visione. Un’autentica pratica di non-violenza.
Si obietterà che ci sono state e potranno ancora esserci ideologie che hanno gettato l'uomo nella condizione d'una bestia ed è purtroppo verissimo, ma è altrettanto vero che ci sono state e ci saranno ideologie che l'hanno innalzato verso una condizione angelica e altre ancora che hanno realizzato un pieno umanesimo.
Non è dunque l'ideologia che deturpa la condizione umana, ma sono i contenuti di quella specifica ideologia che migliorano coloro che con essa si identificano o ne devastano la coscienza morale.
Le Costituzioni mettono insieme una serie di principi tradotti in norme. Sono pertanto tutte ideologiche. La nostra Costituzione repubblicana del 1947 ha messo insieme il concetto di pluralismo, di libertà, di eguaglianza, di solidarietà e ne ha ricavato norme. E ideologica? Certamente sì, come lo era lo Statuto alberano in vigore fino al 1947.
La Costituzione del '47 presenta ai nostri occhi un aspetto sommamente positivo in questa fase storica: consente un diritto di pubblica presenza a tutte le opinioni, perfino a quelle che non condividono i principi che l'hanno ispirata. Diritto di opinione, ma non anche diritto di agire contro di essi.
E questa è l'educazione che la scuola può e deve dare: spiegare quei principi e le norme nelle quali sono stati articolati.
Qualcuno sostiene che sarebbe meglio non parlarne affatto. Ricordo che Mario Ferrara, un vecchio liberale che fu uno dei collaboratori del "Mondo" di Mario Pannunzio, scrisse in uno dei suoi godibilissimi interventi un suo progetto di Costituzione che si componeva di due articoli: «Articolo 1: non c'è più niente da fare. Articolo 2: nessuno è incaricato di eseguire la presente legge».
Voleva esprimere lo stato miserando in cui a suo giudizio versava il Paese. Era il 1949. Mi domando che cosa scriverebbe oggi se fosse ancora rivo.
2. da “Moltitudine inarrestabile”
di Paul Hawken
http://www.moltitudineinarrestabile.it/?p=178
.... Un’altra ragione che spiega la difficoltà di identificare il movimento (ecologia e giustizia sociale) consiste nel fatto che esso non costituisce l’elaborazione di una particolare ideologia. Per la prima volta nella storia, un grande movimento sociale non è tenuto insieme da un “ismo”. Ciò che lo unisce sono le idee, non le ideologie. C’è una grande differenza fra le due:
le idee fanno domande e liberano;
le ideologie giustificano e comandano.
In generale, un’ideologia nasce da un insieme di convinzioni elaborate da una persona. Tali convinzioni diventano un “ismo” quando adepti, seguaci e factotum creano un’organizzazione per controllare e diffondere ciò che a questo punto è diventato un intreccio di realtà e di fede.
A mano a mano che crescono, i movimenti ideologici si dividono e si suddividono. Nel mondo cristiano, per esempio, dapprima vi furono gli gnostici, gli ebrei cristiani e i cristiani paolini. Nell’XI secolo, le chiese ortodosse orientali si divisero dalla chiesa cattolica sull’argomento della supremazia del papa. Nel 1517, Martin Lutero affisse le sue 95 Tesi sulla porta della chiesa dell’università di Wittenberg, e il suo gesto segnò l’inizio del movimento della Riforma e la nascita delle confessioni protestanti, che presto inclusero mennoniti, luterani, battisti, anabattisti, zwinglianisti, puritani, presbiteriani, anglicani e calvinisti. Nel 1618, poco più di cent’anni dopo la protesta di Lutero, ebbe inizio la Guerra dei trent’anni, un conflitto fra cattolici e protestanti che portò alla morte di cinque milioni di tedeschi, un terzo della popolazione, molti dei quali contadini.
Attualmente, negli Stati Uniti esistono più di mille confessioni cristiane. Altri significativi esempi di settarismo esistono tra i musulmani sciiti e sunniti, che spesso sono violentemente divisi. Fra i suoi ranghi, il marxismo annovera i leninisti, i trotzkisti, gli stalinisti, i krusceviti e i maoisti.
Nel XIX secolo sono nate grandi ideologie, che hanno dominato le nostre convinzioni su cosa è vero, cosa falso e persino su cosa è possibile nel XX secolo. I leader hanno utilizzato le più disparate ideologie – comunismo, capitalismo, populismo, materialismo, fondamentalismo, imperialismo, colonialismo e socialismo – per sostenere i loro regimi, reclutare i loro eserciti e difendere le loro politiche.
Le tre più grandi, capitalismo, socialismo e comunismo, hanno lottato, durante il XX secolo, per il controllo delle nostre menti, dei territori e delle risorse e ora sono state sostituite da:
terrorismo
fondamentalismo economico
fondamentalismo religioso.
Dato che siamo stati educati a credere che la salvezza si trovi nelle dottrine di un singolo sistema, risultiamo degli ingenui che si lasciano facilmente influenzare da ipocrisie e falsità. Le ideologie sfruttano queste debolezze e le trasformano in fedeltà cieca invece di favorire l’evoluzione naturale e il fiorire di idee nuove e differenti tra loro.
Ecologi e biologi sanno che
un sistema diventa stabile e sano
proprio grazie alla diversità
e non all’uniformità.
Il punto di vista degli ideologi
è esattamente l’opposto.
La fine del XX secolo ha visto il crollo delle grandi ideologie; quel vuoto viene ora riempito da varie forme di populismo, che invocano la Bibbia, Allah, Ram, il nazionalismo o il libero mercato per legittimarsi. Neoconservatori, integralisti islamici, Christian right e fondamentalisti economici condividono la capacità di fornire alle persone dei surrogati delle ideologie che sono venute a mancare.
Tali gruppi agiscono aggressivamente a nome nostro perché, affermano, sanno cosa è meglio per noi.
Gli integralisti islamici vedono chi si oppone alla loro visione teocratica come un infedele, che è legittimo uccidere. I membri della Christian right considerano i non cristiani come bisognosi di essere salvati, bisognosi di quella redenzione che solo le leggi di Dio possono portare e che solo loro comprendono a fondo. I neoconservatori credono che il potere non possa essere affidato ai cittadini normali e che un piccolo gruppo di individui superiori dovrebbe guidare la maggioranza inferiore, utilizzando la religione e la perenne minaccia della guerra per creare un villaggio Potëmkin di populismo. I sostenitori della globalizzazione guidata dalle imprese vogliono imporre le loro regole e i loro precetti, basati sulle leggi di mercato, all’intero pianeta, senza tener conto della diversità di luoghi, storie e culture, nella convinzione che lo sviluppo economico sia un bene essenziale, possibilmente minimizzando o eliminando eventuali interferenze governative.
Questi gruppi hanno in comune un’avversione di base per la democrazia e cercano il proprio vantaggio, non il consenso generale. Così come la religione crea Dio a sua propria immagine, gli pseudo populisti intendono creare un mondo che rispecchi le loro immaginazioni ristrette.
In “Saggi impopolari”, Bertrand Russel ha scritto:
“L’uomo è un animale credulone
e deve credere in qualcosa.
In assenza di buone basi per le sue convinzioni,
si accontenterà di basi cattive”.
Ogni tipo di pseudo populismo nasce per salvare i suoi adepti dall’assenza di una struttura morale o sociale, il che significa che ci si aspetta che noi, anche se non riusciamo a comprenderlo a pieno, riponiamo in lui la nostra totale fiducia. Anche se queste organizzazioni pseudo populiste sono relativamente piccole, esse operano al fine di influenzare governi, suscitare terrore e controllare larghe somme di capitali. Nessuna di esse riscuote un ampio seguito, ma il sostegno, anche se piccolo, è estremamente intenso. In un contesto globale, tutte queste organizzazioni si trovano ai vertici più ristretti e tutte muovono le leve chiave del potere.
La civilizzazione globale è messa a rischio da tutti questi “ismi”. Nei prossimi secoli mancherà una stabilità climatica, la povertà aumenterà, gli stock ittici crolleranno, le metropoli pulluleranno di rifugiati dalle campagne, le falde freatiche diminuiranno e fame e malnutrizione cresceranno, anche nei paesi più ricchi del mondo. Il XX secolo ha visto il più alto tasso di distruzione ambientale della storia. È stato anche quello più crudele, duro e sanguinario: ottanta milioni di persone sono state massacrate dall’inizio del secolo fino alla Seconda guerra mondiale; da allora, più di 23 milioni di persone (per la maggior parte civili) sono stati uccisi inoltre 149 conflitti.
Ricerche interminabili speculano sulla guerra, mentre al mantenimento della pace viene dedicato veramente poco. Studiamo diverse forme di avidità, fra cui raffinate scienze economiche, ma raramente ci occupiamo di armonizzare i bisogni dell’umanità. Per ogni dollaro destinato alle forze di pace dell’ONU, le nazioni membro spendono 2.000 dollari per la guerra. Quattro dei cinque membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che ha potere di veto su tutte le risoluzioni dell’ONU, sono fra i più grandi commercianti di armi al mondo: Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Russia.
Il movimento
In contrasto con le lotte ideologiche, che attualmente dominano gli eventi globali e le singole identità, è sorto un ampio movimento non ideologico, che non fa appello alle fantasiose volontà delle masse, ma persegue invece le esigenze localizzate dei cittadini. Il contributo chiave di questo movimento consiste nel rifiuto di un’unica grande idea, che viene invece sostituita dall’offerta di centinaia di idee pratiche e utili.
Invece di “ismi”, offre processi, coinvolgimento e compassione. Il movimento mostra un lato dell’umanità tenero, forte e generoso. Non tende all’utopia, che di per sé costituisce solo un altro “ismo”, ma è prevalentemente pragmatico.
Soprattutto, questo movimento sfugge a qualsiasi definizione. Le generalizzazioni che cercano di definirlo risultano estremamente imprecise. Comprensibilmente, il movimento si oppone alle tipologie convenzionali. I suoi esponenti liberali sono spesso rigorosi, e quelli conservatori propongono sovente soluzioni radicali. Il movimento sorpassa confini politici antichi e invalicabili. L’idea di utilizzare fonti rinnovabili per ottenere l’indipendenza energetica locale è radicale, conservativa, ecologica, valida economicamente a lungo termine o socialmente equa?
Se esiste un sogno comune a tutto il movimento, malgrado la sua diversità, è quello di un processo: in una parola, la democrazia, ma non quella praticata e corrotta dalle multinazionali e dagli stati moderni. Consiste piuttosto nel reimmaginare un governo pubblico che venga dai singoli luoghi, dalle singole culture e dalle singole persone.
Ciò che lega le varie componenti del movimento è un modus operandi che potrebbe essere chiamato “autonomia della diversità”.
Gruppi con visioni diverse e obiettivi distinti cooperano sulle tematiche principali, senza essere subordinati a un altro gruppo.
Tuttavia, proprio questa grande diversità, che rappresenta il punto nodale della forza e del successo del movimento, lo rende anche estremamente vulnerabile.
La diversità, benché spesso sinonimo di adattabilità, può ostacolare unità, cooperazione ed efficacia. Sono inevitabili la competizione per posizione e territorio, con conseguente mancanza di collaborazione, soprattutto quando le organizzazioni sono obbligate a contendersi risorse scarse.
Quando piccoli gruppi si accostano al mondo delle giuste cause si sentono “salvatori dell’umanità” e nasce il narcisismo; inoltre, poiché queste organizzazioni sono guidate e gestite da esseri umani, si verificano pettegolezzi, sgarbi e maldicenze. All’interno del movimento si trovano presuntuosi, immaturi e tradizionalisti.
[omissis]
Un movimento diviso da lotte intestine non è in grado di rispondere adeguatamente a problematiche sempre più grandi. Ciò diventa particolarmente evidente nel campo dei cambiamenti climatici. Da una parte l’attuazione pratica di una riduzione energetica diretta deve avvenire su scala locale. Dall’altra, i maggiori cambiamenti e le iniziative politiche, che devono essere intrapresi a livello nazionale e internazionale in materia di trasporti pubblici, finanziamenti alle compagnie petrolifere ed energie rinnovabili, vengono ostacolati dalla corruzione dei politici e da interessi particolari; in tutto ciò, le organizzazioni non riescono a fare fronte unico per opporsi allo strapotere delle multinazionali e delle lobby che operano per mantenere inalterato questo stato delle cose.
Un altro aspetto della diversificazione, che potrebbe rivelarsi negativo, consiste nella grande quantità di cause abbracciate dal movimento, che per questo viene incompreso e ridicolizzato. Come nella parabola dei ciechi e dell’elefante, è impossibile comprendere a fondo la totalità di un movimento che non riesce a dare un’immagine unica di sé. Descrivendo solo quello che vedono, i mezzi d’informazione usano etichette come ambientalisti, piccoli agricoltori, madri, gruppi tematici, agitatori, contestatori, minoranze, giovani idealisti, “quelli della Prius”, contadini, popolazioni indigene, verdi, accademici, attivisti, nostalgici hippy, liberali e bambini. Quando i mezzi d’informazione cominciarono a occuparsi del movimento per il suffragio delle donne, Elizabeth Cady Stanton scrisse: “Tutti i giornalisti, dal Maine al Texas, sembrano contendersi il primato di chi riesce a rendere il nostro movimento più ridicolo”.
Da allora non è cambiato nulla, ma anche se gli stereotipi fossero veri, non sarebbero comunque completi. Si perdono infatti di vista i valori e le idee che rendono il movimento attivo e sempre più vasto.
I politici e i mezzi d’informazione valutano la forza in base alla capacità d’intaccare la determinazione delle persone, e non dalla vastità di interessi od obiettivi. L’NRA (n.d.r. National Rifle Association, associazione statunitense che tutela i possessori di armi da fuoco) è potente, ma ciò non significa che le persone che lottano contro la tratta degli esseri umani a Burma, la sparizione delle tartarughe marine, la desertificazione e i cambiamenti climatici debbano essere qualificate come inconcludenti.
Se un movimento non difende un obiettivo specifico, spesso viene liquidato come inutile e senza importanza.
Chi collega tematiche come inceneritori, sfruttamento dei lavoratori, perturbatori endocrini, inquinamento idrico e distruzione delle cime delle montagne viene accusato di “mettere troppa carne al fuoco”. In realtà, ciò significa “pensare come una montagna”, come suggerisce Aldo Leopold, ovvero percepire la ricca complessità di un sistema e le interconnessioni fra i problemi sociali e ambientali all’interno del sistema stesso.
Analizzando in termini sistemici le sfide che stiamo ponendo alla Terra, diventa evidente il valore di permacoltura, microcredito, tasse ambientali, impronta ecologica e commercio equo e solidale.
Di contro, una visione ridotta dei problemi fa sì che le stesse strategie e soluzioni vengano scartate come idealistiche o poco praticabili. Creare organismi geneticamente modificati per combattere la fame, costruire reattori nucleari PBMR per contrastare il riscaldamento globale o dichiarare guerre per instaurare la democrazia sono tutte forme di pensiero che affrontano le odierne problematiche senza risalire alla fonte del problema. In informatica, questi rimedi sono chiamati kludge, espedienti dalla durata limitata usati per riparare difetti, che non risolvono i problemi a monte, ma rimediano agli effetti indesiderati, creando un insieme finale malfunzionante.
Per affrontare le questioni che affliggono il mondo sarà necessario mettere insieme intelligenza sociale e scienze naturali, due qualità che la politica tradizionale non possiede.
La speranza ancora inespressa di questo movimento è quella di creare una rete di organizzazioni che cercano di risolvere quelle problematiche che attualmente appaiono insolubili: povertà, cambiamenti climatici globali, terrorismo, degrado ecologico, polarizzazione dei redditi, perdita delle culture e molti altri ancora. Il mondo sembra cercare la soluzione con la “S”maiuscola, che è anch’essa parte del problema, mentre le soluzioni più efficaci sono locali e sistemiche.
Anche se i gruppi sono autonomi, il fatto che alcune organizzazioni si uniscano per affrontare una serie di tematiche può costituire un approccio sistemico efficace. Anche se il movimento può apparire imperfetto o ambizioso in maniera ingenua, la sua struttura e le sue tecniche di comunicazione di base possono, a volte, creare una risposta sociale collettiva capace di sfidare qualsiasi istituzione del mondo.
Tuttavia, quanta forza può acquisire un movimento che mette da parte divisioni tribali, statali o nazionali sostituendole con una rete di associazioni prive di un centro? Alcuni credono che per affrontare in maniera significativa le istituzioni politiche ed economiche esistenti il movimento debba coagularsi per offrire un’alternativa perseguibile. Molti altri argomenterebbero che le forme tradizionali e gerarchiche di organizzazione, che esigono un’omogeneità di agende e obiettivi, oggi risultano superate e che questo movimento è precursore di un cambiamento.
La risposta si trova a metà strada e dipende da molti fattori.
Dopo la caduta del muro di Berlino, non ci siamo affatto liberati dalle ideologie.
Perché? Semplicemente perché, dice Eugenio Scalfari, la mente lavora per ideologie, cioè si serve di schemi di ragionamento astratto che incasellano fatti, situazioni, persone, linguaggi.
Il pensiero astratto è una delle caratteristiche della nostra specie e la distingue dalle altre specie viventi. L'ideologia non è altro che una serie di idee unite tra loro da un rapporto sistemico.
Ma l’ideologia è solo questo? Uno strumento di cui si serve la mente per comprendere il mondo?
No, dice Paul Hawken, nel libro Moltitudine inarrestabile. L’ideologia, quando si fa rigida, cioè quasi sempre, tende ad imbalsamare la realtà in schemi precostituiti, limitando fortemente la libertà di pensiero e di giudizio. Da strumento al servizio della mente diventa padrone della mente stessa, che ne diventa schiava. Occorre distinguere l’ideologia dalle idee. Il pluralismo delle idee, la loro biodiversità, è la miglior garanzia della sopravvivenza fisica, culturale e morale della nostra specie.
3. Il fondamentalismo liberista, l’ultima delle ideologie
di Giuseppe Dalmazio, Siracusa
Lettere alla redazione di MicroMega
Stiamo vivendo una situazione economica drammatica, le persone perdono il lavoro, gli Stati per salvare le loro economie si sono indebitati fino al collo (e noi cittadini con essi). Eppure viene spontaneo chiedersi se stiamo vivendo solo un brutto sogno, la situazione appare infatti surreale. Solo vent’anni fa, nel 1989, cadeva il muro di Berlino, il modello liberal-democratico dei Paesi Occidentali coglieva una storica vittoria sugli Stati comunisti economicamente collassati.
Invece, oggi le economie di quegli stessi Paesi occidentali sono boccheggianti, il loro debito pubblico e le loro imprese sono in gran parte nelle mani dei fondi sovrani di Stati certamente non liberali: i Paesi arabi del golfo, la Russia di Putin e la Cina comunista (quest’ultima ospita anche una parte notevole del sistema produttivo un tempo dislocato a casa nostra).
Buon Dio, ma non avevamo vinto? Perché in appena vent’anni (1989-2009) siamo passati velocemente da uno storico trionfo all’ennesima colossale crisi finanziaria e del nostro sistema sociale? Cosa è successo nel frattempo? Porsi queste semplici domande è doveroso, qui cercheremo di dare anche qualche risposta partendo dalla malapianta del dogmatismo ideologico.
Serissimi studi ci hanno illustrato le conseguenze nefaste di un approccio ideologico alla realtà (nazismo e comunismo). Ci hanno giustamente spiegato che gli Stati comunisti sono collassati perchè la gabbia ideologica marxista aveva reso schiavi i loro cittadini e soffocato le loro economie.
Abbiamo pensato di andare finalmente verso un mondo libero dalle ideologie dove, come insegnava Isaiah Berlin, non esistessero valori ultimi assoluti (libertà, uguaglianza, giustizia, religione ecc…) a cui immolare vite e sacrificare esistenze. Una società liberale il cui obiettivo (sempre citando Berlin) è quello di realizzare non una società perfetta, ma una “società decente”, improntata alla responsabilità individuale, una società che non nasconda i conflitti ma li attenui.
Riconoscendo che in una società autenticamente liberale anche l’antagonismo e le differenze sono una ricchezza ma che, poiché nessuno dei valori è assoluto nessuno può essere pienamente soddisfatto, devono esistere concessioni reciproche che li compongono. Per dirla con le parole di un altro grande liberale (Darhendorf) l’obiettivo di una società deve essere quello di far quadrare il cerchio della creazione di ricchezza, della coesione sociale e della libertà politica.
In questo disegno liberale, improntato all’empiria del vivere sociale, è essenziale il ruolo della politica che queste equilibri deve cercare, interpretare ed applicare. Il pensiero liberale sa che la storia ha sempre un suo lato oscuro, che gli esseri umani hanno un lato violento legittimato dalla cultura dominante di turno e questa consapevolezza è una pratica di vita prima che di pensiero. Le libertà che abbiamo oggi ci possono essere tolte domani poiché l’ideologia è un mostro sempre in agguato.
Purtroppo il mostro che l’avrebbe fagocitato il liberalesimo politico l’aveva proprio in casa: il dogmatismo liberista ha rapidamente soppiantato il dogmatismo marxista sostituendolo come pensiero unico dominante.
Il liberismo ne ripercorre anche il metodo di divulgazione e il tono da crociata: operare una brutale semplificazione della complessità storica individuando un unico colpevole di tutti i guai dell’uomo, proporre l’eliminazione di quella causa come miracolosa soluzione verso la società perfetta. Così il marxismo additava la proprietà privata come causa di tutti i mali del mondo, e indicava la lotta di classe e l’abolizione dello Stato borghese (che la proteggeva) come naturale soluzione. Parimenti, l’ideologia liberista individua nello Stato la causa di tutti i mali, al suo interventismo nella società imputa la lesione della libertà degli individui, alla sua eccessiva produzione di moneta l’inflazione e la povertà: imporre una drastica privatizzazione, ridurre all’osso le regole, applicare una rigida politica monetarista sono l’ovvia panacea per la società perfetta!
I liberisti, fautori di questo progetto ideologico, hanno il loro profeta in un grande pensatore, Friedrich von Hayek, che, nonostante la seconda guerra mondiale allora in corso, aveva come suo principale incubo non Adolf Hitler ma l’interventismo dello Stato nella società e nell’economia. Proprio nel 1943, nel pieno del secondo conflitto mondiale, scriveva un duro pamphlet contro il governo di coalizione di Churchill, “La via della servitù” (The road to Serfdom)” denunciando l’economia di guerra come il tentativo di statalizzare la società, dedicandolo ironicamente “… Ai socialisti di ogni partito”. Successivamente il premio Nobel Milton Friedman completerà l’operazione ideologica, rilanciando il monetarismo e delegittimando quel keynesismo (lo strumento economico dell’interventismo statale) che aveva permesso di uscire da una crisi del capitalismo più grave di quella odierna.
Un ultimo punto di contatto accomuna gli ideologi liberisti a quelli marxisti: l’obiettivo di liberarsi della concorrenza in casa. Il marxismo per decenni ha cercato di sbarazzarsi (senza successo) dei cugini socialisti, i crociati del liberismo economico hanno fatto lo stesso (con successo) del pensiero politico liberale che verrà liquidato come anticaglia storica. A partire dal comune anticomunismo, la carta vincente dell’ideologia liberista sarà la sua alleanza con il pensiero conservatore e la destra religiosa (cattolica e protestante), trovando in essi il suo completamento ideologico nei confronti delle masse. Così nasce la rivoluzione conservatrice (o liberismo conservatore) incarnata politicamente da Reagan e dalla Thatcher e poi, sotto varie forme, diffusasi in tutto l’Occidente. L’assalto alla sua neutralità è il prezzo che lo Stato laico pagherà a questa “santa alleanza”, che vede la destra religiosa cercare di radicarsi o farsi Stato (parallelamente al ridursi dell’interventismo statale si incentiva quello religioso come suo naturale succedaneo).
Il fatto di imporsi come cultura dominante negli USA e in Gran Bretagna, ha reso più semplice agli ideologi liberisti appropriarsi moralmente del merito della caduta del muro di Berlino, proponendosi come una evidenza storica invece che come semplice progetto ideologico. Anche qui (con altri attori) si ripropone un copione già visto. Se il marxismo si era sfacciatamente proposto come “scientifica” soluzione della crisi del sistema capitalistico, il liberismo conservatore si è propagandato tout-court come il fattore storico del successo dei Pesi aderenti alla NATO su quelli del “Patto di Varsavia”. L’esito di questo lungo conflitto è stato estrapolato dal suo naturale contesto storico (epilogo di un complesso scontro tra Stati ed alleanze) per trapiantarlo di sana pianta su piano interamente ideologico: Dio e il mercato hanno trionfato sul sistema comunista.
Da quel momento tutto quello che non era ideologicamente liberista è stato bollato come storicamente obsoleto, da abbattere, anche all’interno degli stessi Stati occidentali (primo fra tutti il Welfare State).
Invece, ai Paesi del terzo mondo ed ex comunisti sono stati imposte cure da cavallo di politica liberista e di monetarismo che hanno lacerato del tutto il loro fragile tessuto sociale.
La creazione forzosa di manodopera a basso costo è stata pagata da colossali flussi migratori che si sono riversati verso i paesi (ricchi?) dell’Occidente. La violazione dei più elementari diritti di libertà (vedi la strage di Tien an Men e la guerra nell’ex Yugoslavia) ha prodotto solo reazioni di facciata ed un tardivo intervento militare limitato alla sola Serbia. Localismi e Nazionalismi si sono diffusi a macchia d’olio: il liberalesimo politico era già sepolto.
Il liberismo economico oltre a divinizzare il mercato come valore assoluto ha propagandato l’idea tout-court dell’inutilità della politica e degli stessi Stati (relegati a gendarmi del capitalismo della manodopera a basso costo), impedendo di vedere le evidenti storture che esso stesso aveva scatenato.
L’odio nei confronti delle leggi (che dallo Stato promanano) si è tradotto in una generale avversione nei confronti delle regole, cosa che ha favorito sistematiche speculazioni e truffe finanziarie su scala planetaria.
La nascita dell’antipolitica ne è una ulteriore naturale conseguenza, con il proporsi di figure che fanno delle loro ricchezze e dello smantellamento dello Stato il loro principale merito politico.
Invece di esportare un modello di liberal democrazia, di “società decente”, questi fanatici ideologi, che da anni monopolizzano i mass media, hanno imposto una magica visione del mercato che attraverso una taumaturgica “mano invisibile” risolve tutti i mali del mondo (globalismo economico).
Agli Stati sorti dalle macerie del comunismo è stato assegnato l’unico ruolo di assecondare il mercato; raccomandando loro di considerare i sindacati, il diritto di sciopero e la sicurezza sui luoghi di lavoro eresie da tenere lontane!
Questo estremismo ideologico, ha semplicemente fatto il buon gioco del capitalismo concreto, quello degli speculatori senza scrupoli che hanno potuto esercitare concorrenza sleale delocalizzando le loro produzioni in Paesi dove i costi del lavoro erano tenuti artificialmente bassi da politiche illiberali e oppressive.
Nel più assoluto silenzio si sono legittimate colossali operazione di dumping economico, mettendo fuori mercato gli stabilimenti industriali allocati nelle Democrazie occidentali.
Invece di denunciare questo colossale imbroglio, si sono via via colpevolizzati i lavoratori occidentali, convincendoli che la causa della crisi stesse nei loro alti salari, nelle loro troppo tutele ed in un Welfare State troppo oneroso.
A nessuno (neanche a sinistra) è venuto in mente che esportare (oltre che liberismo) anche un po’ di sano sindacalismo avrebbe garantito sia migliori condizioni di vita ai lavoratori dei Paesi del terzo mondo ed ex comunisti, e sia una reale credibilità allo stesso principio della libera concorrenza del mercato.
Ma è anche vero che mentre le imprese multinazionali si sono mosse istantaneamente alla conquista dei nuovi Paesi ex comunisti, i sindacati occidentali sono rimasti arroccati nella difesa delle loro comode poltrone. Gli effetti di due decenni di questa ortodossia liberista sono stati palesi. Gli Stati occidentali, svuotati di gran parte del loro apparato produttivo, hanno perso molto del loro potenziale economico e di conseguenza del loro peso geo-politico. La loro coesione sociale è stata gravemente minata dal venir meno delle garanzie sociali, dovendo contemporaneamente ospitare anche crescenti flussi migratori.
Si ricorderà come negli anni ’70, nel pieno della crisi degli euromissili, da destra si bollarono i pacifisti che sfilavano in massa con l’epiteto di “utili idioti”, accusandoli di indebolire i Paesi NATO al loro interno. In realtà essi non fecero alcun danno perché gli “euromissili” rimasero al loro posto fino al ritiro degli SS20 sovietici. Lo stesso non può dirsi del pensiero unico liberista che ha prodotto in due soli decenni un ribaltamento delle posizioni storiche. Paesi usciti vincenti dalla Guerra Fredda oggi sono in evidente declino, viceversa Paesi che la Storia aveva messo fuori corso oggi sono nuovamente protagonisti (la Cina è solo il caso più eclatante).
Proprio i leader del partito comunista cinese, con realismo politico e cinismo storico, hanno pazientemente aspettato che la fame di guadagno dei capitalisti veri ed il fanatismo dei loro ideologi portasse le imprese ed il potere economico direttamente a casa loro; gli è bastato giusto cannoneggiare Piazza Tien an Men per convincerli che nessuna cultura liberale o tutela sindacale avrebbe ostacolato i loro affari e profitti.
Almeno per riconoscenza sarebbe doveroso che le elitès politiche cinesi (e non solo) istituissero una giornata nazionale del ringraziamento, ai veri utili idioti che hanno riconsegnato loro le chiavi della leadership della storia odierna. Dalle nostre parti invece sarebbe importante riconoscerli e metterli culturalmente in quarantena come portatori dell’ennesimo, letale, virus ideologico che ha intossicato le nostre società.
Sarebbe un primo passo per impostare un percorso di uscita dalla spirale di declino geo-politico, povertà economica ed insicurezza sociale in cui questo liberismo conservatore ha precipitato le nostre Democrazie.