Ladack
Come cambia l’economia e la cultura di un paese
dopo l’incontro con la nostra civiltà
Ladack: prima e dopo la cura
(appunti da Helena Norberg-Hodge,
Il futuro nel passato, Arianna ed.)
Helena Norberg-Hodge, linguista e ricercatrice, si è recata per una ventina d’anni in Ladakh, ed ha assistito così alla trasformazione di quella cultura fino ad allora rimasta quasi intatta.
Sradicamento e infelicità dell’uomo moderno
C’è una capacità che abbiamo perduto:
•adattarci ad ogni situazione
•e sentirci felici
•al di là delle circostanze
E’ una capacità antica e fondamentale, tipicamente buddista, praticata in molte società tradizionali, in cui si privilegiano l’equilibrio e l’armonia, rispetto all’efficienza e allo sviluppo. Ed è un principio base della salute mentale.
La nostra società industriale si basa sul principio opposto:
•è bene non accontentarsi mai
Essere insoddisfatti di ciò che si ha e pretendere di avere sempre di più: questo è diventato motore di sviluppo e progresso. Non casualmente la droga oggi sempre più in voga è la cocaina, in grado di generare una sensazione - sia pure del tutto illusoria - di potenza e superamento dei limiti.
Molte persone oggi raramente sono contente. In primo luogo non sono contente di sé:
•non si sentono all’altezza
•si sentono inadeguate
•non si credono sufficientemente capaci
•credono di non meritare, di non valere
•si svalutano
•si sentono in colpa perché convinte di non fare mai abbastanza
•pensano di aver perso delle occasioni
•temono per il futuro
•si giudicano, si criticano
•sono suscettibili al giudizio altrui
•si vergognano per certi aspetti di sé
•dipendono dalla propria immagine
•sono insoddisfatte della loro situazione affettiva
•si considerano poco amabili
•non sono contente del loro lavoro
•sono ansiose o depresse
Non valgo, non merito, sono incapace, devo fare di più, devo realizzare di più, temo il giudizio degli altri, non sono amabile, - sono convinzioni estremamente diffuse, al punto da sembrare ovvie e naturali, come l’ansia, la depressione o il cattivo umore.
Nella nostra società la gioia dell’essere, senza cause e senza condizioni, che gli Indù chiamano Ananda, è molto rara. Eppure la ricerca della felicità, come diritto e come dovere nei confronti di sé stessi, non è mai stata così al centro dell’attenzione.
Il vero problema, forse, non è la ricerca della felicità. Ma che la felicità venga cercata nel posto sbagliato: fuori di sé, nei beni materiali, nei beni visibili, nella immagine esteriore.
Staccato dalla natura, sradicato dalla piccola comunità d’origine, l’uomo moderno, anche se molto più ricco di agi e di confort, ha perso il bene più prezioso: la sicurezza e la tranquillità che derivano dal senso di appartenenza a qualcosa di più grande. Ciò che fornisce valore, forza e dignità, quindi anche la capacità di vivere con serena leggerezza, non è il successo effimero, ma l’esperienza di essere al posto giusto.
Serenità e leggerezza dei ladaki
Helena Norberg-Hodge racconta:
“Una volta, alla fine dell’estate, mi recai a Srinagar, nel Kashmir, insieme a Ngawang Paljor, un pittore di thanka di sessant’anni.
Vestiva il tradizionale goncha di lana, portava cappello e scarponi di pelo di Yak e, agli occhi degli abitanti del Kashmir, egli proveniva ovviamente dall’”arretrata” regione Ladakh.
Ovunque andassimo, la gente lo prendeva in giro; veniva continuamente schernito e deriso. Tutti, tassisti, negozianti, e persino i passanti, riuscivano in qualche modo a prendersi gioco di lui.
“Guardate che stupido cappello!”
“Guardate quei ridicoli scarponi!”
“Si sa, questi primitivi non si lavano mai!”
Mi sembrava incomprensibile, ma Ngawang rimaneva completamente indifferente. Si stava godendo la gita e il suo sguardo non smise un attimo di brillare. Anche se si rendeva perfettamente conto di ciò che stava accadendo, semplicemente sembrava che non gli importasse affatto. Sorrideva ed era gentile e, quando la gente gli urlava con fare derisorio il tradizionale saluto ladako, “Jule, Jule!”, rispondeva semplicemente: “Jule, Jule!”.
“Perché non ti arrabbi!”, gli chiesi.
“Chi Choen?” (“Qual è il problema?”), fu la sua risposta.
La serenità d’animo dimostrata dal pittore Ngawang non è un fatto eccezionale. I Ladaki hanno un’irreprimibile gioia di vivere. Tale sentimento sembra essere ancorato così saldamente alla loro interiorità che le circostanze non possono farlo svanire. Sembra che non ci sia momento, in Ladakh, che non sia buono per finire travolti da risate contagiose.
Inizialmente non riuscivo a credere che i Ladaki potessero essere felici come sembravano. Mi ci è voluto un bel po’ di tempo per accettare che i sorrisi che vedevo fossero autentici. Solo allora mi resi conto che ero andata in giro con dei paraocchi culturali. In base a tali paraocchi, credevo che dietro agli scherzi e alle risate, dovessero per forza nascondersi la stessa frustrazione, gelosia e senso di inadeguatezza tipiche della mia società.”
Il cambiamento della cultura
Helena Norberg-Hodge, trascorrendo molto tempo in Ladakh, quando ancora aveva conservato le sue tradizioni, ebbe il privilegio di fare esperienza di un altro stile di vita più sano del nostro, basato su principi fondamentalmente diversi. Fu testimone dell’impatto del mondo occidentale su tale cultura e della rapidità dei cambiamenti distruttivi che essa innescò, anche e soprattutto sul carattere delle persone.
Egoismo, avidità, competizione, conflittualità, senso di colpa, dapprima praticamente inesistenti, si sono diffusi nei Ladaki, a partire dai più giovani di loro. Il rispetto per i genitori e per le tradizioni, la capacità di apprezzare ciò che si ha, si è presto trasformato in disprezzo e desiderio di rivalsa.
Helena Norberg-Hodge ha avuto la rara opportunità di mettere a confronto il nostro sistema socioeconomico con un altro modello d’esistenza più essenziale, basato su una coevoluzione degli esseri umani con la terra. Un’opportunità necessaria per assumere una posizione “meta” rispetto al sistema d’appartenenza e di poterlo osservare senza pregiudizi.
I nostri pregiudizi sulla natura dell’uomo
Vivendo in occidente, siamo portati a credere che gli esseri umani siano essenzialmente egoisti, sempre in lotta per la competizione e per la sopravvivenza, e che società più cooperative siano niente più che un sogno utopistico.
Molti tra gli esponenti più influenti del nostro pensiero, da Adam Smith a Freud, ci hanno abituato a considerare universale qualcosa che in realtà è solo parte dell’esperienza occidentale o industriale (e, più in generale, dell’economia monetaria). In modo esplicito o implicito, essi sono partiti dal presupposto che le caratteristiche negative, comunemente riscontrate nell’uomo contemporaneo, siano una manifestazione della natura umana, piuttosto che un prodotto della cultura industriale. Ecco alcune loro affermazioni:
•il bambino è un essere polimorfo perverso (Freud)
•il bambino è per natura narcisista e diventa socievole solo perché non può farne a meno (Freud)
•l’amore è desiderio di cibo soddisfatto (Freud)
•l’amore è odio per i fratelli mascherato (Freud)
•l’aggressività è un istinto, come la sessualità (Freud)
e prima di Freud:
•occorre spezzare la volontà del bambino (pedagogia nera)
•le virtù sono vizi mascherati (La Rochefoucauld)
•l’uomo è fatto di legno storto (filosofi agostiniani)
•l’io è degno di disprezzo, solo Dio è degno d’amore (Pascal)
•l’aggressività e la competizione sono al servizio dell’evoluzione (Darwin)
•i vizi privati sono pubbliche virtù e hanno una funzione positiva in economia (Bernard De Mandeville)
•l’egoismo negli affari è una virtù (Adam Smith, David Hume)
e dopo Freud:
•l’aggressività e la competizione sono necessarie al progresso (neodarwinisti)
•meno stato, meno protezione, più competizione (neoliberisti)
Queste sono le voci dominanti che hanno forgiato il nostro campo di coscienza collettivo. Le voci fuori dal coro, che pure esistono e sono sempre esistite, sono minoritarie e per il momento hanno avuto un’incidenza ancora limitata sul campo di coscienza (psicologia umanistica, Rogers, Maslow, Lamarck ecc.).
La nostra tendenza a generalizzare questa distorta visione dell’uomo diventa quasi inevitabile oggi, dal momento che la nostra cultura è arrivata ad influenzare tutti i popoli della terra.
“Nelle istituzioni scolastiche attuali (si riferisce al Perù, ma non solo, n.d.a.), gli studenti imparano l’ipocrisia, l’egoismo, l’immoralità, l’illegalità, il diritto del più forte, sia per massa muscolare che per denaro. Ne derivano il desiderio di apparire ciò che non si è, lo sfruttamento irrazionale e il vivere approfittandosi degli altri. Ne consegue l’idea che per trionfare, per conquistare il potere si debba competere, si debba sfruttare, rubare, ingannare, mentire, frodare.
Questa doppia moralità è diffusa tra uomini politici, imprenditori, religiosi e professionisti.”
La cultura occidentale viene ad essere considerata sempre più come l’unico stile di vita desiderabile. E più gente nel mondo si mette in competizione e diventa avida ed egoista, più queste caratteristiche tendono ad essere attribuite alla natura umana.
Nonostante persistenti voci contrarie - la psicologia umanistica è una di queste voci -, il pensiero dominante nella nostra società parte dal presupposto che siamo aggressivi per natura, imprigionati in un conflitto darwiniano perpetuo.
Di qui l’utilità del confronto con altre culture più sane, in grado di renderci consapevoli della nostra ordinaria patologia.
“Così tanto delle nostre vite è tinto di insicurezza e paura che troviamo difficoltà a lasciar correre e a sentirci in armonia con noi stessi e con il mondo circostante.”
Le nostre vite sono a tal punto pervase da insicurezza e paura che abbiamo difficoltà a non sentirci offesi, feriti, attaccati dal comportamento degli altri o dalle circostanze. Abbiamo un’identità fragile, perché ci sentiamo isolati gli uni dagli altri.
“Al contrario, sembra che i Ladaki abbiano un senso dell’io ampio e inclusivo. A differenza di noi, non si ritirano dietro confini di paura e di autodifesa; in realtà sembrano del tutto privi di ciò che noi chiamiamo orgoglio. Questo non significa che manchino di rispetto di sé. Al contrario, esso è così profondamente radicato da essere fuori discussione (ibidem)”.
L’orgoglio, secondo gran parte delle tradizioni spirituali, è l’inquinante mentale numero uno. Orgoglio significa ipertrofia dell’Ego e della separatività, da cui dipendono tutti gli altri inquinanti (permalosità, disprezzo, criticismo, falsità ecc.). L’orgoglio è la maschera esteriore che nasconde il senso profondo di nullità, di mancanza di valore intrinseco, d’umiliazione.
Opposto dell’orgoglio è l’umiltà, che significa contatto con la terra, radicamento nella verità. L’umiltà si basa sul senso di dignità, di valore personale incondizionato rispetto alle circostanze.
“Non ho mai conosciuto persone che diano l’impressione di essere così emozionalmente sane, così tranquille, come i Ladaki. Il fattore più importante è la sensazione di fare parte di qualcosa di molto più grande di se stessi e di essere inestricabilmente connessi agli altri e a ciò da cui si è circondati.
I ladaki sono tutt’uno con il loro ambiente. Sono uniti ad esso attraverso uno stretto legame quotidiano, ne conoscono l’avvicendarsi delle stagioni, i bisogni, i limiti.
Sono consapevoli dell’interdipendenza di tutte le cose. Il movimento delle stelle, del sole e della luna sono ritmi famigliari, che regolano le loro attività quotidiane (ibidem)”.
Nel 1809, Lamarck aveva scritto che i futuri problemi dell’umanità verranno dal suo separarsi dalla natura, e ciò condurrà alla distruzione della società. La sua enfasi sull’evoluzione era che un organismo e l’ambiente creano un’interazione cooperante. Quindi separarci dal nostro ambiente significa tagliarci fuori dalla nostra sorgente. Ma la voce di Lamarck è stata soppiantata da quella di Darwin.
“Altrettanto importante, il senso di un sé più ampio, tipico dei ladaki, ha a che fare con gli stretti legami che uniscono le persone. Nella società tradizionale ladaka, tutti, anche i parenti non stretti, i monaci e le monache, appartengono ad una comunità di persone interdipen-denti.
Una madre non è mai lasciata sola, separata da tutti i suoi figli. Rimane sempre parte della loro vita e di quella dei suoi nipoti.
… prima di orientarmi nella cultura ladaki, pensavo che l’andar via di casa fosse parte della crescita, un passo necessario per diventare adulti. Ora, invece, sono convinta che famiglie estese e piccole comunità strette costituiscano un fondamento migliore per la formazione d’individui maturi ed equilibrati.
Una società sana è quella capace di incoraggiare stretti legami sociali e mutua interdipendenza, garantendo a ciascun individuo una base d’appoggio emotivo incondizionato (ibidem)”.
Ecco che cosa intendiamo in Aleph per base sicura allargata. La psicoterapia individuale è difficilmente in grado da sola di produrre questo risultato. La famiglia nucleare, anche nelle migliori circostanze, è spesso insufficiente.
Le persone ansiose o depresse attribuiscono questa difficoltà a sé o al carattere e ai difetti dei propri genitori. Persone masochiste, ossessive, paranoidi, difficilmente intravedono una risonanza morfica tra la loro struttura e quella dell’ambiente sociale in cui sono immersi.
La psicologia occidentale ha fatto poco fino ad oggi per denunciare l’individualismo e la separatività come origine prima delle nostre sofferenze. Ecco perché non pochi psicoterapeuti sembrano condividere l’idea che gioia di vivere ed entusiasmo non sono un obiettivo sensato. Inutile illudersi: tutto ciò che possiamo ottenere è una “sostenibile infelicità”.
Il lavoro in gruppo, il principio di fratellanza, il rifugio nel Sangha (gruppo dei nobili amici), il rifugio nel Buddha (qualità dell’essere), la costellazione dei mentori e dei compagni di viaggio sono tutti strumenti che favoriscono l’appoggio emotivo incondizionato plurimo di cui ogni essere umano ha bisogno per sentirsi realmente al sicuro.
“Crescendo in un tale contesto, gli individui si sentono abbastanza sicuri per diventare liberi e indipendenti. Paradossalmente, ho trovato che i Ladaki sono emozionalmente meno dipendenti di quanto non lo siamo noi nelle società industriali. L’amore e l’amicizia esistono, ma non sono intensi o morbosi, non hanno niente a che fare con il possesso di una persona da parte di un’altra.
Possono essere dispiaciuti nel vedere un amico partire o nel perdere qualcosa di valore, ma non così tanto dispiaciuti. Se si chiede ad un Ladako: “Ti fa piacere andare a Leh, o preferisci stare al villaggio?”, probabilmente risponderà: “Sono contento di andare a Leh, e sono felice anche se non ci vado”.
Davvero non ha così tanta importanza fare una cosa o l’altra.
Il loro appagamento e la pace interiore non sembrano dipendere da tali circostanze esterne; sono qualità che vengono piuttosto dall’interiorità.
L’appagamento deriva dal percepire e comprendere di essere parte del flusso della vita, abbandonandosi e muovendosi con esso (ibidem)”.
Davvero non ha molta importanza fare una cosa o l’altra: non ci sono attaccamenti a desideri, non ci sono avversioni. L’essere è più importante del fare e dell’avere.
Stare nel flusso, accogliere, essere totali nel qui ed ora; apprezzare ciò che si ha, praticare la gratitudine; porre fine a pretese, lamentele, accuse, principali cause della sofferenza nevrotica o innecessaria: questa è la via del Dharma che i Ladaki hanno assimilato nella loro cultura.
Dopo l’impatto con la nostra cultura
“Nella cultura tradizionale, gli abitanti dei villaggi soddisfacevano i bisogni fondamentali senza far uso del denaro. La gente sapeva costruire le case con le proprie mani, con materiali provenienti dagli immediati dintorni. Usavano il denaro solo in misura limitata, soprattutto per beni di lusso.
Entrando a far parte dell’economia di mercato, ora i ladaki dipendono per i loro bisogni vitali da un sistema lontano, che essi non possono prevedere né controllare. Se il valore del dollaro oscilla, ciò influenzerà prima o poi la rupia indiana. Questo significa che i Ladaki, cui oggi occorre denaro per sopravvivere, sono ora sotto il controllo dei manager della finanza internazionale. Quando vivevano della terra, erano padroni di se stessi (ibidem)”.
Inizialmente, così come in molti altri paesi, le persone non si rendevano conto che la nuova economia creava dipendenza. Il denaro sembrava esclusivamente un vantaggio.
“Per duemila anni in Ladakh un chilo d’orzo è stato un chilo d’orzo. Ora invece non si può conoscere con certezza il suo valore. Se hai dieci rupie puoi comprare due chili d’orzo oggi. Ma quanto potrai comprarne domani? Dipende dall’inflazione (ibidem)”.
Avidità
“Tutti stanno diventando avidi. Il denaro non era mai stato importante prima, ma ora la gente non pensa ad altro. Prima, con la cooperazione tra le persone, i coltivatori non avevano alcun bisogno di denaro. Ora, non potendo pagare salari sempre più alti ai braccianti, alcuni di loro sono costretti ad abbandonare i villaggi per guadagnare denaro nella città. Quelli che restano sono costretti a trarre più profitto possibile dal raccolto, non solo sostentamento.
Per secoli le persone hanno lavorato alla pari. Ora che vengono impiegati lavoratori stipendiati, chi paga vuole sborsare il meno possibile, mentre chi è pagato vuole ricevere il più possibile. Il denaro s’incunea tra le persone e le divide sempre più le une dalle altre (ibidem)”.
Aumento demografico
“La nuova economia sradica le persone dalla terra. Il lavoro retribuito si trova in città, dove non si vede l’acqua e il terreno da cui dipende la vita di tutti. Al villaggio si vede direttamente quante bocche la terra può sfamare. Una data zona può produrre solo quel tanto, dunque si sa che è importante mantenere stabile la popolazione. Nella città non è così. In città, il problema è solo quanti soldi si hanno a disposizione e il numero delle nascite non è più significativo. Più soldi possono comprare più cibo (ibidem)”.
Povertà
“Nel terzo mondo le forze dello sviluppo e della modernizzazione hanno sradicato le persone da una sicura economia di sussistenza, per costringerle a rincorrere un’illusione, con l’unico risultato di prostrarle, impoverirle, privandole di punti di riferimento psicologico. La maggior parte di loro abita oggi negli slum, ha lasciato la terra e l’economia locale per ritrovarsi a vivere all’ombra di un sogno urbano assolutamente irrealizzabile (Città del Messico conta oggi 25 milioni d’abitanti).
Più lo sviluppo va avanti, più, paradossalmente, cresce la povertà. I popoli preindustriali, in Africa, in America, in Asia, anche se non disponevano dei beni creati dalla tecnologia moderna, non si sentivano poveri.
Oggi tutto è cambiato. I ladaki si affollano attorno ai turisti chiedendo denaro. “Siamo così poveri qui in Ladakh”, dicono (ibidem)”.
La verità è che essi:
“…sono stati ridotti in povertà dal recente sviluppo economico che ha già devastato la loro società e il loro ambiente naturale e creato molti nuovi artificiali bisogni che, per la maggior parte della gente, non potranno mai essere soddisfatti.”
Ciò che tendiamo a dimenticare è che nelle famiglie e comunità tradizionali, nelle quali abbiamo vissuto almeno il 95% del nostro soggiorno su questa terra,
“…si progettavano villaggi, si costruivano case, il cibo veniva prodotto, preparato e distribuito, i bambini erano allevati, ci si prendeva cura di vecchi e malati, si organizzavano e celebravano cerimonie religiose, si svolgevano funzioni di governo e tutto questo in forma completamente gratuita. Ciò era possibile perché - come ha notato il grande storico dell’economia Karl Polanyi - in tali società l’economia era incastrata in relazioni sociali (Id., p. 131)”.
In altri termini, prima venivano la comunità, le relazioni, il benessere delle persone, l’educazione, il rispetto dell’ambiente. L’economia era solo un mezzo, mai un fine. Come diceva Aristotele, era soprattutto oikonomia, gestione domestica. Il mercante, che lucrava sul prezzo di una merce, era considerato in fondo alla scala sociale. Il mondo, a differenza d’oggi, vedeva i valori posti nella corretta gerarchia.
“Tutte le funzioni, che oggi considereremmo economiche, erano compiute per ragioni sociali, piuttosto che economiche, principalmente per soddisfare relazioni di parentela e ottenere prestigio sociale.
Lo sviluppo cambia tutto questo, implicando soprattutto il graduale scioglimento dal loro contesto sociale di tutte quelle funzioni prima svolte gratuitamente, la loro monetizzazione e il loro assorbimento da parte dello Stato e delle corporazioni.
C’è stato insegnato a vedere questo processo come uno degli accettabili costi del progresso e per questo pochi sembrano aver considerato le sue reali implicazioni. La prima è che si può predire in anticipo che un ampio settore della società non sarà semplicemente capace di acquistare il denaro per pagare il cibo, la casa e le altre necessità di vita, che sono state monetizzate e che prima erano ottenute gratuitamente attraverso il normale funzionamento di famiglie e comunità.
Per questa semplice ragione, lo sviluppo può solo creare un gran numero di poveri e disgraziati e il loro numero può solo crescere con l’avanzare dello sviluppo, ancora di più diventando quest’ultimo globalizzato.
Ovviamente, siamo stati addestrati a credere che i popoli preindustriali, che vivevano in economie non monetarie, erano poveri, ma questo è semplicemente falso. Questi popoli avevano una vita culturale e cerimoniale ricca e, nel complesso, vivevano in un ambiente relativamente non guastato. Di solito, erano anche ben nutriti e in perfetta salute fino a quando i loro modelli culturali furono scombussolati dalla colonizzazione e più tardi dallo sviluppo economico e il loro ambiente naturale distrutto.
I primi viaggiatori in terre lontane avevano sempre notato quanto in buona salute e ben nutriti fossero i popoli tradizionali da essi visitati.”
Seduzione
La civiltà occidentale in passato ha conquistato il mondo con la forza, con le armi e il colonialismo. Ora continua a farlo con la guerra economica e la seduzione. La televisione commerciale è arrivata dappertutto. Nelle baracche di cartone e latta alla periferia di Nairobi manca l’acqua e ogni genere di confort, ma non la parabola satellitare.
“Le popolazioni rurali del terzo mondo ricavano un’impressione particolarmente distorta della vita nel mondo moderno: una vita agiata, carica d’attrattive, dove tutti sono belli e puliti. Vedono macchine veloci, forni a microonde, videogiochi. Vedono gente che spende grandi somme di denaro e sentono parlare di stipendi da favola”.
Essi non vedono il rovescio della medaglia, il prezzo che noi paghiamo in termini di degrado ambientale, pericoli per la salute, sovrappopolazione, degrado sociale, disturbi psicologici, criminalità, droga.
Capitolo 9, dal libro Karma ideologico ed economia