Potere e paura



cfr. anche libertà dalla paura

 

Sono tornato ieri sera da un convegno internazionale di PNLt, organizzato a Bari dalla Ikos. Il tema del convegno era la Paura. Ho assistito ad una ventina di relazioni di terapeuti che, con competenza, parlavano di teorie psicologiche e del disagio dei loro clienti.

Il focus attenzionale era al mondo interno delle persone, alle convinzioni limitanti, ai problemi di autostima, alle memorie inconsce, alla programmazione genitoriale o famigliare, alla struttura delle emozioni, al loro correlato fisiologico, ai mezzi per imparare a governarle. Questi sono i temi che si trattano in psicoterapia.

La psicoterapia si pone come obiettivo quello di ridurre o eliminare il disagio dei clienti, come la medicina si pone l’obiettivo di ridurre o eliminare il malessere fisico dei pazienti.

Quello che spesso rimane sullo sfondo, è il contesto culturale, politico, economico, sociale, che le paure alimenta.

Spesso si dimentica l’avvertimento di Hillman: il nevrotico, prima di essere una persona malata, è un potenziale rivoluzionario, il cui potenziale di trasformazione, non solo di se stesso, ma della società in cui vive, non è stato in grado di attivare.

Allora, forse, la psicoterapia diventerebbe non solo lavoro sulla psiche o anima individuale, ma anche lavoro politico, cioè lavoro sull’anima collettiva.

L’autostima ha cominciato a diventare un problema dopo gli anni settanta, dopo la rivoluzione liberista avviata da Reagan e dalla Tatcher. Da quel momento in poi, ognuno si è sentito sempre più solo, sempre meno protetto, in un mondo che diventava sempre più competitivo. Fino ad arrivare alla morte del prossimo, come ha scritto recentemente Luigi Zoja.

Le paure di oggi non sono dovute solo alla programmazione famigliare, ma sono dovute ad un contesto sociale che è diventato sempre più pericoloso per la maggior parte dei lavoratori. La paura di perdere il lavoro o di retrocedere nella scala sociale, la paura di disporre di mezzi sempre più insufficienti, la paura della povertà, non sono paure immaginarie e nevrotiche. Certo, compito della psicoterapia non è di rendere più sicuro il lavoro, ma di rendere più forte la persona di fronte alle difficoltà. Ma per far questo, ha bisogno di radicarsi nella realtà, nella verità dei fatti, non solo interni alla persona, ma anche esterni.


  1. Durante un seminario sul rapport e sull’empatia, rivolto ad un gruppo di volontari che si occupavano di malati terminali, parlando di doppi legami, accennai di sfuggita al problema del precariato e dello sfruttamento del lavoro, che oggi sta diventando sempre più una piaga sociale. Una corsista, con una formazione psicologica alle spalle, mi fece questa obiezione: il problema non è lo sfruttamento, ma il modo in cui lo vive la persona. Negli anni sessanta, neppure un grave malato di mente avrebbe fatto un intervento di questo tipo. 


Se si attribuisce troppo peso ai fatti interni, si carica la persona di una responsabilità che è eccessiva. Le idee di inadeguatezza, di incapacità, di impotenza, oggi estremamente diffuse, non possono essere frutto solo di un cattivo rapporto con il padre o la madre.

Quando il futuro che ci si prospetta è sempre più di lavoro precario o di disoccupazione, senza tutele effettive, ciò che viene richiesto alle persone per non soffrire di depressione  ansiosa o di paure, non è di essere normali, ma di essere eroi, superuomini od illuminati.

Durante il nazismo, gli ebrei in Germania si dividevano in due gruppi: gli ottimisti, coloro che avevano fiducia nelle loro possibilità di farcela anche in un mondo che diventava ogni giorno più ostile, e i pessimisti, i “deboli”, che sperimentavano una paura sempre più grande, e che ad un certo punto hanno deciso di fuggire in America. I paurosi sono sopravvissuti, i forti sono finiti nelle camere a gas. 

Come psicoterapeuta, mi occupo anch’io dei problemi interni. Ma in Aleph sto  cercando sempre più di allenare le persone a creare un ponte di consapevolezza tra i loro disagi interiori e i disagi del mondo. Disinteressarsi al mondo per occuparsi esclusivamente dei propri problemi è uno dei problemi psicologici più gravi e diffusi, perché incrementa il senso di isolamento e separatività, nel quale la paura trova alimento. Allo stesso modo, concentrarsi sui problemi esterni, individuali e collettivi, senza occuparsi di comprendere i filtri interni attraverso i quali li leggiamo e li deformiamo, è un atteggiamento altrettanto distruttivo.

Entrambe queste vie garantiscono una comprensione parziale e insufficiente, funzionale a mantenere lo status quo.

Il mio sogno è di condividere queste idee con più persone possibile, in modo da creare un movimento culturale che ponga fine alle infinite dicotomie nelle quali siamo immersi:

mondo interno / mondo esterno

mente / corpo

io / altri

anima individuale / anima collettiva

psiche / politica

psiche / economia

psiche / religione, spiritualità

psiche / filosofia

psiche / arte, musica, poesia

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Il mio sogno è di lavorare con gruppi di persone che intendano non solo conoscere se stesse, ma anche il mondo, la cultura e la storia in cui vivono, perché le leggi del disagio psichico non sono confinate nella mente individuale. Noi conosciamo noi stessi conoscendo il mondo, e comprendiamo il mondo conoscendo noi stessi. I doppi legami non sono limitati ai nostri rapporti famigliari, e non ci condizionano solo da bambini. I rapporti di potere non sono limitati al rapporto genitori e figli, e neppure al rapporto tra dirigenti e dipendenti.

Conoscere, apprendere, allargare i nostri punti di vista è una delle attività che ci rende più felici (v. etica della conoscenza in Spinoza), perché è il prerequisito per diventare chi siamo veramente, e vivere quindi una vita autentica, fondata sulla libertà di scelta, anziché sulla reazione meccanica, sul condizionamento e sulla colonizzazione della nostra mente, da parte di forze che sfuggono ad ogni nostro controllo.

E’ sempre bene ricordare che ogni forma di potere dominio, che non sia basato solo sull’oppressione fisica, si vale regolarmente del divide et impera e della paura per potersi esercitare con la collaborazione degli oppressi. La paura ci rende deboli e impotenti, pronti a svolgere mansioni da schiavi salariati, gli uni contro gli altri armati, ognuno per sé.

La paura ci paralizza, ci aliena dalle nostre risorse. Non ci può essere vera intelligenza senza libertà dalla paura. Non ci può essere amore, compreso l’amore per la conoscenza. Più cresce la paura, più cresce l’ottusità, l’ignoranza e la dipendenza.

Se la paura nasce dalla separatività, ciò che ci può far superare la paura è, da una parte, il ritorno al gruppo, alla coesione, alla solidarietà, alla consapevolezza di essere parte di qualcosa di più grande, e dall’altra alla curiosità e al desiderio di esplorare e conoscere. Questa verità ha bisogno di manifestarsi sul piano materiale, delle cose concrete, e in primo luogo dei rapporti di lavoro, dai quali dipende la nostra sussistenza.

Una psicologia autentica non dovrebbe mai servire ad adattare le persone ad un sistema malato alle radici, che le spinge a cercare il loro bene individuale e privato, in competizione tra loro, ma a far crescere in loro consapevolezza, senso di solidarietà e giustizia, in vista del bene comune. Il che significa uscire dalla prigione del narcisismo, alla base di ogni nostra difficoltà e sofferenza non necessaria.

Riporto qui sotto due articoli dalla rivista MicroMega, esemplari nella chiarezza delle analisi e dei possibili rimedi alla scellerata deriva che ha imboccato il diritto del lavoro negli ultimi decenni, a livello planetario.


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