Tortura

 

Domenica 21 giugno, inizia l’estate. Questa notte c’è stato un forte temporale e l’aria si è rinfrescata. Sembra di essere in montagna.

Come al solito, mi sveglio piuttosto presto. Mi piacciono le prime ore del mattino, la luce dell’alba, il silenzio, la quiete, la concentrazione che è possibile prima dell’inizio delle consuete attività.


Apro l’Espresso e mi capita sotto gli occhi l’articolo: “Torture in nome dell’Islam”.

Vado a correre e mi viene da riflettere su quanto ho appena letto. Ho una domanda in testa: che cosa c’è di importante che ci riguarda tutti, come persone normali?

E dopo un po’ mi arriva la risposta. Due parole: sottomissione e giustificazione.

Insight! Ecco come si propaga la danza dell’autoritarismo e del potere dominio, a partire dall’interno della nostra mente.

Sottomissione dell’io governo: a chi? Alla piccola o alla piccolissima mente. Da qui origina la pratica di inquinanti e barriere, con le conseguenze che ci sono ben note: disturbi emotivi, relazionali, sofferenza.

Giustificazione: l’io-governo, che non si affida alla grande mente e si sottomette alle richieste della piccola mente, non ammette la sua responsabilità (v. Racket). Ha imparato a fare così e sarebbe troppo faticoso o doloroso  cambiare, riconoscendo i propri errori. Non per colpa, ma per ignoranza: l’io governo contaminato dalla piccola mente ne condivide la visione assai limitata e distorta.

Quando pensiamo alla tortura fisica di esseri umani, veniamo presi da orrore. Come è possibile che accada? Che tipo di persona può mai compiere azioni così terribili? L’articolo di Alaal Al-Aswani dà una risposta convincente: chiunque sia disposto a sottomettersi ad un autorità malvagia, tradendo se stesso.


E noi che ci sentiamo così distanti da simili azioni, siamo certi di non compierne di analoghe, in scala ridotta, tutti i giorni? Non parlo di torture fisiche, che richiedono un contesto storico culturale predisponente, ma di quelle psicologiche. Meno evidenti, certo, meno strazianti, ma sicuramente dolorose o molto dolorose anch’esse. Penso ad esempio alla diffusa pratica del giudizio, del criticismo, della svalutazione, della squalifica. Sono torture dell’anima, che dall’anima nostra e altrui progressivamente ci allontanano.

Ne andiamo di mezzo tutti, in particolare i più deboli. Quando i bambini vengono allevati in contesti di giudizio, lo assorbono come imparano a respirare. E da adulti continuano a praticarlo. Quando due genitori litigano davanti ai figli, inondandoli di veleno, non si rendono conto di quanti semi di sofferenza stanno versando nella loro mente.

Quando questo tipo di semi si diffonde oltre una certa massa critica – diventando forma mentis, cultura, organizzazione, istituzione, stato –, diventa possibile anche la tortura fisica.