Luigi Zoja


La morte del prossimo

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Un libro da leggere e rileggere. Un’analisi profonda, intelligente, di uno psicoanalista che sa uscire dalla stanza della terapia (Zoja è stato presidente dell’Associazione Internazionale di Psicologia Analitica) per osservare il mondo con gli occhi allenati di chi sa, per arte e per mestiere, cogliere i movimenti profondi della psiche.


“La morte del prossimo” è un testo che fa riflettere, fa ripensare agli eventi politici, economici, sociali, che abbiamo vissuto negli ultimi decenni, attraverso una chiave di lettura che aiuta a scendere al di sotto della superficie, uscendo da stereotipi e luoghi comuni, per cogliere i nessi tra mente individuale e mente collettiva.

Un testo dedicato a Umberto Galimberti, che proprio in questi giorni ha pubblicato “I miti del nostro tempo”.


A entrambi gli autori esprimo un sentito ringraziamento. Entrambi lavorano per promuovere una consapevolezza risanante, in grado di coniugare mondo interno e mondo esterno.

Sono sicuro che questo libro, come è stato me, può essere di aiuto a molte persone.

Per millenni, un doppio comandamento ha retto la morale ebraico-cristiana: ama Dio e ama il prossimo tuo come te stesso.

Alla fine dell'Ottocento, Nietzsche ha annunciato: Dio è morto.

Passato anche il Novecento, non è tempo di dire quel che tutti vediamo? È morto anche il prossimo.


Abbiamo perso anche la seconda parte del comandamento perché sappiamo sempre meno di cosa parla. «Il tuo prossimo» è una cosa molto semplice: la persona che vedi, senti, puoi toccare. La parola ebraica rèa' nel Levitico, e quella greca plesios, nel Vangelo di Luca, vogliono dire proprio questo: l'altro che ti sta vicino. Sia la Bibbia che i Vangeli sinottici non indicano un prossimo astratto, ma il tuo prossimo: quello che ti sta vicino, su cui puoi posare la mano. Tommaso non crede che Gesù sia tornato:-vuole prima vederlo e toccarlo (Giovanni 20.25).

La vicinanza è sempre stata fondamentale. Per questo l'avvicinamento era protetto da riti quasi sacri: il passaggio dal «lei» al «tu», quello dalla stretta di mano all'abbraccio. Spesso gli immigrati ci fanno paura perché, parlando male la nostra lingua, danno subito del tu: sembrano invadenti, vengono troppo vicino.

Col XXI secolo la lontananza e i rapporti mediati dalla tecnica prendono il sopravvento: cosi la ricerca di intimità si riaffaccia in forme contorte. Il bisogno di vicinanza, represso, si traveste di sessualità, o di altri impulsi formalmente permessi.


Cristo non ha modificato il comandamento ebraico: ma ha legato Dio e il prossimo, rendendo assoluto anche l'amore per lui. L'Antico Testamento riguardava i fedeli di Yahweh, non gli altri popoli. La novità del cristianesimo, generosissima ma astratta, è trasformare in prossimo anche l'abitante più lontano della Terra.


L'amore gli è comunque dovuto: ecco la radice antica di idee moderne come i diritti universali dell'uomo o l'affirmative action. Il Vangelo di Luca sa di non dire una cosa incomprensibile, quando traduce in greco (cioè snazionalizza) la verità ebraica: già da sette-ottocento anni, l'Odissea esprimeva qualcosa di simile (VI, 207-8). «Vengono tutti da Zeus - cioè, per i Greci, dal corrispondente di Dio Padre - gli ospiti e i poveri. E un dono, anche piccolo, è caro» aveva detto Nausicaa, antenata di Maria Maddalena per sensibilità e dolcezza. Nell'Odissea «dono» è dòsis. La radice indoeuropea do- significa dare ma anche prendere: indica sia l'universalità sia l'equilibrio del rapporto tra prossimi. Non è dunque un caso che, nelle lingue europee, «dose» significhi ancor oggi «giusta quantità».

Donando al prossimo, amando il prossimo, noi rendiamo il dovuto anche a Dio. L'uomo giusto porta ogni giorno offerte a Dio e al prossimo. Per millenni il mondo ebraico-cristiano si è retto su questi due pilastri. Questo mondo ha conquistato il resto del mondo con la forza delle sue armi e della sua economia: se il risultato non è stato un genocidio globale ma una globalizzazione, questo si deve anche alla forza - immensa e globale - del doppio comandamento.


Ma la società di oggi è laica. Alla fine dell'Ottocento, il grido sconvolgente di Nietzsche si è sparso sulla Terra: «Dio è morto». Anche chi non ama Nietzsche ha dovuto riconoscerlo come profeta: durante il Novecento, nel mondo ebraico-cristiano le persone religiose da maggioranza sono diventate minoranza. E, anche per questa minoranza, la fede è diventata soprattutto un fatto privato, come la scelta di una filosofia, di una convinzione politica, addirittura di un amore.


La società retta da due pilastri non ha avuto più equilibrio da quando uno è crollato. La morte di Dio ha svuotato il cielo. Ma niente resiste al risucchio del vuoto. Lo spazio celeste è stato riempito con l'assunzione dei miracoli della scienza e dell'economia fra le divinità, con l'elevazione alle stelle del desiderio personale.


Troppo spesso si dimentica che desiderare significa proprio questo: smettere (de-) di affidarsi agli astri (sidera), farne a meno, sostituirsi al cielo.


Continuiamo ad aver bisogno di adorare qualcuno, ma il posto di Dio è preso dall'uomo e dalle sue opere.


Insieme, sono elevate a modello e scopo per gli altri uomini. L'uomo ideale è trasfigurato, divinizzato. Di conseguenza, non è più un uomo vicino. Non è più una vista: è una visione. Ecco l'origine del culto delle persone famose, delle celebrities. Naturalmente le persone vicine continuano a esistere, ma la loro banale imperfezione le rende più estranee di un tempo.

Non è un caso se, alla fine dell'Ottocento, Freud inventa la psicoanalisi, che si diffonde prepotentemente nel secolo xx. L'isolamento avanza. Le persone più sensibili sono lacerate da una sofferenza cui si assegna il nome di nevrosi. Attraverso la psicoanalisi ricostruiranno un rapporto umano, non con un prossimo ma con un professionista. Il loro bisogno di vicinanza è così violento che crea un eccesso di intimità con lui: questo è chiamato transfert e considerato a sua volta nevrotico. Freud suggerisce tecniche per contenerlo. Fa stendere il paziente su un divano per allontanare il suo sguardo.

Col volgere del secolo xx in secolo xxi cede in modo irrimediabile anche il secondo pilastro del comandamento: l'uomo metropolitano si sente sempre più circondato da estranei. E dunque tempo di pensare al sequel di Nietzsche, e dirci apertamente che è scomparso anche il prossimo. I tempi seguenti alla «morte di Dio» sono stati a volte detti post-teologici o post-religiosi. Per quelli attuali non si è ancora trovato un nome. Una sgradita possibilità sarebbe «post-umano».


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