L’umiltà del male


commenti e riflessioni

prendendo spunto dal libro di Franco Cassano

Le parti in nero sono tratte dal libro i F. Cassano “L’umiltà del male”, ed. Laterza.

Le parti in bordeaux e in blu sono mie.


Il Grande Inquisitore


Video introduttivo a “L’umiltà del male”,

tratto dal seminario

“Le voci dell’inconscio, parole e verità”

(Camogli 17-19 giugno 2011)

IL CONTENUTO DI QUESTA PAGINA E’ STRETTAMENTE COLLEGATO A 
“LE ISTITUZIONI SONO UN BENE O UN MALE?”Istituzioni.html

22-06-2011

 

INTRODUZIONE

Spesso mi sono chiesto: come mai la liberazione dalla nevrosi, dalla peste emozionale, dalle varie forme di dipendenza, non diventa una priorità assoluta per la maggior parte delle persone? Perché scelgono di continuare a ristagnare nella schiavitù delle vecchie abitudini, anche quando hanno compreso che una via di liberazione esiste?

Perché non decidono di uscirne, mettendoci tutta la forza di cui dispongono? Chiamando a raccolta tutti gli amici e i compagni di viaggio? Chiedendo il loro aiuto e offrendo a loro volta il proprio? Perché vivere una vita insoddisfacente quando si può accedere ad uno stato di amore al quale tutti aspiriamo? Perché continuare ad assecondare la falsa propaganda ideologica che ci fa credere deboli, impotenti, inadeguati per poterci meglio dominare?

Una risposta provocatoria a queste domande, alle quali non avevo mai pensato, la trovate nel libro di Franco Cassano, L’umiltà del male. La tesi è semplice da capire: il male prevale sul bene perché conosce tutte le debolezze degli uomini e le sfrutta per la sua causa. Il bene, invece, tende ad essere aristocratico, e le debolezze degli uomini tende a sottovalutarle e trascurarle. Così si trova isolato dalla maggior parte di essi per propria responsabilità: per la mancanza di quell’empatia ed amore che egli stesso crede di praticare.

Non nascondo che questa tesi mi ha fatto molto riflettere: è un tema che sicuramente mi riguarda da vicino. Ho fatto studi musicali privatamente, con Giorgio Lippi, un maestro di violoncello di grande classe, ma estremamente esigente. Dava tutto se stesso, ma altrettanto pretendeva da me. Quando diedi l’esame al conservatorio, per me fu una passeggiata. Nello stesso periodo, ho frequentato un liceo dove i professori di italiano, greco e latino, assomigliavano al mio maestro di violoncello. Quando affrontai i primi esami di giurisprudenza, rispetto alla precisione richiesta al liceo, mi sembravano prove da scuola media. Per queste ragioni e per il mio temperamento, ho sviluppato una forte volontà. Una volontà che, poco consapevole dei miei veri bisogni e sentimenti, mi ha condizionato e spinto dolorosamente fuori strada. Ma quella stessa volontà, mi ha consentito di recuperare la giusta rotta, sia pure a fatica, dopo aver riconosciuto l’errore.

Il libro di Cassano, la leggenda del Grande inquisitore nella sua interpretazione, mi hanno molto colpito, perché ho riconosciuto un tratto di intransigenza, di giudizio, di spietatezza, nei confronti di me stesso sicuramente, e quindi anche forse nei confronti degli altri, che non mi è estraneo. Anche se ho lavorato molto per analizzarlo e liberarmene, proprio questo indica quanto sia stato radicato in me, e come tracce di esso possano ancora venir fuori in situazioni di stress.

Il giudizio è una malattia, anzi, è la malattia dello spirito, la maledizione che ci separa dalla nostra anima. Ho compreso che nelle scuole dove si vogliono formare gli allievi migliori, di questa malattia spesso ci si ammala. Ho iniziato a guarire dopo l’incontro con Boris Porena. A lui e a sua moglie Paola va la mia eterna gratitudine. E da lì è nato il mio impegno a liberare altri da questa umana disgrazia. E liberando altri, aiuto a completare la mia liberazione.

Qui sotto trovate una mia rielaborazione di alcune parti del libro di Cassano, con miei commenti.




Franco Cassano parte da una constatazione:

il male, nella sua lunga sfida contro il bene, riesce a partire con un margine di vantaggio difficile da annullare. Esso è un fondista veloce, corre svelto e leggero come se fosse in discesa, mentre sull’altro versante il bene arranca affannosamente su un’eterna salita. E anche quando crede di essere riuscito a conquistare posizioni stabili e forti, è spesso costretto ad accorgersi che quei territori non sono sicuri e possono tornare nelle mani del suo avversario, avverte gli scricchiolii degli argini e del proprio sistema di difesa.

Perché il male ha questo vantaggio sul bene? Ecco l’ipotesi di Cassano:

Il vantaggio del male dipende in primo luogo dalla sua «umiltà», da un’antica confidenza con la fragilità dell’uomo, che gli permette di usarla ai propri fini. Del resto chi lavora sulle tentazioni non può non conoscere le nostre debolezze. Il bene, invece, è così preso dall’ansia di raggiungere le sue vette che spesso finisce per voltare le spalle all’imperfezione dell’uomo, lasciandola tutta nelle mani delle strategie del male.

Chi ha gli occhi fissi solo sul bene, spesso ha deciso di non guardare altrove: l’urgenza di giudicare, di misurare l’essere sul metro del dover essere, lo porta a guardare con impazienza chi rimane indietro, e tale mancanza di curiosità lo porta alla sconfitta. Il male approfitta della distrazione o della boria del bene per mettere le tende e costruire alleanze.


Il bene guarda al dover essere, alle mete da raggiungere. Il bene si allea alla parte buona dell’uomo, e trascura i segnali che vengono dalla sua parte più debole. Guarda all’Anima e trascura l’Ego. Punta alla bellezza e ignora la bruttezza. E’ attaccato al risultato e quindi rimane cieco ad una parte della realtà. La sua non è una visione del tutto falsa, ma è parziale. Vede ciò che di buono c’è nelle persone. Ma così facendo, non le vede nella loro interezza, le sopravvaluta e le mette in difficoltà.

Il male, invece, la parte oscura dell’uomo la vede benissimo: orgoglio, presunzione, pigrizia, doppiezza, tutti gli inquinanti della mente. A differenza del bene, non cerca di rimuoverli, provocando ogni forma di resistenza, ma ad essi si allea per raggiungere i propri fini.

Ma c’è di più: il bene non è solo ingenuo. E’ presuntuoso, si dà ragione, è pronto a giudicare chi non lo segue. “L’urgenza di giudicare, di misurare l’essere sul metro del dover essere, lo porta a guardare con impazienza chi rimane indietro, e tale mancanza di curiosità lo porta alla sconfitta”.

Quindi il bene spesso si coniuga al giudizio, e il giudizio porta al disprezzo e alla colpevolizzazione dei più deboli.

Nella visione Aleph, quando il bene si comporta così, non è più bene, ma una maschera del bene. Il bene, come qualità dell’essere, o qualità dell’amore, è incompatibile con il giudizio. Il vero bene non giudica mai, ma conosce e comprende in profondità, ascolta, empatizza, entra in sintonia. Il vero bene conosce il male, conosce le debolezze dell’uomo, perché le riconosce esistenti anche al proprio interno. Discerne ma non giudica, prova compassione e non disprezzo, ed è pronto a perdonare. Quante volte? Settanta volte sette, ha detto Gesù, cioè sempre.

Ma, ci avvisa Panikkar, solo Dio può perdonare. E infatti il perdono, il vero perdono, può venire solo dall’amore incondizionato, senza limiti, che è amore divino, non umano. Quindi può venire solo dall’uomo quando si divinizza, quando la sua anima si fa santa, cioè dedita solo al bene.

La nostra cultura ci induce a credere che i santi possano essere una esigua minoranza, e che la nostra vera natura sia quella egoica e predatrice. Ma questa visione è altrettanto parziale di quella del “bene maschera”, che trascura e gudica la parte oscura dell’uomo.



Che cosa fare, allora? Ecco il pensiero di Cassano:

Perché le cose comincino a cambiare è necessario che il bene si giri verso l’imperfezione dell’uomo e smetta di guardarla dall’alto, abbandoni l’inerzia che discende dalla sua presunzione. Tale supponenza può essere in parte capita: chi è impegnato seriamente a cercare la perfezione può reagire con un gesto di sufficienza verso chi non è all’altezza dei principi. Ma anche la presunzione dei migliori è una forma di imperfezione. Ed è più diffusa di quanto si pensi.

Salvarsi in pochi, in un mondo nel quale si allarga l’egemonia del male, non è solo triste, ma anche impossibile. Occorre quindi ridurre lo scarto tra i migliori e tutti gli altri, creare collegamenti e scambi e imparare che ogni vittoria delle sole avanguardie è fragile ed esposta al rischio di essere accerchiata e battuta. Si tratta di scegliere i molti, ben sapendo che la scelta di cercare un consenso vasto e popolare è piena di trappole e di tentazioni. Alla fine della strada si può scoprire di essere diventati troppo simili a coloro che si intendeva combattere, di rassomigliare troppo al Grande Inquisitore…


Cassano conclude:

La finitezza e la fragilità non sono aspetti secondari della nostra condizione di uomini, ma il suo centro, il tratto che ci accomuna… da qui si deve partire se non ci si vuole salvare in pochi. La salvezza che preferiamo è quella che ha l’ambizione di portare con sé anche la fanteria. Non per incolonnarla e portarla poi a votare per il bene, ma per ridurne la dipendenza ed innalzarne la dignità, anche quando questo comporta una perdita di potere.


Potere: ecco la parola chiave. Chi sceglie la via del bene, deve rinunciare al potere. Come ha fatto Gesù. Perché il potere è un inquinante della mente, come l’orgoglio, l’egoismo, lo sfruttamento. Potere e giudizio si tengono insieme. Quando il bene pratica il giudizio, si sta alleando al potere, alla danza del potere. E allora è un falso bene, più pericoloso del male che dice di voler combattere. Più pericoloso perché il male palese è facilmente riconoscibile. Il bene, avvelenato dal giudizio e dal potere, passa più inosservato. E in tal modo può entreare nella coscienza degli uomini come un cavallo di Troia, rendendoli schiavi più di prima. Il bene-maschera è il nucleo del doppio legame, la struttura patologica universale.


Per analizzare la natura del potere, Cassano ci conduce ad una rilettura originale della “Leggenda del Grande inquisitore”, la storia che Ivan racconta a suo fratello Alioscia nel quinto libro dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij:

La scena iniziale … è quella di una piazza della Siviglia del XVI secolo ai tempi dell’Inquisizione, in un’estate infuocata, in cui anche le notti, attraversate dall’odore del lauro e del limone, non concedono respiro. In quella stessa piazza, appena il giorno prima, al calore di un’estate torrida si era aggiunto quello di un rogo sul quale erano stati bruciati, su ordine dell’Inquisizione, più di cento «eretici». In quella piazza si aggira una folla misera, che affronta la sua sofferenza e che non ha mai cessato di attendere «fanciullescamente» che Cristo ritorni sulla terra, pur avendo trascorso nell’attesa di quel ritorno ben quindici secoli. E proprio quel giorno Cristo, mosso a pietà da questa richiesta continua, decide di ritornare sulla Terra almeno per un istante, non con l’immenso spiegamento di forze del giorno del Giudizio finale, ma mescolandosi alla folla. E per questo suo ritorno tra gli uomini egli sceglie «quella stessa forma umana, in cui s’era aggirato fra loro per trentatre anni quindici secoli prima». Questa circostanza lo rende però riconoscibile, e la folla si accalca attorno a lui, chiedendo di essere benedetta. Ben presto il contatto diretto con chi è stato atteso così a lungo fa nascere nella folla la richiesta di miracoli. E di fronte alle sofferenze degli uomini Cristo non si nega: dapprima rida la vista ad un uomo cieco fin dall’infanzia e subito dopo riporta in vita una bimba di sette anni morta da poco. E di fronte a questi portenti la folla gli si stringe attorno con grida, singhiozzi ed un’immensa emozione.

È in quel momento che entra in scena il Grande Inquisitore, un vecchio di quasi novant’anni, ancora alto e diritto, che passando per la piazza osserva il tumulto e poi l’uomo da cui esso è nato. Il suo sguardo sfolgorante all’improvviso si rabbuia e si riempie di rancore. Ha riconosciuto Cristo e dà subito ordine di condurlo in prigione. La folla, intimorita ed ormai abituata ad obbedire, lascia passare le guardie che arrestano e portano via l’uomo intorno al quale fino a poco prima si era accalcata.

È proprio al culmine di questa «sivigliana notte senza respiro» che il Grande Inquisitore si reca a far visita al suo prigioniero. Durante tutto il suo lungo discorso si rivolgerà a Cristo con il Tu, ma non farà mai direttamente il suo nome, così come Cristo non replicherà mai al monologo del suo interlocutore. E già questo straordinario e sorprendente rovesciamento dei ruoli a rendere fosca ed angosciosa la notte: Cristo è prigioniero non di un potere avverso od estraneo alla religione cristiana, ma di un prelato che deriva la propria autorità dalla sua predicazione, dalla fedeltà alla verità in essa rivelata

All’inizio è proprio l’Inquisitore, subito dopo aver preannunciato di volerlo mandare al rogo l’indomani, a ordinare al suo interlocutore di tacere, perché ogni sua parola suonerebbe come un’aggiunta, un completamento o una precisazione a quanto detto durante la sua prima venuta sulla Terra, e per questa stessa ragione minerebbe l’autorità della tradizione, della «verità» a suo tempo rivelata agli uomini. Essa suonerebbe come eretica e quindi passibile della massima pena…


Paradosso: se Cristo oggi tornasse, sarebbe disconosciuto dalla Chiesa, che si è assunta il compito di salvaguardare la verità da lui rivelata. Non è solo l’opinione espressa a suo tempo da Dostoevskij, ma di non pochi sacerdoti che si rifanno alla lettura diretta dei vangeli. Rinvio alla lettura di “Dove è Dio?”, che raccoglie la storia di quattro di loro: don Ciani, don Gallo, don Panizza, don Rigoldi, che si autodefiniscono preti di strada.


Ma… è soprattutto sulla concezione della fede proposta da Cristo nei Vangeli che l’Inquisitore ha un rimprovero durissimo da muovere: consegnando la fede ad un atto di libertà, Cristo ha proposto agli uomini un compito del tutto superiore alle loro forze. Gli uomini, dice il vecchio prelato, non sono fatti per la libertà perché non ne sono all’altezza.

Per dimostrare l’astrattezza velleitaria di una fede fondata sulla libertà l’Inquisitore ricorda a Cristo le tre tentazioni che Satana gli aveva proposto durante il suo soggiorno nel deserto: quella della conversione delle pietre in pani per rendere più convincente e popolare la sua predicazione, quella di tuffarsi nel vuoto per far si che gli angeli accorressero in volo per salvarlo, e infine quella dell’offerta del potere e del dominio sul mondo. Ebbene Cristo, ricorda l’Inquisitore, aveva rifiutato tutte le tentazioni perché aveva ritenuto che cedere ad esse avrebbe significato conquistare gli uomini, non sollecitarli alla libera scelta della fede, usare una forma di potere e non rivolgersi alla loro coscienza.

Quel rifiuto delle tentazioni indicava agli uomini una via verso la fede molto esigente, non facilitata dal tessuto dei prodigi e dei miracoli, una via legata al possesso di una grande e coraggiosa spinta spirituale. Ebbene, questa concezione alta ed esigente della fede è, ribadisce l’Inquisitore, del tutto sproporzionata rispetto alla reale capacità dell’uomo. Si tratta di una concezione aristocratica, che può essere fatta propria solo da una ridotta schiera di eletti, perché gli uomini, «debole schiatta sediziosa»2, sono nella loro grande maggioranza molto inferiori alle sue pretese. La fede richiesta da Cristo è in realtà rivolta solo ad una minoranza di essi, a «dodicimila per ciascuna generazione», quelli capaci di sopportare «decine d’anni di affamato e nudo deserto, nutrendosi di locuste e di radici». Ma questi uomini «più che uomini, afferma con brutalità il vecchio, erano Iddii».

Noi, afferma l’Inquisitore, e qui il riferimento alla Chiesa e a quella cattolica ed apostolica romana è ovvio, ci siamo preoccupati non di costoro, di questi eletti, di questi uomini dalle doti spirituali superiori, ma di tutti gli altri, di quelli che non sono dotati delle loro capacità, ci siamo preoccupati della stragrande maggioranza degli uomini. Infatti,

“Che colpa hanno tutti gli altri, i deboli se non sono stati capaci di sopportare quello che hanno sopportato i forti? Che colpa ha un’anima debole, se non è in grado di accogliere in sé doni tanto tremendi?

È questo il punto più delicato ed importante dell’argomentazione dell’Inquisitore, la critica all’aristocratismo etico di Cristo in nome di un amore per gli uomini più pieno e realistico, di un amore capace di tenere conto della loro debolezza, di non rimuoverla e condannarla, ma di venire incontro ad essa: «Tu sei orgoglioso dei Tuoi eletti, ma con Te ci sono solo gli eletti, mentre noi diamo la pace a tutti». La Chiesa è andata più avanti e oltre Cristo, è andata incontro agli uomini non criminalizzando la loro debolezza etica, ma accogliendola con indulgenza.

Il ruolo della Chiesa in questa rappresentazione nasce da una visione dura e spietata dell’uomo, da una ricognizione delle sue debolezze, dalla convinzione che egli sia incapace di vivere con la libertà. Dalla libertà, sostiene l’Inquisitore, l’uomo ricava solo incertezza, angoscia e smarrimento.

Egli non ha la tempra per affrontarla, cerca beni diversi, vuole sicurezza, certezze a cui appoggiarsi; vuole «il miracolo, il mistero e l’autorità, esattamente quei beni che Cristo ha rifiutato nel deserto; vuole il pane terreno e non quello celeste, «va in cerca, non tanto di Dio, quanto dei miracoli».

Un uomo normale nel deserto avrebbe ceduto subito a tutte le tentazioni, non avrebbe rifiutato il pane terreno per quello celeste, avrebbe accolto volentieri l’aiuto degli angeli in suo soccorso e non avrebbe certo respinto la lusinga del potere…

E la proporzione tra i pochi eletti e il resto degli uomini parla da sola, poche decine di migliaia contro decine di milioni, «innumerevoli come la sabbia del mare».

Anch’essi amano Cristo, ma egli sembra essere attento soprattutto a coloro che più si avvicinano alla sua perfezione e trascura tutti gli altri, quelli che invece la Chiesa non dimentica ed ama veramente.

Cristo ha quindi sbagliato. Tu, lo rimprovera il vecchio, «non volesti asservire l’uomo col miracolo, e bramavi una fede libera, [...] e non già le servili effusioni dello schiavo al cospetto del potente, che una volta per sempre lo ha terrorizzato».

E cosi facendo hai «giudicato troppo altamente degli uomini, giacché, in fin dei conti, costoro sono degli schiavi, seppure con la costituzione del ribelle».

La Chiesa non ha fatto che partire da questo limite, dal disegno di colmare questo vuoto, e ha provveduto a colmarlo. Essa ha restaurato la forza del mistero, del miracolo e dell’autorità.


In sintesi, l’uomo comune non è interessato alla libertà, ma aspira a dipendere da qualcuno che lo liberi dal peso di assumere la responsabiità delle proprie scelte (Fromm, Fuga dalla libertà). Miracoli, mistero, autorità, sono i tre ingredienti per esercitare il potere sugli uomini che Cristo ha rifiutato. Detto in altre parole, sensazionalismo anziché adesione alla realtà, oscurità anziché chiarezza, potere-dominio e paura anziché libertà e autodeterminazione. Già il Macchiavelli aveva avvisato il Principe che gli uomini si possono governare con la paura, non con l’amore.

Questa visione pessimista della natura umana, il Grande inquisitore la condivide con la maggior parte dei dirigenti, degli intellettuali e dei leader, che non hanno compiuto un lavoro spirituale. Ma queste autorità sono false autorità, come falso è il mito sul quale poggia il loro potere.

Potere-dominio e visione spirituale sono incompatibili. L’anima spirituale può nutrirsi solo di libertà, compresa quella di sbagliare, di correre dei rischi, e quindi di apprendere dagli errori. Senza libertà veniamo separati dalla nostra coscienza, cioè dall’organo che ci consente di autodeterminarci (Angela Volpini). Senza libertà non c’è responsabilità, e si rimane eterni fanciulli, dipendenti da qualcuno che ci guida, al quale affidiamo le scelte della nostra vita. Senza libertà rimaniamo in uno stato di minorità, come diceva Kant, in uno stato pre-illuministico.

La rivoluzione della psicologia umanistica sta tutta qui: essa ha cambiato la visione dell’uomo. I suoi bassi sentimenti, essa afferma, non sono frutto di natura, ma di cultura. E’ la cultura che forgia l’uomo che, privo di istinti, ha bisogno di una bussola morale. Una cultura dominata da èlite sfruttatrici produce una morale che favorisce i tratti meno nobili dell’uomo, salvo poi giudicarli e trovare così la legittimazione per esercitare la sua guida autoritaria. Questa è l’essenza del doppio legame: chi induce alla perversione, poi si erge a giudice della stessa.



La Chiesa non ha respinto le tentazioni proprio perché voleva venire incontro agli uomini concreti; essa non ha paura di riconoscere i loro vizi e le loro debolezze, ma invece di fustigarli li accoglie e li riflette. Non attende gli uomini più puri e più forti: troppo facile. Essa vuole salvare tutti quanti.

E se per far questo essa è costretta a ricorrere all’inganno, a promettere loro la vita eterna ben sapendo che si tratta di una menzogna, sarà stata comunque capace di regalare agli uomini la felicità, non quella libertà tormentosa che, lasciata a se stessa, può condurre solo a distruzioni e a lotte fratricide. Essa assolverà gli uomini dai loro peccati, darà ad essi la pace.


Togliere la libertà è togliere l’uomo dai tormenti… E’ vero, chi non è educato alla libertà, non è in grado di praticarla, quindi soffre, come soffre chi prova a camminare dopo essersi levato il gesso. Una mente anchilosata è come una gamba ingessata. Tolto il gesso, si sta subito peggio.


E noi permetteremo loro anche il peccato: sono così fragili e impotenti; e loro ci vorranno bene come bambini, per il fatto che noi permetteremo loro di peccare. Noi diremo loro che ogni peccato sarà rimesso, se compiuto col permesso nostro: e il permesso di peccare noi glielo concederemo perché li amiamo, e il castigo di questi peccati, ebbene, lo assumeremo a carico nostro. [...] Ed essi non ci terranno nascosto assolutamente nulla di loro stessi. [...] Perfino i più torturanti segreti della loro coscienza, tutto, tutto porranno in mano a noi

In altre parole, spiega il vecchio, il magistero della Chiesa è il corrispettivo della insuperabile fanciullezza degli uomini, dell’impossibilità per essi di diventare liberi e autonomi.

La Chiesa non li ha espropriati della loro autonomia, ma ha soltanto risposto alla loro richiesta di assumere su se stessa l’insopportabile onere della decisione. Così facendo essa li ha «liberati dal grave affanno e dai tremendi tormenti che accompagnano ora la decisione libera e personale». Certo, si tratta di un inganno, e sulla Chiesa pesa il compito di serbare questo segreto, ma essa è sostenuta dalla consapevolezza di averlo fatto per la felicità degli uomini e su loro richiesta. Assumersi questa responsabilità, reggere una macchina che si fonda sull’inganno sistematico non è semplice né agevole. Coloro che reggono la Chiesa dovranno caricarsi di questo onere, dovranno custodire la maledizione che nasce dalla conoscenza della verità, ma in cambio avranno contribuito alla felicità di «migliaia di milioni di fanciulli».

Ma, osserva l’Inquisitore, che cosa è preferibile? Una concezione elitaria ed irresponsabile nei riguardi dei più deboli come quella di Cristo oppure questo lavoro di gestione e controllo del potere, che permette agli uomini di non aprire mai gli occhi, di rimanere bambini, e che li fa vivere e morire cullati da menzogne, che gli presentano un quadro della vita terrena e di quella successiva tale da dar loro la pace?


Nel Galileo di Brecht, il cardinale Bellarmino sostiene la stessa tesi.


Il potere della Chiesa nasce quindi dalla scelta di aver colmato la distanza tra la predicazione di Cristo e la realtà concreta degli uomini. Alla base di quel potere sta una concezione spietata e pessimistica della natura degli uomini: essi vogliono essere liberati dalla loro libertà, vogliono essere rassicurati, e sottomessi alla forza dirompente del miracolo, del mistero e dell’autorità. Puntare su una fede forte e libera significa puntare su un’esigua minoranza lasciando tutti gli altri in balia di se stessi.



I PERICOLI DELLARISTOCRATISMO ETICO

Fin qui la prospettiva di lettura che noi proponiamo non sembra differenziarsi in modo rilevante da quelle prevalenti. C’è però un interrogativo che la lunga requisitoria del Grande Inquisitore non può non suscitare anche nel lettore più diffidente ed ostile e non è facilmente aggirabile: c’è qualcosa di vero in questa descrizione? Essa è soltanto una miscela di aspirazione al potere, di disprezzo e strumentalizzazione della debolezza degli uomini oppure lascia intravedere un problema che va al di là della semplice polemica di Dostoevskij contro la Chiesa cattolica? La storia narrata dall’Inquisitore rappresenta solo una forma determinata di potere oppure è qualcosa di più, rappresenta la radice che alimenta ogni potere? E non è la Leggenda capace di illuminare come pochi altri testi il rischio che costantemente circonda gli spiriti più elevati, quello di essere così davanti e più in alto rispetto ai propri simili da rimanere soli, poche decine di migliaia contro innumerevoli decine di milioni? Così da sembrare molto più che un modello da imitare, qualcosa di inarrivabile e lontano?

E da lasciare un enorme spazio all’iniziativa di un potere lucido e disincantato, interessato ad esaltare ed assecondare la debolezza degli uomini proprio per farne l’alimento della propria esistenza e stabilità?

L’errore che il Grande Inquisitore rimprovera a Cristo è un errore di generosità nei riguardi degli uomini, un errore comune a tutti coloro che, mossi da una forte spinta ideale, si gettano impetuosamente in avanti, scoprendo poi dolorosamente non solo di non avere più amici alle spalle, ma di essere circondati dall’indifferenza se non addirittura dall’ostilità.

Il vantaggio dell’Inquisitore, quello che gli ha permesso nel corso di quindici secoli di occupare ed usurpare lo spazio della predicazione evangelica sostituendo ad essa una macchina di potere, sta tutto nella sua visione più realistica dell’uomo, nella scelta di attenderlo non alle grandi imprese edificanti, ma nel momento della debolezza e del bisogno. Sta nel fatto che egli crede che la verità dell’uomo risieda soprattutto nella sua perenne ed insanabile immaturità.

Si tratta senza dubbio di un’immagine cinica, ma capace nello stesso tempo di afferrare in modo nitido un aspetto importante della realtà, e di volgerlo a proprio favore. Quando Ivan ha quasi ultimato il suo racconto, Alioscia ha un moto di entusiasmo ed esclama: ma il «tuo poema è un’esaltazione di Gesù, e non una [sua] detrazione... come tu avresti voluto», e subito fa seguire l’interpretazione più comoda e banale della Leggenda, quella che è stata sposata da molti interpreti e che spesso ne ha disperso la portata eversiva. La descrizione del Grande Inquisitore, sostiene Alioscia, non parla certo del cristianesimo autentico: «E Roma questa, e non tutto di Roma, è la parte falsa: sono gli esponenti peggiori del cattolicesimo, gl’inquisitori, i gesuiti». Ma gli esempi portati da Alioscia non possono certo vantare lo spessore del Grande Inquisitore. Costui, infatti, ha aggiunto al suo racconto un particolare rivelatore, e per noi di capitale importanza, che ne complica ed innalza la figura, e impedisce di ridurre la sua arringa all’espressione di una semplice bramosia di potere. Egli, infatti, rivendica con orgoglio di aver fatto a suo tempo delle scelte coraggiose e radicali:

Sappi che anch’io sono stato nel deserto, anch’io mi sono nutrito di locuste e di radici, anch’io ho benedetto la libertà con la quale Tu avevi benedetto gli uomini, e anch’io m’ero preparato a entrare nel numero degli eletti Tuoi, nel numero dei capaci e dei forti

[...]. Ma io ho aperto gli occhi, e non ho voluto servire la follia. Ho virato di bordo, e mi sono aggregato alla schiera di quelli che hanno emendato le Tue gesta. Ho girato le spalle agli orgogliosi, e mi sono rivolto agli umili, per la felicità di codesti umili.

L’Inquisitore presenta quindi la sua posizione come il risultato di una libera scelta, maturata nel momento in cui si è reso conto che la via di Cristo era la via di pochi e che era necessario voltare ad essa le spalle per poter andare incontro a tutti gli altri.


Edward Bernays, genero di Freud, e fondatore delle idee che stanno alla base della pubblicità e della propaganda, si esprime in modo molto chiaro a proposito dell’incapacità della massa di autodeterminarsi. La massa ha bisogno di guida e di autorità. La pubblicità è il mezzo moderno per svolgere questa funzione (cfr. Propaganda).


La sua prospettiva quindi non è necessariamente la proiezione di un semplice calcolo di opportunità, incapace di andare al di là dei propri interessi ristretti. A suo tempo egli ha scelto la strada del deserto, e ne è tornato non perché dalla sfida è uscito sconfitto, ma perché ha ricavato da quell’esperienza una convinzione del tutto opposta a quella che l’aveva spinto a misurarsi con le grandi prove spirituali. Non è tornato indietro perché non era all’altezza delle prove, ma perché ha capito che esse avrebbero salvato solo pochi eletti come lui, chiedendo ad essi di dimenticare il destino di tutti gli altri. E questo gli era apparso ripugnante…

Egli, in altre parole, rivendica il merito di scavalcare in coerenza una predicazione rivolta proprio agli umili e agli ultimi, facendo perversamente osservare che essa, lungi dal dedicarsi ai più deboli, ha di fatto proposto una nuova gerarchia al cui vertice sono gli eletti, i più puri e i più forti. L’attenzione per i miseri, per i deboli, per coloro che non hanno la forza morale per essere all’altezza dei principi più esigenti formulati da Cristo, permette di scavalcare i rischi di aristocratismo impliciti in quella predicazione proprio in nome di quegli stessi principi. Chi sta con gli ultimi deve essere capace di confrontarsi anche con le loro debolezze, con il loro bisogno di certezze e di sottomissione, con un’idea del divino molto terrestre, immediata e profana


AVVELENARE I POZZI

È innegabile, come abbiamo già detto, che nella Leggenda giochi un ruolo decisivo la critica di Dostoevskij alla Chiesa cattolica, ma schiacciare quel testo sulla traccia scontata della polemica religiosa significa impoverirlo e banalizzarlo. Quello che la Leggenda ci consegna è molto di più, è un quadro preciso dello spazio nel quale cresce e si esercita il potere, del modo in cui esso lavora alle spalle degli uomini più integri, mirando ad interrompere le comunicazioni tra essi e quelli meno forti, più esposti all’insidia dei bisogni terreni. L’Inquisitore, che pure è stato nel deserto e ha mangiato le locuste, abbandona gli eletti per volgersi verso tutti gli altri. Egli è attratto dalla loro debolezza perché ha scoperto che è essa a renderli vulnerabili alle lusinghe del potere. Molto più che di esempi irraggiungibili e alteri, essi hanno bisogno di protezioni, di sottomissioni e genuflessioni. Quanto più il potere saprà lavorare su queste debolezze, quanto più saprà usarle a suo favore, tanto più riuscirà ad interrompere le comunicazioni tra i migliori e tutti gli altri, tanto più riuscirà ad avvelenare i pozzi, lasciando gli eletti senza eserciti e arruolando la grande maggioranza degli uomini alle proprie dipendenze.


Il segreto del Grande Inquisitore è tutto qui, è il segreto di una passione per il potere che non è fine a se stessa, ma nasce da un’infinita, e realistica, sfiducia negli uomini, e da un fastidio per l’arroganza degli eletti, per tutti coloro che predicano una virtù che solo loro sono in grado di praticare e che quindi finiscono per disinteressarsi delle «vili» esigenze dei più.

Il suo comportamento è qualcosa di più complesso di un tradimento o di un’abiura, è la percezione di un fianco del mondo che agli occhi dei migliori spesso diventa invisibile, un amore-complicità con la debolezza degli uomini, che permette di governarne dispoticamente la vita fino al punto di ritenere giusto mandarne a centinaia sul rogo. …

La Leggenda ci aiuta a scorgere l’insopportabile presunzione dei migliori, il lato debole della loro forza, quel narcisismo della perfezione morale che disprezza chi è rimasto attardato e si è fermato qualche gradino più giù….

Il pessimismo del Grande Inquisitore è in realtà una guerra antropologica preventiva ed efficacissima contro la speranza. La sua forza rispetto ai dodicimila eletti sta tutta qui, nella consapevolezza della fragilità dell’uomo. Gli eletti, ispirandosi a modelli alti ed esigenti, si propongono di combattere contro la fragilità dell’uomo, contro i suoi difetti, spesso forzandone la natura.

Il Grande Inquisitore lavora proprio su questa soglia, a dividere gli uomini migliori da tutti gli altri, a presentarli come un’aristocrazia boriosa e innamorata della propria perfezione. Lo scarto su cui egli lavora è uno scarto reale, ma egli lo esaspera, lo accentua e lo allarga, lo porta ben oltre il punto in cui lo aveva trovato, coltiva e alimenta la debolezza dell’uomo perché ne ha bisogno, perché essa è il fondamento della sua forza.

Egli dunque lavora, e duramente, non solo contro il messaggio di Cristo, ma contro tutti coloro che, anche sulla sua scorta, provano a spingere l’umanità verso mete spirituali elevate, ha bisogno di credere che esse portino in realtà soltanto verso un abisso.

È quindi una lotta durissima quella contro il Grande Inquisitore: egli si è alleato con la debolezza degli uomini, la moltiplica e la usa come uno scudo contro i migliori tra essi.

Per pensare di poterlo combattere con qualche successo occorre evitare di separare i dodicimila santi da tutti gli altri uomini, occorre non solo combattere, ma anche riconoscere e rispettare l’angustia dell’uomo, occorre tenere i collegamenti, evitare che le file si allontanino troppo l’una dall’altra, è necessaria un’idea di perfezione e salvezza diversa, libera da ogni angelismo e capace di ospitare al suo interno quella debole ed imperfetta creatura che è l’uomo.