Creatività

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La creatività


  1. -da fonte di disturbo a risorsa

  2. -teoria di Arieti

  3. -creatività ordinaria e straordinaria

  4. -creatività individuale e di gruppo

  5. -leader carismatico di un gruppo creativo

- condizioni per favorire la creatività di gruppo



È stato osservato come nell’attuale fase storica, definita postindustriale, sia divenuta centrale la produzione di conoscenza. La globalizzazione dei mercati e la forte competizione in cui sono inserite le imprese, fanno emergere in modo sempre più evidente la necessità di promuovere processi ideativi a tutti i livelli organizzativi.

La concezione secondo cui la creatività rappresenta una vera e propria fonte di disturbo per l’azione organizzativa, elemento d’entropia nella coesione dei gruppi e causa di diseconomie ebbe nella società industriale l’inesorabile effetto di annientare o, in ogni caso, di relegare a pochi episodi isolati il pensiero innovativo.

Con l’avvento della società moderna, l’indesiderabilità sociale della creatività lascia però il posto ad una sempre più urgente necessità di apporti innovativi, che cominciano ad essere considerati essenziali al fine di favorire lo sviluppo significativo di qualsiasi tipo d’attività economica e sociale.

In questo tempo comincia ad assumersi la consapevolezza che per progredire e, quindi, stimolare l’innovazione, non bastano i fondi, le risorse finanziarie, ma occorre, in pari misura, un’adeguata espressione e applicazione di quello che viene chiamato il "pensiero divergente", il pensiero che, evitando di ricalcare gli schemi predefiniti e tentando percorsi alternativi, anche rischiosi, riesce a giungere a soluzioni congeniali e ad alto valore aggiunto.

L’esigenza è quella di favorire all’interno delle organizzazioni la nascita di un tipo di creatività che si rifiuti di ripercorrere i sentieri convenzionali, proprio perché, come ritiene la Hegedus, il problema non è più ora nella soluzione tecnica dei problemi ma nella capacità di porre nuovi quesiti.

Max Wertheimer, esprimendo la medesima idea, afferma: "La funzione del pensiero non è esclusivamente quella di risolvere un problema esistente, ma quella di scoprire, intravedere e approfondire sempre di più nuovi interrogativi. Nelle grandi scoperte spesso l’elemento più importante è proprio la formulazione di un determinato interrogativo. L’immaginare e formulare un problema produttivo rappresenta spesso una conquista più grande e importante della soluzione di un problema già posto".

Si rende indispensabile, per riuscire a progredire, trovare il coraggio di rinunciare alla sicurezza intellettuale di certi schemi e assunti culturali, ma la nuova creatività non può che essere una creatività organizzata.

Il processo ideativo è realizzato ora più che mai in modo collettivo, collaborativo, integrato proprio perché la creatività diventa la risposta ai problemi del nostro tempo che sono sempre più interconnessi e complessi e che richiedono, dunque, tentativi di risposta sempre più integrati. Per questo, anche se l’innovazione è da sempre la molla del progresso, la forma di creatività alla quale dobbiamo aspirare oggi è intesa più come il risultato collettivo di un processo pianificato e continuo che non come il frutto di un’intuizione geniale ed isolata. Il passaggio è quello dall’invenzione (espressione che rimanda alla creatività individuale) all’innovazione (espressione che si riferisce più esattamente ad una creatività di natura collettiva).

Il ricorso ai mezzi consolidati, agli strumenti tradizionali, risulta sempre meno efficace e i suoi risultati sempre meno soddisfacienti. La produzione della ricchezza è sempre meno frutto di grandi processi di standardizzazione produttiva, alle economie di scala, a quelli che vengono chiamati i modelli e gli strumenti adattivi. Diventa chiaro, allora, come la gestione dell’attività creativa, tipica della società postindustriale, richieda uno sforzo innovativo estremamente impegnativo agli individui e alle imprese, abituati entrambi a criteri di conduzione organizzativa più statici.

Ci chiediamo, a questo punto, quali sono i meccanismi, gli stimoli, le modalità di gestione di quelle attività per le quali il pensiero creativo costituisce il valore aggiunto; quali gli idealtipi organizzativi che forniscono adeguati riferimenti per le organizzazioni orientate all’agire creativo; quali le variabili strategiche da considerare nello studio e nella gestione di questo tipo d’attività.

Diventa allora importante comprendere come il processo creativo si sviluppi. Solo la comprensione dei suoi meccanismi renderà possibile la sua idonea gestione da parte delle organizzazioni.

La creatività individuale:

La creatività, come tema di studio, è relativamente recente. La data di inizio della sua trattazione, forse si può far risalire al 1950, quando durante il congresso della American Psychological Association, Guilford presentò una relazione sull’argomento. In tale periodo si cominciava ad avvertire l’insufficienza del Taylorismo e si affermava invece l’importanza della creatività nell’organizzazione del lavoro. I primi studi sull’argomento sono attribuibili ad esperti di psicologia o di psicoterapeutica. Uno studio dettagliato e organico è quello dello psicanalista Silvano Arieti.

L’autore fa una distinzione tra creatività ordinaria e creatività straordinaria. La prima da una sensazione di soddisfazione, elimina la frustrazione, solleva il morale dell’uomo. La seconda produce opere di straordinaria importanza contribuendo, in modo determinante, al progresso sociale e alle grandi conquiste dell’umanità.

Arieti orienta la sua attenzione, in particolare, sulla creatività straordinaria. Questa consiste in un processo terziario, capace di combinare insieme processi primari con processi secondari. Il processo primario, espressione coniata da Freud, è un modo di funzionamento della psiche, specialmente della sua parte inconscia. Il processo secondario, al contrario, è il funzionamento specifico della mente quando è sveglia e adotta la logica razionale.

È dalla sintesi magica (Magic Synthesis) dei meccanismi del processo primario e secondario che emerge la creatività.

Ma come avviene questa sintesi? In che modo nasce l’atto creativo? Per rispondere a queste domande si possono riportare le parole stesse di Arieti: "Tutto ciò che era stato invisibile, ineffabile e imprevedibile può venire a galla in vari modi: improvvisamente, inaspettatamente, di getto, con un lampo, durante la meditazione, la contemplazione, il fantasticare, il rilassamento, l’assunzione di droghe, i sogni; oppure attraverso uno sforzo di evocazione, l’associazione, la stimolazione esterna, la sensazione cinestatica e cosi via. Spetta alle facoltà mentali che fanno parte del processo secondario accettare o rifiutare questo materiale"


La creatività di gruppo

Nella società attuale, data la sua crescente complessità, molti problemi sono affrontati e risolti collettivamente. In tale contesto è pertanto più difficile attribuire idee geniali a singoli individui piuttosto che a gruppi creativi. Il lavoro creativo di gruppo, è un metodo di comunicazione e ricerca collegiale in cui, l’influenza reciproca, stimolata per mezzo di vere e proprie catene di associazioni mentali, diviene mezzo di produzione di idee difficilmente esprimibili dagli stessi componenti del gruppo nelle condizioni solitarie. In questo modo è possibile utilizzare un patrimonio di immaginazione, che non avrebbe altra modalità di esprimersi, proprio perché ripartito in diverse persone in forma dispersiva e in termini intuitivi.

Il lavoro in gruppo consente quindi di fare emergere una forma di creatività, che travalica i limiti di quella individuale.

Ci sono, tuttavia, particolari condizioni che permettono alla creatività di manifestarsi in un contesto di gruppo.

Esse possono distinguersi in condizioni psico-sociali e condizioni strutturali. Le condizioni psico-sociali sono degli elementi che facilitano l’emergere della creatività all’interno del gruppo. Le condizioni strutturali, invece, conferiscono a quest’ultimo una fisionomia organizzativa funzionale al perseguimento dei suoi scopi creativi. Sinteticamente sono le seguenti:

condizioni psico-sociali

Equilibrio tra fasi di carattere razionale-produttivo e processi emozionali

Comunicazione

Sospensione della critica

Riconoscimento dei successi e "valorizzazione" degli insuccessi

Apprendimento continuo

Tensione al cambiamento

Possibilità creativa

Incentivazione delle diversità

condizioni strutturali

Selezione

Tensione verso l’obiettivo (Mission)

Formazione delle competenze

Presenza di un leader carismatico e autorevole

Organizzazione a Network

Flessibilità dei ruoli


Condizioni psico-sociali

Alcuni studi e sperimentazioni in campo psico-sociale hanno dimostrato che, nella situazione di gruppo, si manifestano, con una continua alternanza, momenti o fasi di carattere affettivo e momenti o fasi di carattere razionale e produttivo. Le pulsioni irrazionali permettono al gruppo di ottenere una forte spinta verso l’azione, mentre gli elementi raziocinanti lo aiutano a finalizzare tale spinta, tuttavia è necessario, per l’espressione della creatività, che i suddetti elementi siano in equilibrio.

Questo perché un gruppo iper-affettivo fantastica sterilmente, mentre un gruppo iper-produttivo riesce a lavorare solo in termini prescrittivi e ripetitivi.

Per garantire tale equilibrio, il gruppo necessita al suo interno di condizioni di forte stabilità interpersonale.

Sono essenziali, innanzitutto, delle condizioni ambientali che non siano né rigidamente inibenti né estremamente minaccianti. Per favorire la creatività di gruppo è perciò indispensabile superare il controllo sociale e assicurare un ambiente stimolante e sereno.

Il superamento del controllo sociale può avvenire attraverso la sospensione della critica e promuovendo il libero flusso delle idee, anche di quelle più bizzarre e inusuali.

Le idee che otterranno successo dovranno essere premiate; questo perché il riconoscimento è un "fattore motivante", spesso capace di incrementare la creatività. La giusta lode è molto più efficace della critica, anche la più costruttiva.

Le idee che non avranno successo non dovranno essere motivo di frustrazione poiché come sostiene Soichiro Honda "il successo è raggiungibile solo dopo ripetuti fallimenti". Non bisogna temere l’insuccesso, poiché in esso sono le fondamenta del successo. Ogni fallimento insegna qualcosa ed è perciò essenziale riuscire ad apprendere dai propri errori.

Il concetto di apprendimento, esteso all’intera organizzazione o gruppo creativo è fortemente legato al cambiamento. Ogni organizzazione (che apprende) deve essere in grado di affrontare il cambiamento. In particolare, il gruppo creativo è la forma organizzativa che più di tutte deve imparare a cambiare se stessa. Questo perché "il gruppo creativo può essere considerato tale proprio in quanto capace di trasformarsi continuamente".

Ciò consente ai suoi membri di non sentirsi bloccati in situazioni di routine, ma di avere la possibilità di acquisire nuovi spazi, dove trovare altre potenzialità e ricombinazioni creative. L’esito finale è una combinazione dinamica caratterizzata dalla mobilita delle conoscenze e degli interessi.

La capacità di sfruttare l’imprevisto e di cogliere le opportunità che si presentano, sono caratteristiche distintive dell’azione creativa. I soggetti e le organizzazioni creative possiedono, quindi, ciò che Musil definisce "il senso della possibilità". La possibilità è strettamente legata alla creazione e alla ricerca costante di grandi ed eccezionali sfide, il che implica che le organizzazioni creative siano centrate sulla costruzione costante di obbiettivi piuttosto che al semplice superamento degli stessi. Tale visione della possibilità si può realizzare solo in un contesto, in cui sia presente un’atmosfera di tolleranza sia nei confronti dei possibili e probabili errori, sia verso le diversità personali e di espressione; dove si possa disporre di un tempo per la sedimentazione delle esperienze e di un clima molto speciale che permetta l’emergere di stimoli vari e favorisca l’intuizione e l’apporto personale. L’organizzazione creativa, dunque, è costituita da individui, che non vengono annullati nell’organizzazione stessa, ma che al contrario agiscono come parte attiva in essa.

E’ fondamentale pertanto incentivare il confronto tra le diverse opinioni individuali, questo può sì provocare dei conflitti ma, tuttavia se favorito da un clima di comunicazione aperta e franca è motivo di crescita costante.


Condizioni strutturali

Il gruppo creativo presenta una propria fisionomia organizzativa che lo contraddistingue. Prima di tutto è importante sottolineare che l’organizzazione creativa si costituisce attraverso un criterio selettivo che i membri del futuro gruppo adottano per scegliersi reciprocamente. I principi centrali sui quali si basa tale scelta sono la creatività, l’affettività e la volontarietà, altri, peculiari ma altrettanto rilevanti, sono la competenza professionale, l’universalismo culturale e l’affinità estetica.

La creatività, a volte, è una dote potenziale che deve essere evidenziata soprattutto da persone autorevoli, che grazie alla loro superiore esperienza, sappiano riconoscerla. Tali personaggi sono molto spesso i leader fondatori della organizzazione creativa.

L’affettività, invece, consiste nella presenza di legami amicali. Molti gruppi creativi, del passato e del presente, erano e sono formati da gruppi amicali. L’amicizia è una base preziosa per lo sviluppo del lavoro creativo poiché ogni membro dona la propria conoscenza all’altro, arricchendo l’intera comunità.

La volontarietà poi, si esprime attraverso l’ingresso nel gruppo di persone che presentano una forte motivazione espressiva e non utilitaristica e che concentrano i loro sforzi soprattutto sulla realizzazione di ciò che loro considerano come una Missione.

La struttura dell’organizzazione creativa, infatti, fonda le sue basi sul perseguimento di un obiettivo (Mission). Esso è il collante dell’organizzazione e il suo fine.

Tuttavia l’adesione ad una missione non implica un’acritica condivisione. "La missione del gruppo può anche essere messa in discussione ricorsivamente magari attivata e perseguita con sfumature diverse da parte dei membri, ma essa riposa su una base comune che è costituita dall’attribuzione di valore e significato a quegli oggetti, a quei temi, a quegli ambiti di azione".

Una volta che l’organizzazione si sarà costituita avrà il compito di accrescere le competenze professionali dei singoli e di orientarle alla realizzazione del progetto creativo.

Il raggiungimento dei risultati creativi, tuttavia, non sarà immediato poiché un certo tempo sarà dedicato all’acquisizione di conoscenze e di capacità. Dalla sedimentazione delle idee si passerà alla competenza esperta per poi raggiungere la creatività professionale.

 

 

Il leader carismatico

 

Una figura di fondamentale importanza nella creazione e formazione del gruppo e successivamente nella organizzazione e gestione del suo lavoro è il leader.

Generalmente all’interno del gruppo creativo è presente un leader "carismatico e autorevole" che possiede le seguenti caratteristiche: crea un clima di fiducia ed entusiasmo; risolve sempre e nel modo migliore le situazioni di crisi; stimola i componenti a dare il meglio di sé; l’ottimismo e la speranza sono le sue regole principali; valorizza al massimo le idee degli altri; è capace di ascoltare (l’ascolto a qui un significato molto speciale, non riguarda solo ciò che viene detto, ma anche ciò che viene taciuto, o detto solo in parte, o sottinteso, l’ascoltare si avvicina cosi molto all’intendere); è capace di motivare; per quanto possibile egli delega il lavoro agli altri (questo da loro un certo orgoglio e un senso di responsabilità del proprio lavoro); riconosce i meriti; stimola il cambiamento e la tensione verso l’esterno.

Un leader con queste caratteristiche è ampiamente legittimato all’interno del suo gruppo. Il carisma diventa cosi una qualità del gruppo stesso, trasformandosi in una relazione permanente tra tutti i membri, fondata sulla visione della possibilità. Il carisma favorisce così un forte legame interno che non implica tuttavia una chiusura del gruppo.

Al contrario esso tende continuamente ad espandersi verso l’esterno.

In questo modo, il gruppo assume un particolare modello organizzativo: il network. Tale modello si pone come alternativa significativa all’organizzazione tradizionale.

Queste organizzazioni sono sempre state orientate ad uno scopo comune, definire con la massima precisione possibile come devono essere distribuite responsabilità, ruoli e competenze specialistiche, attraverso quali meccanismi si possono reintegrare le specializzazioni, come è articolata la catena gerarchica e delle responsabilità in verticale; in una parola, la definizione di caselle e di canali. Le organizzazioni a network presentano invece una struttura completamente differente. Prima di tutto i confini aziendali non sono più definiti, infatti, si assiste gradualmente alla scomparsa della rigida divisione tra ciò che è dentro l’organizzazione e ciò che è fuori di essa e questo avviene in tutte le direzioni: verso le forze commerciali e gli attori distributivi; verso le aziende fornitrici di beni e servizi; verso altre organizzazioni che forniscono specializzazioni di ricerca e sviluppo o comunque competenze specialistiche applicate; verso i clienti.

Il confine organizzativo diventa più labile anche nei confronti delle stesse risorse umane che collaborano nell’impresa là dove, con il passaggio da esecutori a professionisti, acquisiscono una forte autonomia lavorativa. Il disegno dei ruoli risulta arduo, poiché si lavora insieme, con responsabilità condivise.

Le corresponsabilità non sono mai definibili fino in fondo e in modo definitivo, perché si concretizzano con i comportamenti effettivi e informali. Le nuove organizzazioni e le organizzazioni creative in particolare presentano così un funzionamento più fluido, più imprevedibile, meno massificato e omologato, più individualizzato sulle capacità del singolo e più orientato alla libera circolazione delle informazioni.

Con la delega alle macchine non solo di gran parte del lavoro fisico ma anche del lavoro intellettuale più ripetitivo, le prestazioni richieste nella società postindustriale saranno sempre più quelle di natura intellettuale, scientifica, artistica che non esecutiva: le persone che vivranno producendo idee e beni immateriali come simboli, informazioni, cultura, saranno sempre più numerose rispetto a quelle che vivranno producendo cose.

L’uomo potrà finalmente occuparsi dell’attività che più gli è propria, quella ideativa e creativa, appunto.

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La teoria del flow di Csikszentmihalyi:

creatività e felicità


Documento elaborato da Maurizio Rossi maurizio.rossi@ieffe.net

IF Srl Via Dell’Epomeo, 54 - 80126 NAPOLI  

Cfr. documento completo


(testo lievemente ritoccato da Mauro Scardovelli)


Essere nel “flow”: l’esperienza ottimale

(...) Cosa c’entra il “flow” con la
ricerca della “felicità” che era il punto di partenza della riflessione teorica e personale di Csikszentmihalyi?



C’entra perché le persone che mantengono il controllo delle proprie esperienze e fronteggiano sfide che le impegnano al massimo senza però richiedere di andare pesantemente oltre i propri limiti sono quelle maggiormente in grado di determinare la qualità della propria vita. Questo è il modo migliore per avvicinarsi alla condizione di felicità.


Com’è un’esperienza “flow” e quando avviene?

Il controllo delle proprie esperienze è difficile da attuare perché molte delle cose che influenzano la nostra vita e che ne determinano la qualità dipendono da fattori al di fuori del nostro dominio.

Vi sono tuttavia situazioni in cui riusciamo a non farci condizionare, nel nostro agire, dai fattori esterni, ci sentiamo protagonisti assoluti delle nostre azioni – e normalmente questo provoca una sensazione piacevole di gioia, fornendoci un punto di riferimento su come dovrebbe sempre essere la nostra vita. Il flow è quella situazione in cui tutto si svolge in armonia con le nostre decisioni: il rocciatore che fa la sua ascensione “perfetta”, l’atleta che migliora il proprio record, il musicista che compone, l’artista che crea una nuova opera, l’architetto che disegna e ultima il suo progetto, il cuoco che prepara un piatto particolarmente complesso, l’allenatore che guida la propria squadra nell’eseguire al meglio gli schemi, il giocatore di scacchi immerso in una partita ecc..

Il tratto comune di queste “esperienze ottimali” è che non derivano da momenti di apatia (apathos: assenza di passione e di emozioni), passività o rilassatezza: non è – per intenderci - il piacere che deriva da un bagno caldo, da un massaggio o dall’ascoltare il nostro brano di musica preferito.

Il Flow è uno stato che invece presuppone passione e creatività, il pieno coinvolgimento delle migliori abilità della persona, la sua attenzione totale, la chiarezza della meta da raggiungere, un ottimale senso di controllo, il corpo e la mente impegnati al limite.

Per battere il record è necessario lavorare duro, fare rinunce, allenamenti pesanti e poi mettere la massima attenzione e concentrazione nella gara, il tutto per esprimere il massimo che mente e corpo possano dare insieme: è la consapevolezza di aver raggiunto ed espresso il massimo delle proprie attuali capacità che genera nell’atleta quella sensazione di felicità che corrisponde all’esperienza ottimale.

Come abbiamo detto, l’esperienza ottimale non si verifica a caso ma ha bisogno di essere prodotta e sostenuta. E’ qualche cosa che dipende da noi, che si determina non solo perché siamo protagonisti di quello che stiamo facendo ma perché siamo totalmente coinvolti nell’attività al punto che nient’altro ci importa in quel momento.


Le nove dimensioni del Flow

Il flow è quindi lo “stato psicologico di massima positività e gratificazione che si può percepire svolgendo una determinata attività” e corrisponde alla “completa immersione nel compito”.

Esperienza soggettiva multidimensionale, lo stato di flow si svela in base ad alcuni “indizi”:
elevato coinvolgimento e passione, controllo della situazione, focalizzazione dell'attenzione, assenza di paura, ansia, stress e sovreccitazione da un lato, di noia, rilassatezza e sovracontrollo dall’altro, motivazione intrinseca (piacere per l'attività stessa), alterata percezione dello scorrere del tempo e assenza di auto-osservazione giudicante. L’esperienza del flow corrisponde ad uno stato psicofisico ottimale: uno “stato di grazia” (o, come dicono gli anglosassoni, “to be in the zone” o anche “when everything clicks”) che rappresenta un elemento predisponente importante per il verificarsi nello sport – come in altre discipline - delle cosiddette “peak performances” (prestazioni eccellenti) e si identifica con una particolare condizione in cui l’atleta è così coinvolto nel gesto agonistico in atto tanto da escludere dalla sua mente qualsiasi altra cosa (tunnel vision)sviluppando la massima attenzione e concentrazione. Ma, come vedremo più avanti, lo stato di flow non è una caratteristica esclusiva del mondo dello sport. Csikszentmihalyi (nella sua cinquantennale attività di ricerca) e i suoi collaboratori, nonché molti altri studiosi, hanno condotto un numero elevatissimo di interviste ad artisti (pittori, musicisti, scultori, attori, …), sportivi, professionisti (manager, imprenditori, chirurghi, avvocati, …) artigiani ecc. e, a prescindere dall’attività svolta, hanno sempre trovato confermate le caratteristiche dello stato di flow che si caratterizza per:


1) Bilanciamento tra sfida e capacità

2) Integrazione tra azione e consapevolezza

3) Obiettivi chiari

4) Concentrazione totale sul compito

5) Paradosso del controllo (controllo incentivante e non giudicante)

6) Feedback inequivocabili

7) Perdita della coscienza di sé (alterazione dello stato di coscienza ordinario)

8) Perdita della coscienza del tempo (destrutturazione del senso del tempo)

  1. 9)Gratificazione legata all’esperienza stessa (esperienza autotelica)


Se l’esperienza del flow in sé è così piacevole da indurre le persone a ricercarla anche a costo di grande impegno, lo stato di Flow si realizza solo quando l’individuo riesce a raggiungere contemporaneamente tutte, o quasi tutte, le citate nove dimensioni con la necessaria intensità.

Vediamole brevemente.


1) Bilanciamento tra sfida e capacità (Challenge–Skills Balance)

Se un giocatore di scacchi alle prime armi sfidasse un maestro non ci sarebbe partita né divertimento per nessuno dei due: il primo proverebbe la frustrazione di non avere alcuna chance di vincere e il secondo si annoierebbe subito.

Ma se il maestro sfidasse il campione nazionale potrebbe vivere l’emozione di un confronto altamente stimolante, in cui dare tutto il meglio di sé e magari coltivare la speranza di vincere o almeno di mettere in grande difficoltà l’avversario; questi – nonostante la superiorità – proverebbe il piacere di una partita impegnativa in cui certamente non distrarsi volendo conseguire la vittoria.

Questo esempio ci dice che la “sfida” è sostanzialmente equivalente ad un “obiettivo” che – come negli obiettivi SMART5 deve essere “realizzabile e realistico” cioè coerente con le capacità e possibilità dell’individuo. L’equilibrio e la proporzionalità fra il compito o l’attività “sfidante” e le capacità personali e le competenze professionali dell’individuo va sempre visto a livello quantitativo e qualitativo: l’andare pesantemente oltre i propri limiti, accettare sfide con mete irraggiungibili o non coerenti con le capacità e possibilità, non è un’esperienza flow.


  1. 5 L’obiettivo ben strutturato è “S.M.A.R.T.” (in italiano “astuto”) ovvero è: Specifico (cosa si vuole ottenere concretamente? Chi lo vuole?); Misurabile (quanto si vuole realizzare? Quale evidenza che mi dirà che ho raggiunto l’obiettivo?); Attuabile (è interamente sotto il mio controllo? dipende solo da me raggiungerlo? ho le risorse necessarie e sufficienti per raggiungerlo?); Realistico (è un obiettivo realistico? è legato al contesto? si inserisce nella struttura abituale del lavoro); Tempificabile (in quanto tempo raggiungerò l’obiettivo?; entro quanto? mi sono dato una scadenza intermedia?)



2) Integrazione tra azione e consapevolezza (Action-Awareness Merging)

Una buona metafora di questo aspetto del Flow è il tuffo sportivo, un’arte che richiede di effettuare in un tempo estremamente limitato una performance che sia piena di precisione e grazia, potenza ed eleganza; va da sé che questo richiede all’atleta la massima concentrazione e il massimo impegno. Tra l’altro c’è anche una componente di rischio nella sfida: una brutta entrata in acqua potrebbe avere conseguenze anche fisiche. L’attenzione è quindi al massimo: non c’è spazio per stimoli esterni. Il coinvolgimento è così totale che l’attività – vista dall’esterno – sembra quasi automatica, spontanea, naturale: il tuffatore e il tuffo sono un’unica entità.

Nonostante l’attività venga svolta “naturalmente” e apparentemente senza sforzo Csikszentmihalyi sottolinea che in realtà è ben lontana dall’esserlo. La condizione di Flow non può verificarsi senza il supporto di una attività mentale molto disciplinata e senza l’applicazione massima delle proprie capacità.

La mancanza o il calo di queste condizioni cancellerebbe immediatamente la condizione di Flow.


3) Obiettivi chiari (Clear Goals)

Come abbiamo visto, l’esperienza ottimale è quella in cui sentiamo di avere il pieno dominio delle nostre azioni tanto da poter esercitare il controllo degli avvenimenti esterni. Affinché questo avvenga è necessario avere definito in modo chiaro e specifico il nostro obiettivo.

Ancora una volta è opportuno richiamare quanto detto sugli obiettivi S.M.A.R.T. e in particolare sugli aspetti di specificità, misurabilità e tempificabilità degli stessi (cfr. nota 5). In altre parole, siamo in grado di esprimere al meglio noi stessi solo quando abbiamo definito specificamente cosa vogliamo ottenere, entro quando, attraverso quali eventuali tappe intermedie e quali saranno le evidenze del raggiungimento dell’obiettivo.



4) Feedback inequivocabile (Unambiguous Feed-back)

Il feedback è il segnale o l’evidenza che ci permette di sapere se e in che modo stiamo ottenendo o abbiamo raggiunto il nostro obiettivo prefissato e quindi se la situazione è sotto controllo. Perché si possa raggiungere la dimensione del flow è però necessario che il feedback sia immediato e inequivocabile. Il Flow è uno stato di durata limitata, è quella sensazione piacevole e di felicità che nasce dal coinvolgimento è che quindi contemporanea all’azione. Se però l’effetto della nostra azione arriva dopo un lasso troppo lungo di tempo, vi sarà sicuramente soddisfazione ma le dimensioni della destrutturazione del tempo, della perdita di coscienza del sé e dell’unione tra azione e coscienza difficilmente potranno generarsi in quel momento. Molte attività quotidiane sono però di “lungo periodo” e difficilmente producono feed-back immediati; per questo può essere una strategia utile quella di suddividere le attività complesse in azioni o compiti più semplici su cui puntare ad avere riscontri in tempo reale.


5) Concentrazione totale sul compito (Concentration on task at hand)

Il flow è quello stato in cui l’individuo è nel “qui ed ora” e la mente non vaga tra passato e futuro ma è associata interamente la corpo e alle emozioni e le uniche informazioni che filtrano sono quelle utili in quel momento e per svolgere quell’attività. Nel Flow l’individuo è in grado di accantonare qualunque altro pensiero e preoccupazione e si focalizza completamente sul compito che sta svolgendo. Csikszentmihalyi descrive l’esempio di uno scalatore che racconta il suo stato mentale nel corso delle ascensioni: “E’ come se la mia memoria si sia disattivata. Tutto quello che ricordo sono gli ultimi trenta secondi e tutto quello che penso per il futuro sono i prossimi cinque minuti".


6) Senso di controllo (Paradox of Control)

Un’altra componente delle esperienze in cui siamo nel Flow è il senso di controllo o, per meglio dire “la mancanza di preoccupazione per l’eventuale perdita di controllo”. Se immaginiamo un surfista alle prese con l’onda “perfetta” ci è facile comprendere come per il successo della sua performance sia necessario che resti concentrato unicamente sull’esercizio immedesimandosi completamente, corpo e mente, in quello che sta facendo e dimenticando che sta cercando di stare sopra onde alte e violente in precario equilibrio su di un asse largo poche decine di centimetri. Csikszentmihalyi ci ricorda inoltre che la dimensione “senso di controllo” ha anche un aspetto paradossale; se infatti per ogni situazione di pericolo esistono due tipi di rischi (oggettivi e soggettivi) chi si pone in situazioni estreme può non porsi preoccupazioni per l’eventuale perdita del controllo ma non per questo è immune dall’incorrere in accidenti non dipendenti dalle sue azioni (o reazioni). Spesso chi esercita lavori pericolosi o pratica sport estremi si trova – come il giocatore d’azzardo – a credere di poter dominare tutte le variabili e di poter determinare sempre l’esito della performance in base alle sole abilità personali. L’immedesimazione nel “gioco” è talmente completa che si rischia di dimenticare che c’è sempre una componente di alea che può essere anche fonte di rischio personale.


7) Totale assorbimento nel compito -

Come abbiamo visto un elemento qualificante del Flow è la capacità dell’individuo di estraniarsi dagli stimoli esterni e di immergersi totalmente in quello che sta facendo. Oltre a questo vi è anche senso di perdita di autoconsapevolezza che consiste nel non prestare attenzione al nostro ego o almeno a cercare di “tirarlo dentro l’azione”. Questo avviene nelle situazioni in cui non si mantiene più la preoccupazione di sé, del fare “bella figura”. Il nostro io non ci osserva e ci giudica dall’esterno ma è “parte dell’azione”. Il paracadutista che esegue delle figure impegnative non può certo permettersi di pensare a sé, a come difendere o mettere in bella mostra il proprio ego. E’ invece un tutt’uno con il suo volo con la forma da eseguire, con il gruppo degli altri paracadutisti. L’autoconsapevolezza del proprio io è assorbita nell’azione, nel compito, nella sfida. Questo comporta un più alto livello di impegno psico-fisico: il paracadutista del nostro esempio è infatti in uno stato di grandissima concentrazione su quello che sta facendo e di sensibilità a tutti i fattori esterni pertinenti con la situazione; questo è possibile proprio perché si è – temporaneamente - “dimenticato” di se stesso e non si preoccupa di chi è ma solo di che cosa fa.


8) Destrutturazione del tempo (Transformation of time)

Spesso nel descrivere una situazione in cui eravamo assorbiti al 100% ci è venuto da dire: “Ero talmente immerso in quel che facevo che il tempo è volato via”, oppure: “Non mi sono reso conto dello scorrere delle ore e neanche che avevo saltato il pranzo”. Un elemento ricorrente nei racconti di chi descrive la propria esperienza di Flow è proprio un alterato senso del tempo e la scomparsa temporanea delle necessità fisiche di base. Il tempo va ad una velocità diversa: può sembrare che scorra più lentamente o più velocemente, comunque pare subire una dilatazione e una destrutturazione; sicuramente il tempo di chi “osserva” (il tempo, per così dire, oggettivo) viaggia ad una velocità diversa da quello di chi sta immerso nella sua esperienza Flow.


9) Esperienza autotelica, motivazione intrinseca all’azione, il fine è il mezzo

Autotelico viene dal greco (auto + telos) e la parola “telos” significa “fine”, “obiettivo”; un’esperienza “autotelica” quindi è quella in cui la persona è concentrata e attenta alla realizzazione della attività stessa e al piacere che prova nel farla e non alle conseguenze e alle eventuali ricompense dell’attività stessa. La motivazione all’azione nasce quindi dal piacere intrinseco, fine a se stesso, che si prova proprio nello svolgere quella determinata attività.

Nella vita di tutti i giorni la motivazione per le cose che facciamo è spesso un mix di ragioni intrinseche ed estrinseche (o, per dirla con Csikszentmihalyi: “autoteliche” ed “esoteliche”); nelle biografie di molti artisti, sportivi, manager e professionisti di successo, troviamo però che hanno spesso continuato a fare l’attività che li aveva portati al successo quando ormai potevano ampiamente considerarsi appagati per la fama, il riconoscimento e il benessere raggiunto. Questo “per amore del loro gioco”, perché esercitare la loro attività favorita era la fonte principale del loro piacere e della loro gioia di vivere. Del resto, una volta assaporato il piacere dell’esperienza di Flow, l’obiettivo non può che essere quello di ri-accedere e mantenere la condizione di Flow.




Flow with Soul”

Ricapitolando, chi è nel flow:


Trance di flusso

- sente di essere completamente coinvolto, focalizzato, concentrato;

- è assolutamente focalizzato sul presente (è nel “Qui ed Ora”);

- sente di essere fuori dalla realtà ordinaria, non avverte più i bisogni fisici, non nota più il passare del tempo (si sente quasi in “estasi”);


Autorealizzazione

- sa che l’attività è fattibile e che le abilità che possiede sono adeguate allo scopo e saranno utilizzate al massimo ma non oltre (non c’è ansia né noia);

- sente una motivazione intrinseca all’azione: qualsiasi cosa produca il Flow quella diventa la stessa ricompensa;


Significato

- avverte una grande chiarezza interiore, sa cosa è necessario fare e in che modo l’attività andrà bene;

- avverte un senso di “serenità”: nessuna paura né difesa di se; ha la sensazione di andare oltre e trascendere il proprio ego, di fare parte di un sistema più grande, di muoversi in armonia con l’attività  intrapresa, come dentro una corrente, un flusso.



Se tutto questo emerge chiaramente dalle ricerche condotte sull’esperienza di Flow, Csikszentmihalyi ci avverte anche di un rischio: il Flow è legato alla motivazione e al piacere di fare quello che si sta facendo, non all’etica; all’amore per il proprio “gioco”, non al fatto che questo gioco sia utile, intrinsecamente buono o socialmente apprezzabile.

L’esperienza ottimale lo è sempre e solo dal punto di vista strettamente soggettivo dell’individuo che la compie: il flow non necessariamente si verifica in connessione con attività “etiche”.

In altre parole l’anima non è del Flow in quanto tale e potrà esserci messa dentro solo dal protagonista dell’esperienza stessa. Altrimenti il Flow è destinato a rimanere solo un’esperienza e una forma di autocomunicazione, di autoesaltazione.


 

La creatività è una qualità dell’essere, non riservata a particolari persone. Libertà, amore e creatività si tengono assieme. Non si può amare se non si è liberi. Non si può essere creativi se non si ama ciò che si fa.

In un mondo che privilegia la schiavitù salariale, al servizio delle élite, la creatività non è una qualità che viene sviluppata nel sistema educativo.

Riporto due testi, tratti da internet, che mi sembrano di particolare utilità per comprendere sinteticamente il ruolo che la funzione creativa può svolgere nella vita di ogni persona.


Sia la teoria del flusso, sia le riflessioni sulla creatività di gruppo sono argomenti centrali del pensiero Aleph.

http://www.mauroscardovelli.com/EPC/Economia,_politica_e_cultura/Zoja.html
fine del percorso CAMPI CULTURALI                                      BACKhttp://www.mauroscardovelli.com/mauroblog/percorsi_ragionati.html