Conflitto Ego - Anima

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La maggior parte delle persone che si avviano su un camino spirituale, cioè che si impegnano a realizzare il progetto della loro anima, si imbattono in conflitti di estrema intensità. Conflitti e crisi che spesso le portano a rallentare o a desistere, perché si accompagnano a grande sofferenza. Se non hanno sviluppato sufficiente visione, se non hanno idee corrette su che cosa comporta un vero lavoro di trasformazione personale, il loro io-governo non dispone degli strumenti cognitivi per ristrutturare le difficoltà come parte naturale e necessaria del cammino. Vedono queste difficoltà come ostacoli o impedimenti, non come mezzi di allenamento per far crescere nuove risorse.

La configurazione egoica e narcisistica ha allora buon gioco per convincere queste persone all’idea di essere fuori strada o di non essere adatte a questo percorso.

C’è grande similitudine tra cammino spirituale e alpinismo. Salire verso l’alto significa vincere la forza di gravità. Nel primo caso la forza di attrazione dell’Ego, individuale e collettivo, che ci seduce con la promessa di una gratificazione facile e immediata; nel secondo caso la forza di attrazione della terra, che cessa di farsi sentire non appena ci sediamo e rinunciamo a salire. Due forze che possono essere vinte solo sviluppando intelligenza, visione e creatività. In entrambi i casi occorre far crescere la volontà e l’autodisciplina, superando la pigrizia e l’inerzia.

Secondo Scott Peck, la pigrizia è l’ostacolo principale, è il mezzo più comune di cui si serve l’Ego per continuare la sua politica indisturbato.

Così assistiamo ad un fenomeno molto comune: impariamo a vincere la pigrizia solo quando spinti da urgenza, necessità immediata, paura. Una scadenza di lavoro, una bolletta da pagare, un impianto di riscaldamento da riparare. Di fronte alla paura di un licenziamento o di un rimprovero, non abbiamo grosse difficoltà a portare a termine i nostri compiti. Ma dove cessa la paura? Dove non c’è il timore di una punizione o perdita immediata?


Due istituti universitari erano diretti da due professori di eccellente preparazione, molto diversi tra loro. Il primo non usava mezzi termini per richiamare o rimproverare studenti, dottorandi o ricercatori, appena non si attenevano alle loro mansioni, rispettando i tempi previsti dal progetto. In quel luogo talvolta non si respirava un bel clima, e alcuni si lamentavano. Tutti comunque lavoravano intensamente, ma era raro che producessero qualcosa di realmente creativo.

L’altro istituto era guidato da un docente che si limitava a dare le direttive, e poi non controllava passo a passo come erano eseguite. Quel docente era affabile e gentile, e si fidava della maturità e responsabilità dei suoi collaboratori, che lavoravano rilassati, prendevano molte pause, si divertivano tra loro. Un ambiente ideale per promuovere socialità e creatività. E talvolta si ottenevano ottimi risultati. 

Il primo docente era temuto, il secondo amato. Indovinate quale dei due istituti era più efficiente e otteneva maggiori finanziamenti? Che cosa accadeva nel secondo istituto quando il professore si assentava per un periodo? Vincevano l’inerzia e la pigrizia. Entrambi i docenti, per ragioni diverse, non erano buoni leader: il primo non incoraggiava la socialità, e agiva attraverso il timore; il secondo favoriva socialità e creatività, ma non si occupava di verificare l’esecuzione dei compiti.


Nel curriculum emozionale, scritto da Carlo Virzi per l’esame di master (ottobre 2010), ci sono due pagine illuminanti su come questi conflitti si possono presentare e di come possono essere sciolti da un io-governo dotato di buona leadership.





“Intorno ai 23 anni incontrai sulla mia strada i primi libri di carattere spirituale come Carlos Castaneda, le storie Zen e libri sullo Yoga, che mi toccarono e influirono sulla mia vita profondamente. La musica stessa, che era la mia attività principale (se non unica in quel periodo!), aveva senso per me solo se utile per contattare stati profondi.

Un anno dopo incominciai a praticare meditazione presso un gruppo di Milano. La meditazione divenne così importante per me che mi assorbì completamente. Il primo anno fu entusiasmante, poi all'età di 26 anni entrai in una profonda crisi. Il mio pensiero interno era : " Se la meditazione porta alla realizzazione, che senso ha tutto il resto?", "E se la meditazione mi porta a perdere il senso di tutto, forse è meglio lasciarla". Avevo separato nettamante Spiritualità e attività. Mi ero creato un doppio-legame. Così presi la decisione di lasciare la meditazione. Le cose peggiorarono ancora di più. Il mio conflitto interno era fortissimo. C'era nella mia testa una confusione insostenibile. La mia anima si ribellava a questa decisione radicale, potevo sentire il suo richiamo interno, un grido, al quale, con immenso sforzo, non davo ascolto.


Quando entravo nelle librerie cercavo di evitare il reparto dedicato ai libri spirituali, ma l'attrazione era irresistibile. Così, come se una parte di me facesse finta di niente, quasi in uno stato ipnotico, raggiungevo gli scaffali dove alloggiavano i libri spirituali, e come se fosse la mano di un altra persona prendevo un libro, gli davo un' occhiata e poi lo acquistavo. Feci così fino a che non acquistai quasi tutti i libri di Paramahansa Yogananda. Arrivato a casa, il libro acquistato  lo mettevo in un angolo nascosto della mia libreria. La sera sempre in uno stato semi ipnotico mi sedevo sul letto, guardavo gli scaffali della mia libreria, poi mi alzavo e andavo a prendere il libro acquistato, mi risedevo sul letto e leggevo. Per pochi momenti contattavo uno stato di pace, che poi associavo alla meditazione (che, nella mia testa, era ciò che mi aveva portato confusione) e di nuovo entravo in conflitto. Si era creato un terribile loop, una equivalenza complessa : meditazione = perdere tutto, ma dall'altra parte non meditare=non crescere spiritualmente. Sono convinto che l'ingresso della meditazione nella mia vita sia stato così prorompente da far in modo che il mio ego si sentisse minacciato. Potevo sentire in me una vera lotta, che fisicamente mi lacerava lo stomaco. Così il mio ego appena percepiva pace si sentiva minacciato. Quindi ero in una condizione in cui era impossibile stare bene. 

Meditare portava alla pace, ma:


pace significava minaccia


Non meditare significava evitare la pace:


evitare la pace portava a stare male.



Non c'era via d'uscita. Questa condizione durò circa un anno. Finché una mattina, appena sveglio, forse perché avevo toccato il fondo, riuscii a vedere tutto dall'alto. Vidi l'assurdità del mio comportamento e il pensiero da cui era supportato   e ebbi compassione per quel ragazzo (me stesso). Questa terribile illusione si sciolse, mi sedetti e mi misi a meditare. Da allora divenne una pratica quotidiana.

In seguito grazie ai miei mentori, soprattutto agli insegnamenti di P.Yogananda che riconosco come mio Maestro, i vari aspetti della vita iniziarono a integrarsi: la meditazione mi dava forza interiore che poteva esprimersi attraverso l'attività, e l'attività divenne un campo dove poter praticare le qualità dell'anima e divenire consapevole dei miei comportamenti e pensieri inconsci. La pratica dell'introspezione divenne un'abitudine quotidiana: ogni giorno trascrivevo i miei comportamenti, pensieri, emozioni e i propositi pratici per cambiare. Ogni ambito dell'esistenza venne consacrato al servizio della crescita spirituale. Tutto questo grazie agli insegnamenti di P. Yogananda, per il quale nutro una profonda e inesprimibile gratitudine. Ho notato come gli insegnamenti di un Maestro, se messi in pratica, ci portano fuori dai tracciati del copione.

All'età di 29 anni si presentò un altro conflitto. Nacque in me il desiderio di intraprendere la vita monastica presso l'ordine fondato da P.Yogananda. Allo stesso tempo stavo con una ragazza (che ora è la mia attuale compagna) a cui volevo molto bene e con la quale intravedevo la possibilità di condividere un progetto di vita. C'era in parte in me la convinzione che non sarei potuto crescere veramente spiritualmente se non fossi diventato un monaco. Tale conflitto toglieva forza in ogni mia attività. Avevo bisogno d'aiuto. Scrissi ai monaci dell'ordine fondato da Yogananda (Self-Realization Fellowship). Scrissi che volevo capire cosa Dio volesse da me. Mi rispose di suo pugno un monaco anziano che fu un discepolo diretto del Maestro : "Dio vuole che tu scelga!" Tale risposta fu per me illuminante.   Capii che la scelta dà forza, convoglia le energie. Scelsi di proseguire la vita che stavo facendo, e attraverso tale scelta potei concentrare e integrare i miei propositi spirituali in ciò che stavo facendo. Nello stato di conflitto tali propositi venivano invece diluiti, dispersi, quindi non potevo star bene, e questo mi portava a concludere che la mia situazione di vita non andava bene, ma ciò che non andava era che stavo nel conflitto senza scegliere, disperdendo così le energie e creando una situazione statica.

Da allora in poi ogni volta che mi trovo a dover scegliere, ci rifletto, medito e ci rifletto ancora, poi scelgo, e una volta scelto intraprendo ciò che ho deciso con tutte le mie forze. Se poi dovessi riconoscere la scelta come sbagliata, cambio. In questo modo non c''è dispersione”.


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prossimo step del SECONDO LIVELLO DI CONOSCENZALeader_di_se.html