7. Origine del tribunale interiore
Da dove origina il tribunale interiore? Nasce nell’infanzia, quando si è esposti (quasi sempre) ad un’educazione almeno in parte autoritaria, caratterizzata dall’amore condizionato:
•ti voglio bene, ti amo se…
•devi assolutamente fare questo, se non lo fai non ti voglio più bene
E’ da lì che nascono le condizioni di amabilità. Il bambino si sente in pericolo, e si autoprotegge creando al suo interno un tribunale che, assumendo come leggi le richieste dell’ambiente, lo spinge a soddisfarle. Lo fa a suo modo, da bambino, con modalità estreme e radicali.
Il tribunale svolge quindi una funzione protettiva: se mi giudico e mi punisco da solo, prevengo che altri mi giudichino e mi puniscano.
Quindi:
da una parte il tribunale è creato da noi stessi,
ed è per questo che ci sottoponiamo
alla sua giurisdizione;
dall’altra, le leggi su cui si fonda, vengono da autorità esterne, e da una cultura autoritaria e irrispettosa della natura umana nella quale tutti siamo immersi
Il risultato è che ospitiamo al nostro interno l’intrusione di un’ordinamento fascista e violento: ad esso ci costringiamo ad obbedire, come le colonie americane alla madre patria inglese. Non siamo liberi, ma sottomessi.
La sottomissione è captivitas, prigionia. Captivus, prigioniero, cattivo, ribelle: ecco la sequenza che ci portiamo dentro quando partecipiamo alla danza della sottomissione.
La danza della sottomissione comprende tanti elementi o personaggi tra loro connessi:
•condizioni di amabilità
•leggi imperative, doveri
•ribellione ai doveri, violazione delle leggi
•colpa, senso di colpa
•giudice, imputato, pubblica accusa, difesa
•punizione
•paura, resistenze a riconoscere la verità
•creazione dell’ombra
•proiezioni
•mantenimento dell’ignoranza
•mantenimento della sofferenza innecessaria
Negazione, giustificazione, ribaltamento/proiezione, sono esempi di resistenze. In particolare la proiezione serve a scagionare se stessi incolpando altri.
In questa danza, doveri e ribellione si tengono sempre insieme. Perché? Perché i doveri vengono imposti grazie ad un strategia contraria alla natura umana (le condizioni dell’amabilità), quindi sono percepiti come fondamentalmente ingiusti. Da qui nasce la ribellione. La c.d. pigrizia è ribellione nascosta.
Quali sono le conseguenze della ribellione? Quelle di rafforzare il sistema: il tribunale non ha difficoltà a condannare il ribelle che viola le leggi. Ciò che rimane sempre sullo sfondo è la natura illegittima di tutto l’ordinamento, fondato sulla prevaricazione e sullo sfruttamento di chi è più debole: il bambino. Insinuando nel bambino condizioni di amabilità e senso di colpa, egli viene tradito nella sua essenza. Non sarà più individuo libero, ma sottomesso e nello stesso tempo ribelle, quindi sempre sotto processo.
Gli adulti raramente si liberano in modo completo da questa struttura, e continuano a perpetuarla con se stessi, con i figli e i dipendenti. E’ in questo gioco perverso che dissipano gran parte della loro energia vitale. Così sono pronti a sottomettersi e a continuare a vivere in situazioni in cui non possono esprimere il loro potenziale d’amore e creatività. A vivere da prigionieri, captivi, quindi sempre in colpa.
Questa lotta interiore, rispecchiata e amplificata a livello collettivo, è all’origine delle guerre e di ogni sofferenza umana.
2. Come disattivare il giudice interno: lasciar andare le condizioni di amabilità
Per lasciar andare le condizioni di amabilità e non mettere mai più in dubbio di essere persone degne d’amore, per come si è, per il solo fatto di essere vivi, occorre una presa d’atto molto chiara:
non considerare mai più
il tribunale interno come un organismo a tutela
dei nostri valori e principi,
al quale è giusto inchinarsi ed obbedire
ma vederlo per quello che è:
un organismo che applica leggi imposte
da forze esterne a noi,
in contrasto con i nostri principi e valori
e una decisione molto forte:
disconoscere la legittimità del tribunale interiore,
rifiutandosi di assumere il ruolo di imputati,
di difensori, di condannati.
1. Condizioni di amabilità e giudice interno
Se mi considero degno d’amore solo se soddisfo certe condizioni (essere in perfetta salute, essere in forma, avere successo, essere ineccepibile, essere amato dalla persona X o Y, ecc.), queste condizioni diventano degli imperativi che io DEVO soddisfare assolutamente.
sono amabile solo se non compio mai errori
➡ non DEVO ASSOLUTAMENTE compiere errori
In caso contrario sarò convinto di non essere amabile. Il che, per le parti infantili presenti nella mia mente emozionale, significa essere emarginato, estromesso dal gruppo, destinato alla solitudine o alla morte.
Nessuno può amarmi così come sono
Io non posso amarmi così come sono
Se rimango così, morirò o condurrò una vita miserevole
Quindi:
•le condizioni di amabilità si trasformano in doveri (e viceversa): devi essere ineccepibile, devi essere forte, devi essere assolutamente integro
•il dovere è una norma di comportamento, una legge interiore
•la legge mi impone di raggiungere determinati obiettivi attraverso determinati comportamenti
•la legge prevede una pena capitale in caso di sua violazione: la perdita dell’amore e della vita
sono amabile solo se non compio mai errori
➡non DEVO ASSOLUTAMENTE compiere errori
➡se compio errori nessuno mi amerà, sarò emarginato, perderò la vita
➡sarò quindi sempre preoccupato di non sbagliare (ipercontrollo) per evitare la sanzione
Ci sono gli elementi per definire un ordinamento giuridico interno a cui io, una volta assunte per buone le condizioni di amabilità, mi assoggetto.
Ora, nessun ordinamento giuridico (insieme di norme) può funzionare senza giurisdizione. La giurisdizione ha il compito di rendere effettiva l’applicazione delle leggi.
Se veniamo assolti, l’assoluzione non ci sottrarrà da nuovi futuri processi. Talvolta anche sugli stessi fatti: le sentenze di assoluzione non passano mai in giudicato.
La situazione è descritta in termini magistrali da Kafka, ne “Il processo”.
sono amabile solo se non compio mai errori
➡non DEVO ASSOLUTAMENTE compiere errori
➡la pubblica accusa sostiene che ho computo un errore
➡la difesa non riesce a contrastare l’accusa
➡il giudice emette la sentenza: hai compiuto un errore
➡la sentenza è immediatamente esecutiva: il sistema emozionale procura alla persona un’emozione molto intensa di paura, disperazione, rabbia contro se stessi ecc.
Questa è l’origine del tribunale interno nel quale, senza rendercene conto, spesso assumiamo il ruolo di imputati.
E come imputati dobbiamo difenderci dalle accuse implacabili di un pubblico ministero, il quale lavora per garantire che noi rispettiamo la legge. Legge che – essendo posta a servizio del nostro supremo bene, l’amore e la vita –
è criminale violare.
Se veniamo riconosciuti colpevoli, la sentenza che arriva dal giudice verrà applicata dal nostro sistema emozionale: staremo male per sensi di colpa, inadeguatezza, cattiveria, ecc.
3. Come riconoscere l’illegittimità di un tribunale interno
La domanda che sorge è: come faccio a sapere di trovarmi di fronte ad un tribunale illegittimo? La risposta, nel mondo interiore, è semplice: devo monitorare l’intenzione e l’emozione che sta alla base del comportamento di accusa o giudizio.
Non saper distinguere tra 1 e 2 è altrettanto pericoloso per il benessere di una persona che non saper distinguere tra un amico sincero e un malfattore.
Può sembrare strano, ma questo tipo di confusione è assai diffusa. Molte persone diffidano di chi dice il vero, e si affidano a chi propugna il falso, sia dentro che fuori di sé.
In Aleph, la chiara comprensione cognitiva, e sottolineo cognitiva, di questo meccanismo, è considerata un passo decisivo verso la liberazione personale da interiorizzazioni autoritarie e fasciste.
Chi rimane intrappolato in questo meccanismo, giudica in modo autoritario e violento non solo sé, ma anche gli altri, diffondendo molti semi di infelicità.
La subpersonalità paranoide è un esempio, solo più accentuato, di questo fenomeno.
I tribunali servono a garantire l’applicazione delle leggi che sono in armonia con la costituzione. Sono parte essenziale dell’ordinamento, indispensabili al mantenimento della pace, della giustizia e dell’ordine interno. Come buon cittadino, è corretto che riconosca l’autorità dei tribunali del mio paese.
Ma se nel mio paese viene ad installarsi un tribunale illegittimo, al servizio di forze straniere, io, come cittadino, non ho solo il diritto, ma ho il dovere di smascherare la falsità dell’istituzione, sottrarmi alla sua giurisdizione, denunciare la sua presenza ai tribunali competenti e salvaguardare il paese dalle sue conseguenze distruttive.
1
C’è benevolenza, amore e compassione verso di me?
Mi vuole salvaguardare da pericoli reali?
Mi vuole mantenere coerente ai principi e valori
che riconosco come miei?
Vuole il mio bene?
Si comporta come un amico saggio e sincero?
= consulente legittimo
2
Mi critica con toni accusatori,
senza alcuna empatia e compassione?
Non è affatto amichevole, ma è punitivo?
Nessun vero amico mi parlerebbe così?
Nessuna persona che mi vuol bene
si rivolgerebbe a me con questi toni?
= tribunale illegittimo
4. Come si fa a sapere se il tribunale illegittimo è stato finalmente disconosciuto?
Il test per assicurarsi di essersi sottratti alla giurisdizione autoritaria e fascista è semplice. Si supera il test se si è in grado di ammettere tranquillamente errori, mancanze e difetti, senza entrare in allarme.
Quindi riconoscere, quando è il caso, la propria:
•fallibilità
•vulnerabilità
•mancanza integrità
senza per questo mettere in dubbio il proprio valore e la propria amabilità.
Di più, non essere attaccati alla nostra immagine di persone perfette, anche quando altri ci accusano o rimproverano ingiustamente. Non pretendere che altri riconoscano la nostra ragione, anche quando obiettivamente ce l’abbiamo. In altri termini, non far dipendere la propria autostima e sensazione di amabilità dai giudizi che riceviamo.
Il che significa che sappiamo discernere, anche all’esterno, i feedback e le critiche costruttive, utili da ricevere, dalle critiche e accuse malevole o prive di fondamento. A queste ultime non diamo alcun valore, e certamente da esse non facciamo dipendere il nostro benessere.
La piccola mente, vista con gli occhi della grande mente, non è mai pericolosa. Pretese, accuse e giudizi della piccola mente sono visti con benevola compassione dalla grande mente.
Boris è un uomo che abita nella grande mente.
Mi trovavo una sera al consiglio della scuola di musicoterapia di Assisi. Uno dei docenti, che chiamerò Mario, iniziò ad accusare Boris Porena di non aver letto certi documenti. Boris pacatamente rispose che i documenti li conosceva, ma che questo non modificava la sua opinione. Mario proseguì con atteggiamento pesante e provocatorio, mostrando un livore e una rabbia che apparivano fuori luogo. Boris non si scompose, e cercò senza successo di ricondurre Mario nel binario di una conversazione amichevole.
Finita la seduta, verso mezzanotte, ci apprestavamo a tornare alle nostre stanze. Mi avvicinai preoccupato a Boris e gli chiesi come stava. Lui, quasi sorpreso della domanda, mi disse: “Bene”. E gli attacchi di Mario? Boris mi disse: “Sai, Mario è un uomo intelligente. Mi spiace quando perde la tramontana. Ho cercato di tranquillizzarlo, ma senza riuscirci”. “Ma tu come stai?”, richiesi. “Io bene, disse Boris, mi spiace per lui che fa una figura un po’ da stupido. Peccato, perché è un uomo intelligente”.
5. Riparare agli errori della piccola mente
Quando abitiamo nella piccola mente, critichiamo, giudichiamo, compiamo molti errori e ingiustizie.
Riconoscere il dolore provocato dai nostri errori, riviverlo, entrarci dentro, e lasciarlo andare: questa è la via per entrare nella grande mente. Solo riconoscendo il dolore provocato agli altri (e a noi stessi):
•completiamo il passato
•ripariamo gli strappi relazionali
•smettiamo di rimuginare
•recuperiamo integrità, forza e responsabilità
Così in futuro avremo la forza di non ricadere più nelle stesse mancanze.
6. Dialogo interno prima e dopo la liberazione dal tribunale autoritario e fascista
Prima
1. Ho sbagliato, perché sono uno stupido
(quindi non sono amabile)
Difese ––>
negazione: non è vero che ho sbagliato;
giustificazione: ho sbagliato, ma tu…;
ribaltamento: sei tu che hai sbagliato
2. Ho mentito, perché sono falso
(quindi non sono amabile)
Difese ––> negazione, giustificazione o ribaltamento
Dopo
1. Ho sbagliato perché ho abbassato
il livello di attenzione;
la prossima volta sarò più vigile,
è in mio potere farlo
Risposta ––> mi spiace
(entro nel dolore e lo attraverso),
hai ragione, ho sbagliato.
Vedo come rimediare.
Rimanendo tranquilli e sereni,
perché si sono pronunciate parole vere.
2. Ho mentito perché avevo paura di dire la verità; d’ora in avanti mi prendo la responsabilità
di dire le cose come stanno;
è alla mia portata.
Risposta ––> hai ragione, mi spiace
(dolore autentico),
non sono stato trasparente.
E’ stata una mia mancanza.
Me ne prendo la responsabilità.