Giudizio e narcisismo

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febbraio 2011

 

Giudizio

Giudizio è inserire un fatto o un evento in uno schema culturale precostituito, che s’incentra su un valore: giustizia, bellezza, libertà, gentilezza, responsabilità.

Lo schema diventa il filtro attraverso cui interpretiamo l’evento, come buono o cattivo, giusto o sbagliato, ecc.

Lo schema diventa l’interpretante che fornisce risposta alla nostra domanda di significato rispetto all’evento.


Meta-giudizio

Il giudizio sembra un fatto naturale: se si vuol comprendere, se si vuol attribuire senso alle cose che succedono intorno a noi, se si vuol decidere con cognizione di causa, non si può evitare di giudicare, cioè di attribuire un valore positivo o negativo.

Ora, dire che il giudizio è un fatto naturale, come naturale è il bisogno di comprendere, significa attribuire al giudizio un valore positivo: non si può non giudicare per vivere, quindi giudicare è bene. Se guardiamo attentamente, anche questo è un giudizio: un giudizio sul giudizio.

Ma un giudizio sul giudizio non è un semplice giudizio, uno tra i tanti possibili giudizi sui più diversi contenuti, fatti, eventi. No, un giudizio sul giudizio è un meta-giudizio, che appartiene ad un livello logico diverso, più astratto, più alto, rispetto ad un comune giudizio.

Dalla risposta che diamo al meta-giudizio, dipende il significato che attribuiamo alla classe di tutti i possibili giudizi.

Un conto è dire: non giudicare male quest’uomo (ingiunzione sul singolo giudizio); un conto è dire: non giudicare, né bene, né male, né in questo, né in altri casi.


Bilancia strutturale

Nel modello della bilancia strutturale, il giudizio è la barriera che si frappone tra l’io-governo e l’anima. Se si pratica il giudizio, l’anima non può più far sentire la sua voce. L’io-governo perde la sua bussola, la sua guida. Il cocchiere (io-governo) può ancora tenere a bada il cavallo (emozioni) e salvare il carro (corpo) dalla distruzione, ma il padrone del carro (anima) non può più indicare la rotta.

Solo in assenza di giudizio, le qualità dell’essere, o qualità dell’amore, nucleo dell’anima, possono irradiare l’io. Al posto del giudizio non si forma un vuoto. Se il giudizio si ritira, non significa che entriamo in balia dell’indifferenziato e della confusione, tipici del pre-personale o della follia (Bleuler, Jung, Ken Wilber). Un io-ben formato, al posto del giudizio, utilizza il discernimento. Distingue, ma non giudica, individua una figura, ma non la separa dalle altre, isolandola dallo sfondo. Mantenendo la connessione, non apre le porte alla violenza, che è in primo luogo violazione della verità, la verità ubuntica, dell’inter-essere, dell’advaita, della non dualità. Nei termini della nostra tradizione religiosa, della coscienza cristica.


Perdono e umiltà

Nel vangelo è scritto: non giudicate o sarete giudicati; non guardate la pagliuzza nell’occhio del vicino, ma la trave che è nel vostro; quante volte dobbiamo perdonare? Settanta volte sette, cioè un numero infinito di volte.

Ma perdonare significa lasciar andare il giudizio negativo, rinunciare a giudicare in ogni caso, rinunciare ad inserire un fatto nuovo in un vecchio schema, consolidato, condiviso, trasmessoci dalla cultura. Significa rinunciare alla sicurezza che deriva dall’adesione ad ogni regola precostituita, compiendo nello stesso tempo un atto di grande coraggio, fede e umiltà. Coraggio perché si tratta di abbandonare il già noto, codificato in uno schema culturale, al quale comunemente ci aggrappiamo, per ricevere sostegno ai bisogni di appartenenza e identità. Coraggio di avventurarsi nell’ignoto, dove non apparteniamo più a nulla e dove possiamo scoprirci diversi da come credevamo di essere, rinunciando a false sicurezze, fondate su immagini di noi stessi e del mondo.

Fede perché il vero coraggio presuppone la capacità di affidarsi a qualcosa di più grande, di apparentemente inconoscibile, che può essere solo avvertito, sentito, intuito, ma non spiegato dalla mente ordinaria, dalla facoltà che comunemente chiamiamo ragione, in opposizione al cuore, al sentimento.

Umiltà perché la conoscenza accumulata, consentita dalla cultura, dalla storia, dalla tradizione, è il fondamentale orgoglio umano. Orgoglio che ci fa credere diversi e superiori agli altri animali - guidati dagli istinti e dalla natura, non dalla cultura -, autorizzati perciò a dominare e depredare il mondo, anziché armonizzarci ad esso.


Giudizio e narcisismo

Solo rinunciando alla presunzione narcisistica di conoscere, di giudicare il presente sulle basi degli schemi e delle regole del passato, possiamo aprirci ad una conoscenza assai più vasta e profonda, la conoscenza della grande mente, che tutto accoglie senza separare, e nel cui terreno nasce la compassione, l’intelligenza del cuore, un’intelligenza infinitamente più grande di quella della piccola mente o del piccolo io, che si radica non sulla compassione, ma sul bisogno di inquadrare, etichettare, regolare la realtà entro schemi definiti, prevedibili, rigidi.  

Non si comprende nulla del narcisismo se non si comprende la natura del giudizio. Non casualmente il narcisista giudica, emette sentenze, è perentorio, si dà ragione. Non casualmente il narcisista teme il giudizio degli altri. Lo teme perché, per la dinamica dell’ombra, è lui stesso a giudicare. Chi non giudica, non teme il giudizio. Non teme il giudizio perché non giudica il giudizio degli altri, non si contrappone, rimane morbido, non ha bisogno di convincere, di ottenere riconosciuta la sua ragione.


Intimità e conoscenza

Chi giudica impedisce l’intimità. Non posso aprirmi completamente ad un altro essere umano, se egli pratica il giudizio.

Chi giudica non abita la freschezza del presente, ma il già vissuto, conosciuto, catalogato del passato, non il flusso della realtà, ma gli schemi e le norme che la etichettano per controllarla; chi giudica, chi emette sentenze, chi afferma con perentoria sicurezza come stanno le cose, non ascolta, perché non c’è vero ascolto senza presenza ed empatia; non ama, perché non c’è vera conoscenza e comprensione se permangono le barriere del giudizio.

Come non conosco l’altro, non posso aprirmi alla conoscenza di me, finché non mi sono liberato dalla piaga del giudizio, dalla paura del giudizio, perché da questa paura l’ombra è continuamente alimentata.


Immagini e false relazioni

Non posso conoscere me, non posso conoscere gli altri. Vivo nelle immagini, non nella realtà: immagini di me, immagini degli altri. Un cumulo di illusioni stratificate nel tempo. Le mie relazioni sono relazioni falsate dalle immagini, che come filtri si interpongono tra le persone reali.


Giudizio e amore

Il giudizio è l’opposto dell’amore. L’amore è riconoscere che l’altro, come me, è fatto di tante parti. Il giudizio mi separa dall’altro, lo tiene a distanza. Lo tiene a distanza perché io temo di riconoscermi uguale all’altro, nelle parti di lui che non mi piacciono. Per tenerle nell’ombra, devo vederle solo in lui.

Giudicando l’altro, non posso provare compassione né per me né per lui. Creando separazione, distanza, mancanza d’intimità, isolo la mia relazione con l’altro dal fiume della vita, per sua natura mutevole, cangevole, mai uguale a se stessa. La rendo morta, sterile, nevrotica, infelice. E facendo questo, mi illudo di perseguire il mio bene, e talvolta, ancora peggio, credo di perseguire anche il suo. Continuando a giudicare, giudico me buono, l’altro cattivo, fuori strada, bisognoso di correzione sulla base delle regole che sostengono il mio giudizio.

“Un uomo che afferma di sapere quale è il bene per gli altri è pericoloso”, dice Sri Nisargadatta Maharaj (Io sono quello, Ubaldini)


Giudizio e narcisismo

Perché narcisismo e giudizio sono due facce della stessa medaglia? Perché essenza del narcisismo è la grandiosità, l’io  più grande, il migliore, io speciale, superiore. Questo però è solo un aspetto del narcisismo, che Kohut chiama sé grandioso. Poi c’è il complementare: io sono nulla, ma mi riconosco in qualcosa di grandissimo, d’immenso, al di sopra di tutto. Kohut chiama questo aspetto oggetto sé grandioso. La dinamica narcisistica è parte naturale dell’evoluzione psichica del bambino. Dall’oggetto sé grandioso, proiettato sui genitori, trae la sicurezza, la forza, l’appartenenza. Dal sé grandioso nasce in futuro il senso di autostima. Ma occorre che il narcisismo venga superato. Fino a quel momento, il narcisismo, la grandiosità, del sé o dell’altro, compensa la paura della nullità, della fragilità, dell’angoscia dell’esposizione ad un mondo pericoloso.

Molte persone superano solo in parte la fase narcisistica del sé grandioso e dell’oggetto sé grandioso. Ne deriva un bisogno di sicurezza che, anziché essere risolto nel contatto con la realtà vera, riconoscendo i propri limiti e nel contempo la propria forza e le proprie qualità, viene risolto nelle immagini compensative, che non sono reali, ma idealizzazioni di sé o dell’altro. Orgoglio, ambizione, grandiosità, permalosità al giudizio, sono fenomeni narcisistici molto comuni nella nostra cultura e nella nostra società dell’immagine. In essa non viene valorizzato l’essere, ma l’apparire, la superficie esteriore, non la profondità.


Bisogno di riconoscimento

Da qui deriva la domanda infinita di consenso, di approvazione, di riconoscimento; infinita perché la risposta, cercata all’esterno, anche quando arriva, non potrà mai guarire i bisogni profondi, carenziali, che possono essere curati solo se visti in profondità, nella loro natura interiore.


Giudizio, potere, doppio legame

Narcisismo e ricerca del potere dominio vanno di pari passo. Il giudizio è espressione tipica di potere: mi ergo a giudice, ti sottometto e ti riduco a imputato. Il giudizio più pericoloso non è quello evidentemente malevolo, ma quello in apparenza benevolo. Il giudizio non è mai benevolo, per sua natura, in quanto strumento di potere, di assoggettamento, spesso nascosto, di dominazione dell’uomo sull’uomo. Il giudizio benevolo genera in chi lo riceve un doppio legame: sii libero seguendo ciò che ti dico; fai ciò che ti dico per il tuo bene; sii spontaneo ecc.

Non solo: se guardiamo in profondità, vediamo che il giudizio non è solo l’atto finale, la sentenza sul singolo caso - tu sei pigro, tu sei incapace, tu sei in colpa -.

Perché ci sia un giudizio, ci deve essere una norma astratta che lo fonda. Montesquieu è stato tra i primi a chiarire che uno stato in cui non viga la separazione dei poteri non potrà mai essere né democratico né giusto. Chi giudica non può essere nello stesso tempo colui che crea la norma. La legge deve precedere il giudizio. Non solo: la legge deve essere generale e astratta, e decisa con la partecipazione di coloro che in seguito, eventualmente, saranno chiamati in tribunale per rispondere di una sua violazione. Nella realtà relazionale, invece, normalmente chi giudica lo fa in base ad una norma personale, che lui stesso ha creato o alla quale ha aderito, senza consenso di chi poi in riferimento a questa legge verrà giudicato. Agisce quindi come un giudice ad hoc, tipico di uno stato dittatoriale, ove i giudici non servono la giustizia, ma il potere dominio. E’ il governo che dice ai giudici come devono giudicare.


Libertà dal giudizio, libertà dalla paura

Senza libertà dal giudizio, non c’è libertà dalla paura. Senza libertà dalla paura, non ci può essere amore. Senza amore non si dà conoscenza vera, ma solo forme diverse di ottusità.

Paura e ignoranza si tengono insieme. Narcisismo, potere, giudizio, paura, ignoranza, sono parte della stessa danza, che ci aliena dal fiume della vita. Deprivati di energia vitale, di eros, cioè di energia creativa, diventiamo rane bollite, prigionieri della nostra incapacità di balzare fuori della pentola che ci sta cucinando e uccidendo giorno per giorno.


Trauma, risveglio, spiritualità

La filosofia, dice Aristotele, nasce da tauma, che significa meraviglia, ma anche terrore, paura. I filosofi, abbagliati dalla meraviglia del mondo, hanno iniziato la loro ricerca guidati dall’amore per la conoscenza, per la verità, intesa come scoperta incontrovertibile, sottoposta al vaglio della ragione, sostituendola al mito, racconto condiviso, ripetuto sempre uguale a se stesso, generato dal sogno e dalla fantasia, abitato dagli dei, come proiezione delle umane passioni e delle forze della natura. Ma il mito, come la filosofia, nasce anche e soprattutto dalla paura, per rispondere al bisogno di sicurezza che come esseri umani, piccoli e fragili, percepiamo di fronte all’immensità e potenza del creato, in grado di annientarci in un attimo, esponendoci alla malattia e alla morte.

Analogamente, solo di fronte al trauma, l’inatteso, lo sconvolgente, lo shock, molte persone escono dall’illusione dei miti condivisi, riaprendo la porta ad una nuova possibile danza: l’unica che ci rimette nel fiume della vita, nel presente, in ciò che c’è così come è. Lo shock può essere molto doloroso, talvolta terminale. La vita non fa sconti a chi non si risveglia per tempo.

Il percorso spirituale è una via che, se compiuta nella verità, ci rimette nella vita, nella vita vera, che non è mai conformismo, soggezione alle regole imposte da altri, alla conoscenza prodotta da altri, ma è creazione, istante per istante, momento per momento, non sulla base del già noto, ma dell’inatteso, dell’imprevedibile, di ciò che sbuca fuori dalla trama delle abitudini, del solito rituale, della ripetizione senza fine delle stesse parole e degli stessi gesti.


Silenzio

In India si dice che il silenzio è la madre di tutti i linguaggi. Che cosa intendono i maestri indiani per silenzio? Intendono il silenzio delle parole, il vuoto del linguaggio, che definisce, seleziona, categorizza e separa. Al posto delle parole può così farsi strada il contatto sensoriale, diretto, precategoriale, non mediato da immagini, aspettative, giudizi, scopi, che normalmente si frappongono tra noi e la realtà nuda, così come è, restituendoci non una percezione della realtà, ma la ripetizione infinita degli schemi che noi proiettiamo su di essa, rendendola ripetitiva, sterile, morta.

Nella visione spirituale, il silenzio è la premessa della conoscenza vera, diretta della realtà. Solo nel silenzio diventiamo cristalli limpidi che ci facciamo attraversare dalla luce della realtà così come è, senza offuscarla e deformarla (Taimni, La scienza dello yoga). Solo da questo contatto immediato e profondo, scaturiscono l’amore e la gioia dell’essere.

Ma al di fuori di una visione spirituale, la mancanza di parole, di cui è esempio l’alessitimia - mancanza di parole per i sentimenti -, prelude al contrario all’irruzione dell’indifferenziato, della follia e della violenza.

Rumore e parole vuote servono allora ad anestetizzarci. Ma l’anestesia semantica produce la morte del pensiero, la morte della mente. E’ solo nella capacità di raccontarci, allora, che possiamo recuperare quello spazio di relazione che ci riconnette agli altri e al mondo, purché la relazione si fondi sull’anima, e non sull’ego, sul piano della verità e non dell’illusione. E perché ciò avvenga, occorre che lasciamo cadere le parole morte, che sezionano, categorizzano e imbalsamano eventi e persone, come statue in un museo, e utilizziamo parole vive, che rinunciando a categorizzare e giudicare, esprimono il flusso profondo dei sentimenti che sorgono e si trasformano, momento per momento, quando siamo presenti a noi stessi, in contatto con la realtà, l’unica reale, del qui ed ora.


Stereotipi, miti, idee pigre

Il termine "stereotipo" deriva dalle parole greche "stereos" (duro, solido) e "tupos" (immagine, gruppo), quindi "immagine rigida".

La parola stereotipo proviene dal linguaggio tipografico. Venne inventata da Firmin Didot e stava a indicare una piastra di metallo su cui veniva impressa un'immagine o un elemento tipografico originale, in modo da permetterne la duplicazione su carta stampata.

Nel tempo divenne una metafora per un qualsiasi insieme di idee ripetute identicamente, in massa, con modifiche minime. In origine, cliché e stereotipo avevano il medesimo significato. In particolare, cliché era un termine onomatopeico derivato dal suono prodotto durante il processo di stereotipizzazione, quando la matrice colpiva il metallo fuso (cfr. la voce “stereotipo” su Wikipedia).

La mente condizionata, la piccola mente, è costellata di stereotipi. Il pensiero non è libero di circolare, in quanto ostacolato, indirizzato, deviato da stereotipi, cioè da idee e forme pensiero rigide, parole morte, senza più movimento.

La vita è movimento, trasformazione, impermanenza, flusso. Gli stereotipi, i luoghi comuni, i miti, - che Galimberti definisce idee pigre -, impediscono al pensiero di essere morbido, fresco, flessibile, capace di adattarsi momento per momento a ciò che accade nel qui ed ora. Impediscono al pensiero di essere vivo, presente a ciò che c’è, così come è.

Stereotipi e miti non sono irrilevanti, marginali o innocenti, ma sono strumenti di oppressione e di morte. Una mente guidata da stereotipi non è più viva, ma condizionata alla radice nel suo modo di funzionare. Una mente di questo tipo non può essere strumento al servizio del bene, della libertà, dell’amore o della felicità. Non importa l’intenzione con cui essa opera: può essere anche la migliore delle intenzioni. Ma è il suo stesso modo di funzionare che rende impossibile produrre il bene.



Stereotipi e propaganda

I peggiori crimini dell’umanità (genocidi, persecuzioni, guerre) sono stati compiuti da menti manipolate, infestate dal virus degli stereotipi.

Ogni grande dittatura si è premurata di condizionare le menti delle persone attraverso l’inoculazione di stereotipi ripetuti all’infinito, diretti ad impedire il pensiero libero, la percezione della realtà così come è, per sostituirla ad una percezione preconfezionata da immagini forti, che sostenevano le ragioni del regime.

Grazie a questa operazione di distruzione delle menti, Stalin, Hitler e Mussolini hanno potuto governare con il consenso del popolo da loro oppresso.

Ma non è necessario vivere sotto una dittatura per essere soggetti agli stereotipi. La democrazia, come ogni altra forma di governo, sebbene nelle intenzioni dichiarate dovrebbe favorire, attraverso il dialogo e il pluralismo, lo svelamento e la liberazione dagli stereotipi, in realtà, essendo guidata da élite in competizione tra loro, ognuna delle quali interessata ad ampliare il suo potere, si rivela essere non una fucina di pensiero libero, creativo, vitale, ma di costellazioni di stereotipi in conflitto tra loro, che poggiano su una base di miti condivisi.

Populismo e antipolitica, una delle derive che la democrazia può imboccare, sono forme particolarmente virulente di miti e stereotipi che, nell’intento dichiarato di liberare le energie vitali di un popolo, lo ingabbiano ancora di più in una prigione d’inconsapevolezza strutturale. Non il popolo ne trarrà vantaggio, non le persone comuni, ma un’altra élite che cercherà di sostituirsi alle precedenti.



Miti, controllo delle menti e potere

Il potere è oppressione. L’oppressione è male. Per il cardinale Martini, è l’unico vero peccato, origine di tutti i peccati. Dove c’è potere, non può fiorire l’amore. L’essere è sostituito dal dover essere, in una corsa senza fine, che termina solo con la morte.

Per il potere, qualunque forma di potere, io vado bene solo se, introiettando gli stereotipi e i miti che esso propaganda, mi comporto in modo da assecondare il raggiungimento dei suoi scopi. Grazie ai miti introiettati, questi scopi non vengono visti nella loro natura oppressiva e sfruttatrice, ma come mezzi per favorire il mio bene che io, nella mia insignificanza e ignoranza, non posso comprendere senza la sua guida e il suo aiuto.

Dal momento che la mente umana non è mai completamente assoggettabile, ci sarà una parte di me, inconscia, che è ancora in grado di cogliere la natura oppressiva della propaganda, e, anziché obbedire ciecamente, cercherà di ribellarsi, con atti che sfuggono al mio controllo. Ma proprio questi atti saranno indicati e giudicati dal potere come forme pericolose, sovversive, devianti, eretiche, che danneggiano me e gli altri nella mia e nella loro evoluzione, a seconda dei casi, politica, civile, psicologica, spirituale. Dal potere imparo quindi non solo a mettermi in prigione da solo, volontariamente, ma anche ad essere carceriere di me stesso. Ogni volta che metterò un dito fuori dalla mia cella, il primo attimo fugace di sollievo verrà subito schiacciato dal senso di colpa, senza bisogno di tribunali esterni che mi incriminino, perché al mio interno ormai si è installato e agisce ventiquattro ore su ventiquattro un giudice che mi redarguisce e mi minaccia.

Il potere è subdolo, diabolico, perversamente intelligente. Da sempre ha capito che per dominarmi senza fatica non può agire solo dall’esterno, ma deve penetrare nelle mie cellule cerebrali, nei miei tessuti, nel mio sangue. Allora può dormire sonni tranquilli. Non deve più far nulla per avermi in pugno, per fare di me un suo strumento, un suo servo obbediente, uno sponsor che promuove la sua diffusione.



Stereotipi sociali

Stereotipo non significa solo immagine forte (tupos, immagine; stereo, forte). Tupos in greco significa anche gruppo. Stereotipo quindi significa gruppo forte, con identità chiara, confini definiti, coeso al suo interno. Un gruppo di tifosi, che credono tutti nella stessa squadra, sono uniti da un’unica fede, un’unica passione. Questa forte unione interna ha come contraltare un’altrettanta forte separazione, distanza, differenza esterna con tutti coloro che non appartengono al gruppo. Ma questa differenza diventa massima, e massima la conflittualità potenziale o attuale, con altri gruppi costruiti nello stesso modo intorno ad un’idea, un ideale, una passione che fornisce loro un’identità forte. Da qui la lotta tra tifoserie diverse, che può facilmente sconfinare in violenza. Il tifoso dell’inter non vede un potenziale nemico nella persona comune, che magari non si occupa di calcio. Per lui questa persona non esiste neppure. Vede un nemico nel tifoso di altre squadre, soprattutto del Milan, perché più vicino fisicamente ai confini del suo gruppo.

Lo stereotipo, inteso sociologicamente come gruppo forte, arricchisce la comprensione dello stereotipo, inteso come idea rigida. Le due forme si tengono insieme. Per creare un gruppo forte è necessario un idea forte, rigida, indiscussa, attorno alla quale si cristallizzano le energie dei partecipanti, come intorno ad un magnete. Il partecipante ad un gruppo con forte identità ne trae un vantaggio: viene saturato, almeno in parte, il suo bisogno di appartenenza, dal quale deriva una crescita di sicurezza. Ma ovviamente paga un prezzo: la diluizione della sua identità, che si scolora uniformandosi a quella del gruppo. Il tifoso di calcio, il fanatico religioso, l’appartenente ad una setta, il militante di un movimento estremista, cede parte o gran parte della sua identità in cambio di un po’ di sicurezza.



Uniformare è dividere, dividere è uniformare

Quanto più il gruppo è radicale, quanto più l’idea è definita, semplice, indiscussa, tanto più aumenta il senso di appartenenza, tanto più cresce il senso di distanza, separazione, avversione nei confronti di chi quell’idea non condivide.

In una setta, i partecipanti si riconoscono l’un l’altro come appartenenti allo stesso gruppo. Per ottenere questo, tendono ad appiattire le differenze tra loro, rinunciando a considerare altre importanti altre identità (carattere, ruoli sociali, istruzione, lavoro, ecc.) (Amartya Sen, Identità).

Lo stereotipo sociale unisce, ma nella stessa misura separa, divide, contrappone. L’operazione da cui nasce è una sola: uniformare intorno ad un’idea. Conformarsi ad una sola forma produce automaticamente il resto: isolarsi dalle forme diverse, percepite come estranee, avversarie, nemiche. Eraclito diceva che polemos era l’origine di tutte le cose: solo la guerra tra gli enti consente loro di mantenere fermi i loro confini, la loro identità. L’alternativa è la confusione, l’indifferenziato.

Utilizzando il metamodello 2, possiamo dire che ogni volta che separiamo, in realtà stiamo facendo anche l’opposto: stiamo unendo forzatamente e illusoriamente cose diverse in un unico recipiente, in modo che siano percepite come identità unica e stabile. E’ quello che è successo con la creazione di molte nazioni moderne, separate tra loro da confini netti e ben individuati, in seguito ad un’operazione di omologazione di persone e popolazioni che non sono uguali, per lingua, storia, religione e mille altri aspetti, ma che sono state uniformate per essere riconosciute come una cosa sola: una lingua, una razza, una fede religiosa o politica, una storia, un destino. Ma l’operazione non è senza violenza. E’ da quest’arbitraria unione e separazione, di popolazioni e persone, ma anche di idee, ideologie, culture, visioni del mondo, che nasce ogni forma di conflittualità, lotta e violenza dell’uomo sull’uomo e sugli altri esseri.

Giolitti soleva dire: “Le leggi con gli amici si interpretano, con gli avversari si applicano”. Doppia morale, forte appartenenza e netta separazione si tengono insieme. Empatia e cura per gli amici, antipatia e malevolenza per i nemici. Per questo la prescrizione di Gesù di amare i propri nemici è la più grande rivoluzione. Essa rivolta alle radici il comune modo di pensare, guidato da stereotipi, miti, idee fisse e immutabili. Per Gesù la salvezza non si ottiene obbedendo alle leggi, ma seguendo il comandamento più importante: ama il prossimo tuo (amico o nemico) come te stesso.



Amore e giudizio

Ma che significa amare? Significa voler bene. E quale è il bene? Quello che ritengo io, quello che credo di conoscere e magari cerco di proporre o imporre ad un’altra persona con le mie richieste e i miei comportamenti, basati sulle mie convinzioni e pregiudizi? No, questo è manipolazione, seduzione, sfruttamento. Pericoloso è l’uomo che afferma di conoscere quale è il bene per gli altri, ci ricorda Maharaj.

Il bene, come la verità, non è oggettivo, ricavabile da assiomi o norme morali precostituite. Il bene, come la verità, può emergere solo all’interno di una relazione di fiducia, di un dialogo, ove, grazie allo scambio dei punti di vista, io divento consapevole, per differenza, dei miei miti, stereotipi, presupposti, e l’altra persona diventa consapevole dei suoi. Il bene, come la verità, come la giustizia o la libertà, come ogni qualità dell’essere o qualità animica, non sorge nel vuoto dell’astrazione, del già detto e conosciuto, ma solo nel flusso, non senza scosse, a volte agitato o turbolento, di una relazione viva, sincera, totale, esperita con il coraggio di oltrepassare le colonne d’Ercole delle descrizioni del mondo prodotte da altri, e acquisite e vissute passivamente di seconda mano, come verità date per sempre, cristallizzate, mummificate, private della scintilla vitale senza la quale si trasformano in parole appassite e morte, incapaci di generare nuova vita.

Gesù non ha detto: io sono la legge. Egli ha detto: io sono la verità, sono la via, sono la vita. Egli è venuto per abolire tutte le leggi. Gesù ci ha insegnato che non abbiamo bisogno di leggi impersonali, che una volta per tutte definiscono che cosa è bene e che cosa è male, che cosa dobbiamo fare e che cosa non dobbiamo fare, ma di persone disposte a lasciare tutto, ad abbandonare ogni certezza precostituita, perché solo così è possibile cercare la verità. Non da soli, chiusi in una torre d’avorio, protetti dalle tempeste del mondo. Ma in mezzo al mondo, lasciando che il mondo possa trafiggere e martoriare la nostra carne, perché il mondo è abitato da persone inconsapevoli, aggrappate agli stereotipi e ai miti correnti, come naufraghi che si appoggiano ad un legno per non sparire tra i flutti, persone che non avranno alcuna simpatia per chi la tavola delle certezze abbandona ed è disposto a nuotare affidandosi alle sole sue forze, insieme a compagni che condividono la stessa decisione. La società dei conformisti può perdonare molti peccati, l’egoismo, l’avidità, la menzogna. Ma c’è un peccato che non può tollerare: quello di chi non è disposto ad accettare i miti sui quali si fonda la sua stessa esistenza, sulla condivisione dei quali essa crea l’appartenenza, e sul rifiuto dei quali essa crea la riprovazione, l’emarginazione, il rifiuto. 

Il messaggio di Gesù non era rivolto ai benpensanti, alle persone ben nutrite e riverite. Il suo messaggio era rivolto agli ultimi, agli emarginati, ai perseguitati. Non ai potenti, ma agli umili. Non ai ricchi, ma ai poveri, agli sfruttati, ai disprezzati.

Gesù è morto in croce perché, essendo divino, ha rifiutato di allearsi al potere, in qualsiasi forma, e ai miti che lo sostengono. Scegliendo l’amore e la verità, anziché il potere e la manipolazione, ha pagato il prezzo più alto, perché non si è piegato a venire a patti con le false autorità che, incarnando i miti condivisi, allora come oggi, dominano il mondo.



Gli ultimi saranno i primi

Guai ai tiepidi, ha detto Gesù. Tiepidi sono coloro che stanno con i piedi in due scarpe, che stanno a metà, tra verità e illusione, tra curiosità per il nuovo e attaccamento al vecchio, senza il coraggio di scegliere. Tiepidi sono i conformisti a metà. Non hanno gli occhi freddi e grigi di chi è totalmente alienato dalla propria anima, incapace di cogliere il flusso profondo dei sentimenti propri e altrui. Non troppo freddi, ma neppure sufficientemente caldi per creare quel ponte tra anime che chiamiamo amore.

Chi non è con me è contro di me, sono parole di Gesù. Chi non è con la verità, con la via e con la vita, è contro la verità, la via, la vita.

Ma la vita non è pulizia, ordine, rigore, controllo. E’ anche disordine, sporcizia, dissoluzione, confusione, perdita di ogni controllo. Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori, canta De Andrè, un uomo che, come Don Gallo, di Genova anche lui, e come Gesù, stava dalla parte degli ultimi, dei diseredati, dei derelitti.

Tra gli ultimi, i senza casa, i senza famiglia, i senza beni, i dimenticati e tenuti lontano dagli altri uomini, i senza salute abitanti dei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, a volte si trovano quei poveri di spirito dei quali sarà il regno dei cieli. Dilaniati nell’anima e nel corpo, sanno che cosa è il dolore forte, che non concede pause e speranze, perché è parte indissolubile di un destino già segnato. Quel dolore che, in piccola misura, non risparmia essere umano, ma che ognuno cerca di celare nei luoghi più reconditi di sé, affinché isolato e congelato, non abbia ad affiorare ed essere di nuovo esperito, irrompendo nel teatro delle mille maschere che giornalmente indossiamo per proteggerci, rendendoci finalmente nudi, fragili, e partecipi al dolore altrui. Noi non vogliamo più sentire quel dolore, non lo riconosciamo nostro, lo teniamo lontano, lo emarginiamo. Nello stesso modo non sentiamo nostre le sofferenze dei miserabili, dei disgraziati, dei senza legge, perché loro sono diversi, appartengono ad un’altra specie, con la quale non abbiamo niente in comune. Noi meritiamo una sorte diversa, loro meritano quella che hanno.

Marx ci ha fatto capire che le ideologie, i miti, gli stereotipi di una società sono le ideologie della classe dominante. Sono funzionali alla perpetuazione del dominio.

Ecco perché conformismo, insensibilità e giudizio sono strettamente uniti. Senza giudizio, senza il narcisismo che sottende, non potrebbe esserci quell’oppressione e violenza endemica che caratterizza ogni società che ha privilegiato l’efficienza, oggi tradotta in profitto, all’armonia.

Il dolore sepolto è una corda che non risuona più, rendendoci sordi; un colore dimenticato che ci rende ciechi; un sentimento congelato, che ci aliena dalla nostra anima. Spesso solo uno shock o un trauma possono risvegliarci alla vita, che non fa sconti a nessuno, perché la corda dell’amore non può risuonare liberamente finché anche quella del dolore imprigionato non può fare altrettanto.

Date parole al vostro dolore, affinché il vostro cuore non si spezzi, ci ricorda Shakespeare. La tavolozza  dei sentimenti si impoverisce anche se uno solo di essi non è più accessibile. Il corpo perde vigore se uno solo degli arti non può più muoversi liberamente.

Un praticante chiese ad un maestro: quale è la forza che tiene unito l’universo? La compassione, rispose il maestro. Temendo di non essere stato capito, il praticante ripeté la domanda, e ottenne la medesima risposta. Compassione, per i buddisti, amore, per i cristiani: l’essenza è la stessa. Non ci può essere amore senza compassione, come non ci può essere compassione senza amore. La compassione è vivere la sofferenza dell’altro come fosse la propria, senza identificarsi, comprendendo che non c’è sofferenza mia o tua, ma c’è la sofferenza, la sofferenza che ci accomuna come esseri umani inconsapevoli. La vera compassione, facendo risuonare dentro di sé l’altrui dolore e interpretandolo in modo universale, al di fuori di ogni schema di separazione e di possesso, mobilita il desiderio di liberare tutti gli esseri dalla sua oppressione. Desiderio che riceve la sua forza non più dal solo sé personale, ma dall’appartenenza al sé universale. 

Provando compassione, non sposo più una causa che è solo mia, ma è di tutti, compresi quelli che, nei momenti di inconsapevolezza, percepisco come avversari o nemici; nemici che, per questa stessa ragione, Gesù mi invita ad amare.



Resistenza

Angela Volpini, una mistica, una rivoluzionaria al servizio dello spirito, che abbiamo avuto il privilegio di incontrare, in Resurrezione di Dio, scrive:

“I tempi di cambiamento sono sempre apocalittici: in realtà si deve distruggere un mondo perché se ne generi uno nuovo e la lotta fra il vecchio e il nuovo non è mai indolore. La tentazione di fermarsi, di non continuare la faticosa esplorazione e costruzione del nuovo basata solo sulla speranza che ha la fragile consistenza dell’intuizione, deve resistere allo scontro con la realtà diventata sperimentalmente e dogmaticamente sentita come irreversibile. Ma il fermarsi nel conosciuto e sperimentato vuol dire anche morire e per questo nei momenti di cambiamento è come se si scatenassero tutte le forze del male ad aggredire le fragili creature del nuovo. Le forze del male non sono che le nostre abitudini che formano il patrimonio esperienziale culturale, che sono servite alla nostra collocazione nella storia e nelle quali, più che in noi stessi, ci siamo identificati.

La nuova creatura mentre nasce, corre il rischio essere divorata dal mostro della sedimentata tradizione. Il suo momento di fragilità è appunto il nascere, e va difeso e protetto perché nella nuova creatura vi è anche l'unica continuità con la vita e con la storia che altrimenti finirebbero”.


Inconsapevolezza del giudizio

Il meccanismo del giudizio è molto subdolo: anche chi crede di averlo compreso ed è convinto ormai di riconoscerlo, di fronte a situazioni che lo coinvolgono fortemente a livello personale ed emotivo, con molta facilità ci ricade. E mentre ci ricade, si dà ragione. Dice ad esempio: io non sto giudicando; sto solo aderendo a valori per me irrinunciabili: la verità, l’integrità, la trasparenza. E mentre pronuncia queste parole, sente un miscuglio di rabbia, tristezza, delusione. Magari si è sentito tradito da un amico, da un partner, da un compagno. Convinto di aver ricevuto un tradimento, attribuisce statuto di verità a ciò che sente, e lo considera prova della validità dei suoi argomenti: mi sento male, sono triste, sono sconvolto, perché una persona a me cara mi ha ingannato.

All’interno di una visione duale, è facile mantenere questo tipo di convinzioni e sentirsi nel giusto.

Ma mentre ci sentiamo nel giusto, proprio in quel momento siamo di nuovo preda del giudizio. Io ho ragione, io sono dalla parte del bene, della correttezza, della verità. L’altro è dalla parte del male, della scorrettezza, della falsità.

Il giudizio, figlio dell’Ego, non è discernimento, ma la sua maschera. Un io-governo sotto stress cade facilmente in questo errore di valutazione.

Come si fa allora a discernere, una volta per tutte, se stiamo discernendo o giudicando? Questa è la domanda chiave alla quale rispondere per fare un passo decisivo verso la consapevolezza di sé. La risposta è semplice, e nello stesso tempo, del tutto controintuitiva. Io sto giudicando ogni volta che sperimento emozioni negative, che mi procurano dolore, che riducono la mia gioia di vivere, e sto attribuendo la loro origine ad un trigger esterno: un evento, un comportamento di un’altra persona. Sto giudicando ogni volta che dentro di me, a dirigere l’orchestra, non è il cuore, l’anima, il sé superiore, ma l’Ego, la piccola mente, la mente condizionata. La mente che, attraverso il suo funzionamento, garantisce all’Ego di alimentare, giorno per giorno, il corpo di dolore, come lo chiama Eckhart Tolle (Il potere di adesso). Corpo di dolore personale che alimenta il corpo di dolore delle persone intorno a me, e il corpo di dolore dell’umanità.

Per l’Ego, questo non è certamente un problema, perché tutta la sua politica si basa sulla diffusione del dolore. Non si capisce nulla della psiche umana finché non si comprende questo fondamentale meccanismo: l’Ego non promuove il bene di nessuno. Cercando il proprio bene, in antagonismo al bene degli altri, distrugge la possibilità di bene alla radice.

E allora, il problema non è se giudico o no. In conseguenza dei contesti di apprendimento e del pensiero linguaggio nel quale siamo stati allevati ed educati, è quasi impossibile non giudicare e non provare emozioni distruttive. L’amigdala e il sistema limbico, reagiscono in modo molto rapido ad eventi che essi classificano per similitudine sulla base di schemi grossolani. La reazione emotiva che ne segue non è che l’evidenza, a livello delle sensazioni, di un giudizio implicito, non verbalmente formulato, sulla situazione, così come viene decodificata.

A questa reazione immediata, ne segue un'altra, che viene dai centri corticali. E’ lì che, dal punto di vista neurologico, possiamo collocare l’io-governo. Un io-governo può dirsi ben formato quando si è liberato dalla piaga del giudizio, cioè da quella funzione, o meglio disfunzione, che, impedendo il contatto con l’anima, ci consegna al mondo grigio dell’inconsapevolezza e al dominio dell’Ego.

Liberarsi dal giudizio, quindi, non significa liberarsi da ogni reazione primaria negativa, ma dalla reazione secondaria negativa, con la quale l’io, in modo inconsapevole, avvalla il giudizio implicito nella reazione primaria.

Affinché un io possa raggiungere questo risultato, smettendo di reagire giudicando a sua volta, e iniziando a rispondere, cioè ad essere responsabile e consapevole, occorre che sia liberato  dal dominio, anche saltuario, delle parti narcisiste, quelle parti che, in condizioni di stress emotivo, gli fanno concludere di aver ragione. Quando? Proprio mentre sta giudicando.


Autoinganno

Ma come può accadere che anche un io, che pure ha lavorato tanto per liberarsi dal giudizio, proprio mentre avrebbe più bisogno di contattare l’anima, smettendo di giudicare, invece si lasci guidare dall’amigdala e dal corpo di dolore, divenendo cieco a se stesso?

La capacità di mentire a sé è una delle capacità che la nostra specie ha sviluppato maggiormente. La ragione è semplice: l’uomo, finché vive nella separatività, cova al suo interno una paura di fondo, che in qualunque momento un evento esterno può riattivare. Bene, la funzione del giudizio, che si fonda sul passato, su regole sociali interiorizzate, su stereotipi, su false credenze e su miti, è quella di proteggerci dall’angoscia derivante dal dire a se stessi: non so, non ho strumenti sufficienti per capire. Ma se non so, non so prevedere e controllare. E se ho paura, cercare di controllare è l’unica cosa che mi ridà un po’ di sicurezza. Ecco perché giudico: giudico per controllare, per riacquisire forza e sicurezza. La pratica del giudizio diventa la mia base sicura, quella che mi ancora al già noto.


Giudizio, paura, mancanza di libertà

Purtroppo, una falsa sicurezza che, non portandoci a cambiare, ma a ripetere all’infinito le stesse reazioni, sulla base delle medesime percezioni, ci rende incapaci di creare il nuovo. Come insegna Krishnamurti, finché c’è paura, non ci può essere libertà. Senza libertà non c’è amore e conoscenza. E senza amore, la capacità più tipicamente umana, quella di creare, si atrofizza.

Dobbiamo capire, allora, che il giudizio e la paura si tengono insieme. E che la ricerca di sicurezza, fuori della nostra coscienza, nelle norme, nelle tradizioni, negli schemi culturali, è una forma di dipendenza che ci impedisce di tuffarci pienamente nel fiume della vita. La ricerca di una falsa sicurezza taglia alla radice la nostra possibilità di divinizzarci, di essere autocreatori di noi stessi, vivendo nell’amore e nella gioia.

L’essere umano è disposto a barattare la felicità per un po’ di sicurezza, nella forma di sentimento di appartenenza e fedeltà, alla famiglia, al gruppo, alla collettività, al sistema di convinzioni interiorizzate (Freud). 

Quale è l’alternativa? Nelle parole di Hellinger, è la perdita di innocenza, la capacità di balzare fuori dal guscio protettivo di tradizioni, fedeltà famigliari e culturali, tollerando i rimproveri, i giudizi e il senso di esclusione, almeno parziale, che a questo atto normalmente seguono. Ma questo passaggio richiede di aver visto in profondità, ed esperito nei propri visceri, il significato del senso di colpa e il significato della liberazione da questo radicale nevrotico, utilizzato come cemento che infanga d’inconsapevolezza coloro che a istituzioni, gruppi, collettività, sistemi di idee, rimangono invischiati, in quanto dominati dalla paura. Paura della libertà, fuga dalla libertà, come dice Fromm.


La coscienza personale

Quale è l’alternativa allora? E’ lavorare a sufficienza per diventare se stessi, riappropriandosi della propria coscienza come bussola del proprio agire, anziché essere agiti, in modo meccanico, da forze che ci controllano.

Fino a quel momento, come direbbe Kant, viviamo in uno stato di minorità. In uno stato preilluministico, in quanto l’illuminismo, per Kant, è uscire dallo stato di minorità, sviluppando un pensiero autonomo, strumento della propria coscienza, non più soggetto e dipendente da autorità esterne. Proprio quel pensiero autonomo, critico, autopoietico, il cui sviluppo è stato ostacolato nel corso di quasi tutta la storia umana che, come ci ha svelato Marx, è la storia della lotta tra una classe dominante e una classe dominata.

Anche autori liberali come Locke hanno quasi tutti ritenuto che gli uomini siano moralmente inaffidabili, e quindi necessitino non solo di leggi dello stato, ma anche delle leggi di Dio, senza le quali non potrebbe esserci civiltà.

Idea non condivisa da Kant, quando afferma: due cose mi commuovono, il cielo stellato sopra di me, e la coscienza morale che è in me. La ricerca del bene, quindi, non sarebbe altro che la naturale propensione della coscienza umana libera o liberata. Conclusione cui arriva, in tempi più moderni, la psicologia umanistica che, a differenza della psicoanalisi freudiana, considera l’aggressività non una pulsione originaria, ma una reazione all’oppressione, essendo la pulsione principale proprio la socialità. Conclusione cui arriva da ultimo anche un noto economista, Jeremy Rifkin, che in “La civiltà dell’empatia”, considera l’empatia umana una forza primaria, l’unica che può  salvarci oggi dall’autodistruzione.


Emozioni come evidenze di giudizio

E di fronte ad un dubbio, ad un caso complesso e intricato? La risposta sta nel rinunciare a prendere posizione, nel saper aspettare, nel rimanere a disposizione della verità, quando essa ci apparirà con chiarezza.

Il mezzo per capire dove ci troviamo è nel nostro corpo, nelle nostre emozioni. Un amico mi tradisce. Io sento rabbia e avversione. Sto giudicando. Se ho capito la struttura delle emozioni, so che queste non sono emozioni reali, basate sulla realtà dei fatti, ma strutture di emozioni prodotte sempre e soltanto dalle mie configurazioni interne, le mie subpersonalità, che decidono per me quale significato dare a questi eventi. Non sono io che decido. Io credo di decidere. In realtà sono deciso dalle esperienze del passato inscritte nella mia amigdala. Se ho paura dell’abbandono, io vivo l’abbandono. Se ho paura del tradimento, io vivo continue riedizioni di tradimento. In realtà, per il noto meccanismo dell’ombra, non sono gli altri che mi tradiscono, come nell’inconsapevolezza sono portato a pensare e a credere, al di fuori di ogni ragionevole dubbio, ma sono io che tradisco. Me e gli altri. Già. Proprio IO.

Mentre mi separo, mentre giudico, io sto uscendo dal fiume della vita. E’ questo che genera in me il dolore innecessario. Ma finché vivo nell’inconsapevolezza, non riesco a discernere dolore necessario, breve e dolce, e dolore nevrotico, spietato, senza fine, che cerco di alleviare attraverso la mia chiusura, la mia fuga, la mia ricerca di un rifugio sicuro, incontaminato, fino a che un giorno giungo a scoprire che la vita non permette luoghi senza contaminazione. Falsa speranza, perché la mia chiusura è innanzitutto chiusura del cuore, e quindi è incapacità di connettersi e convibrare con la realtà, quella vera, quando essa non si adatta più ai miei schemi, alle mie aspettative, ai quali io dò nome di valori, ma sono l’opposto dei valori, cioè di qualcosa che vale veramente. Come insegna Angela Volpini, è proprio proteggendosi dall’irruzione del nuovo che le tradizioni riescono ad imporre il loro volere e a mantenere gli uomini in loro potere, come se questa fosse l’unica scelta a loro disposizione.  Io posso giudicare l’amico solo se mi separo da lui, chiudendo il cuore, creando una barriera tra me e la sua anima e tra me e la mia anima.


La via del non giudizio

Ma posso seguire anche un’altra strada. Anziché giudicare, voglio capire di più. Smettendo di darmi ragione, lasciando andare i miei impulsi narcisistici, non mi accontento di vedere la superficie degli eventi, che è sempre variazione stereotipata e infinita della stessa danza. Voglio scendere in profondità. Voglio capire davvero che cosa ha portato l’amico a compiere il suo gesto. Il gesto che, in una reazione immediata, ho percepito come cattivo in sé e pericoloso per me. Quindi cerco l’amico, e gli chiedo ulteriori spiegazioni. Converso con lui fino ad entrare a vedere le cose dal suo punto di vista, mettendo tra parentesi ogni mia convinzione. Epoché, come dicono i fenomenologi. Senza epoché, senza questo atto di umiltà e apertura, non ci può essere fratellanza fra gli uomini. Ma questa apertura è impedita dall’etica autoritaria che tutti abbiamo interiorizzato, e che è al centro della configurazione narcisistica. E’ l’etica autoritaria e narcisistica che ci spinge a compiere quel terribile atto di orgoglio che è il giudicare, chiudendo il caso, senza più possibilità di appello.

L’etica umanistica e fenomenologica è la rivoluzione, cioè il rivoltamento alla radice dell’infamia autoritaria, che sotto le mille maschere del momento, ha infettato la terra. L’etica autoritaria va capita bene. Non è solo il fascismo, il nazismo o il socialismo reale. Essa si annida ovunque, nelle famiglie, nel rapporto tra amici e amanti. Ed è in grado di distruggere ogni rapporto d’amore. Lo distrugge perché fa credere che i principi astratti sono più importanti delle persone in carne ed ossa. E’ l’etica autoritaria che ha spinto uomini non folli e non malvagi a mandare sul rogo Giordano Bruno, e a perseguitare e uccidere giovani donne, colpevoli solo di non rispondere agli schemi del pensiero allora dominante. E’ l’etica autoritaria che ha condotto paesi civili come l’Inghilterra, a promulgare leggi che condannavano a morte gli omosessuali, o dall’altro lato, a considerare legale la schiavitù.


Il coraggio di essere se stessi

Sono sempre state persone non soggiogate dalla paura a ribellarsi contro stereotipi, dati di fatto, leggi liberticide, che promuovevano le persecuzioni dei dissidenti, riconosciute come atti di protezione della collettività da pericolosi eretici e devianti. Persone che spesso hanno pagato con la vita i loro atti di coraggio. Come ha fatto Gesù. Come ha fatto Socrate, che preferiva ricevere un’ingiustizia, piuttosto di commetterla. E che di fronte a Critone, che gli aveva preparato la fuga dal carcere, per sottrarlo alla morte, ha preferito morire, perché morendo riconosceva il valore della legge, valore in cui aveva sempre dichiarato di credere, anche quando essa era mal applicata. Per un bene superiore, il bene collettivo, il bene della superiorità della legge, Socrate è morto. Per un bene superiore, per non inquinare l’amore con il potere, Gesù ha preferito affrontare il patibolo e la morte.

Ma i seguaci non hanno spesso avuto lo stesso coraggio. E in questo hanno tradito il loro maestro. Ancora oggi la chiesa del dogma tradisce la sua anima, la chiesa della carità, e l’anima dei fedeli, che ad essa ancora guardano con speranza. La chiesa tradisce tutte le volte che, a differenza di Gesù, viene a patti con il potere.

Cosa che ha fatto infinite volte nella sua storia, e ancora oggi continua a fare, senza mai prendere davvero le distanze da questi suoi cedimenti, autodenunciandosi, e riconquistando l’integrità.


Etica autoritaria e ottusità. Riappropriarsi della propria coscienza, liberare il pensiero

E’ l’etica autoritaria a renderci ottusi, incapaci di comprendere l’altro, e credendo nello stesso tempo di agire per il bene nostro, o addirittura per il suo. Ci rende ottusi perché ci fa credere in principi astratti e assoluti, ab soluti, cioè sciolti dal legame con la vita, con le mille situazioni diverse, tra loro intricate, che ne costituiscono la trama e che non si lasciano uniformare e ingabbiare dentro schemi rigidi e impoveriti.

Come suggerisce Mancuso, teologo laico, i principi non vanno presi come decreti, dogmi, decisi una volta per tutte nella loro essenza e nella loro applicazione, ma come linee guida, come tensioni verso uno scopo, che è il bene comune. I principi vanno ricostruiti, ricreati volta per volta sulla base della situazione reale, per cui il principio di verità e integrità può portarmi ad omettere di dire qualcosa che è vero, o a dire qualcosa che non è esatto, perché l’esattezza, la completezza non è l’essenza della verità. La verità non può prescindere dagli altri valori: amore, cura, giustizia. Non sono parole di verità quelle anche esatte, che portano a far del male, o a non promuovere il bene.

E quale è il bene lo posso conoscere solo se dalla mia coscienza non mi sono lasciato espropriare e alienare. Questo è il vero tradimento dell’uomo e di tutti i principi: seminare l’idea che non si possa fare affidamento sull’unica bussola di cui disponiamo, la nostra coscienza. Una bussola che può affinarsi e migliorarsi nel tempo, attraverso il dialogo e la riflessione, così come il pensiero critico che ne costituisce strumento, ma che non potrà mai essere sostituita da leggi esteriori, alle quale si obbedisce non per amore, ma per paura, alle quali si sono sempre appellate le false autorità di tutti i tempi, privando l’uomo del suo bene più prezioso, rendendolo debole, succube, sottomesso, pronto ad obbedire non per convinzione, ma per timore.


Ribellione all’autorità e ricerca di sé

Non obbedienza a false autorità, ma ribellione e ricerca senza fine: questo è il cammino spirituale, un cammino che può si può intraprendere davvero solo se non si è più guidati dalla paura. O dalla ricerca di sicurezza e tranquillità. Il ricercatore spirituale, per essere tale, non guadagna in tranquillità. Quello è uno stereotipo. Il ricercatore spirituale è un ribelle, che si tira addosso le maldicerie di tutti i pavidi e sottomessi, non temendone più il giudizio, e fornendo a loro la testimonianza di un altro punto di vista.

Per conoscersi, bisogna imparare come osservarsi, in contatto con il flusso profondo dei sentimenti, attraverso il quale si esprime la nostra anima. Finché non si impara a distinguere tra pensieri, emozioni e azioni guidate dalla paura da quelli guidati dall’amore, non si fa un passo avanti.


Perdono e visione profonda

Il perdono, quello vero, è il più grande atto rivoluzionario. Il perdono infrange i muri che, per paura e solo per paura, abbiamo innalzato contro gli altri esseri umani e contro l’ardore della vita.

Se perdono l’amico, lo sento vicino, come fratello, e smetto di giudicare. C’è ancora un po’ di dolore. Avrei preferito che l’evento non fosse accaduto. Ma questo dolore non mi separa, non mi fa scappare a cercare rifugio nell’infinita ripetizione del già noto. No, mi avventuro nel nuovo, cerco di capire più in profondità. Non mi limito ad inquadrare ed etichettare. Entro in empatia, capisco le cose dal suo punto di vista, che, in altri casi, poteva essere il mio. Lui cessa di essere pericoloso. La mia anima non sanguina più. Il perdono, l’empatia, la conoscenza profonda non mi allontanano, non mi fanno cercare rifugio nelle mie vecchie certezze. Ma diventano un modo, talvolta l’unico possibile, di farmi aprire gli occhi su una realtà più grande, della quale il mio Ego ha sempre avuto paura, perché significa la sua fine.

Un tradimento ricevuto, se non lo restituisco attraverso un gesto di allontanamento e separazione, può esser la scintilla che in un lampo infiamma la mia anima e mi fa diventare chi sono davvero, cioè divino.


L’intelligenza del cuore

Ma perdonare significa essere disposti a subire le prepotenze altrui? Quante volte si deve perdonare? Settanta volte sette, dice Gesù, cioè sempre.

Per l’Ego, individuale o collettivo, perdonare è un non senso, perché la pratica sistematica del perdono, nella sua visione, porta i prepotenti a diventarlo sempre di più. La giustizia alla quale siamo stati educati non è quella del perdono e riparazione, ma della colpa, giudizio, punizione.

Per l’anima perdonare non significa mai subire. Significa osservare le cose da una prospettiva più ampia. Non dalla piccola mente, ma dalla grande mente, non dal cuore chiuso, ma dal cuore aperto.

Una convinzione diffusa ci fa credere che chi ha il cuore aperto sia esposto a maggiore sofferenza di chi si protegge con la chiusura del cuore. Questa convinzione non è fondata, e si basa sull’ignoranza. Ignoranza di che cosa significa cuore aperto.

Dalle ultime ricerche nelle neuroscienze, emerge che il cuore ha un suo cervello, che ha il compito di guidare il cervello della testa ad acquisire la configurazione più intelligente, più evoluta, più creativa. Le neuroscienze confermano oggi le intuizioni delle antiche tradizioni sapienziali.

Più abbiamo il cuore aperto, più siamo intelligenti e creativi, più siamo in grado di rispondere in modo ecologico e funzionale alle sfide dell’ambiente e ai problemi emotivi e relazionali.

Aprire il cuore è un atto di bontà verso gli altri, che ci rende amorevoli e innocenti. Ma è in primo luogo un atto di bontà verso noi stessi, che ci rende pacifici e felici (anche se l’Ego non la pensa così).

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