Linguaggio, potere e amore


(Mauro Scardovelli)


in corso di pubblicazione

 

Amore e potere


Secondo la tradizione cinese, l’uomo si colloca tra cielo e terra. Come dice Raimon Panikkar, è guidato da due forze contrapposte: amore e potere.

L’amore spinge l’uomo verso la luce, superando la sua identificazione nel corpo, nei sensi, nella materia, nell’oscurità della mente individuale. L’amore lo stimola ad ampliare la sua visione e ad avventurarsi oltre i limiti angusti della separatività,  dell’avidità e dell’egoismo, fino a sentirsi partecipe attivo della grande rete della vita. Lo induce ad allargare la propria empatia, fino ad includervi tutti gli esseri. Come fratelli o amici. Fino a sentire la loro sofferenza come la propria.

La sua essenza è spirituale: “Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”, diceva il sommo poeta. Pur nascendo dalla terra, l’uomo aspira a raggiungere il cielo, sentendosi unito a tutto ciò che esiste.

L’amore è una forza attrattiva e unitiva. E’ la forza che favorisce la coesione e l’unità dove regna il caos e la dispersione. Unica fonte autentica di vitalità e creatività, promuove gioia, armonia e guarigione in ogni contesto in cui viene praticata.

Ma l’uomo ospita anche un’altra forza, di segno opposto: il potere, inteso come potere-dominio. L’uomo medio è attratto dal potere, come le api dal miele. La sua incessante ricerca lo trattiene e lo tira verso le tenebre, verso i bassifondi della coscienza, tenendolo separato, in competizione con gli altri ed alienato da se stesso.


L’amore unisce. Il potere divide.


Un movimento spirituale, se si lascia contaminare dal potere, si perverte nel suo opposto: si trasforma in setta o in organizzazione gerarchica, in competizione con altre per la conquista del territorio. Dietro la facciata esibita, si nascondono falsità e bassezza. Equanimità e trasparenza lasciano il posto a prevaricazione e segreto.

Come l’amore produce gioia dell’essere, così il potere produce male e sofferenza.


“Mi sembra che questo sia vero per chi lo subisce, non certo per chi lo pratica!”


A livello superficiale appare senz’altro così. Chi più ha, chi dispone di più mezzi, chi può dire agli altri che cosa fare, sembra in una posizione invidiabile. Chi è soggetto al potere altrui, invece, appare in una posizione sfavorevole, svantaggiata o perfino miserabile.

Ma questa è esattamente la visione che il potere-dominio cerca di mantenere ed alimentare. A quale scopo? Allo scopo di essere oggetto di desiderio e quindi di diffondersi sempre di più, in modo sottile e indisturbato. Come un virus, che cerca di colonizzare ogni organismo a disposizione per proliferare. Ma anche come un topo, un gatto o un coccodrillo: il loro istinto li porta a fare tutto il possibile per ricoprire la terra della loro discendenza. I topi in questo sono certamente più bravi, avvantaggiati dalle piccole proporzioni e dalla loro straordinaria adattabilità ad ambienti differenti.

Entro certi limiti, gli umani non sono affatto diversi dai loro antenati meno evoluti. E lo stanno dimostrando in modo esemplare in questi ultimi cent’anni, essendo la popolazione più che triplicata, a spese di tutte le altre specie, che pure vantavano un più antico diritto ad abitare su questa terra.

Ma nell’uomo è emersa una nuova capacità, non presente nei predecessori neppure più prossimi: la capacità di parlare, raccontare, fare storia, cultura, scienza. Una capacità che ha impresso un moto esponenziale alla spinta evolutiva, non più limitata alle mutazioni genetiche o epigenetiche, sempre piuttosto lente, ma affidato ad elementi assai più immateriali, quali sono le memorie, i pensieri, i sentimenti.

Alcuni autori li chiamano sinteticamente “memi”, onde sottolinearne l’aspetto immateriale. Essi si tramettono di generazione in generazione, prolificano e si diffondono in modo analogo a qualunque altro organismo vivente quando si trova in ambiente favorevole. Entrano nella testa delle persone senza che esse ne abbiano il minimo sospetto. Come i membri di ogni specie, cercano di occupare tutto lo spazio possibile, in concorrenza tra loro, ma in netto vantaggio su tutti gli organismi che li ospitano.


“Stai dicendo che la ricerca del potere è un meme molto diffuso?”


Esattamente. Un po’ come i topi o, ancora meglio, certi batteri o virus che, essendo ancora più piccoli, sono sfuggiti all’osservazione fino a poco più di un secolo fa. Non essendo visibili, i loro effetti venivano attribuiti ad altre cause, spesso assai fantasiose e prive di ogni fondamento reale. In tal modo, i rimedi non potevano essere molto efficaci.

Quando finalmente furono scoperti grazie al microscopio, si credette di aver compreso l’origine di quasi tutte le malattie e di potercene liberare combattendo direttamente questi intrusi. In parte avevamo ragione. In parte avevamo torto. C’erano ancora molte cose che non vedevamo, troppo piccole per essere oggetto di osservazione. Oggi, che disponiamo di mezzi infinitamente più potenti e sofisticati per osservare qualsiasi oggetto dotato di proprietà materiali, ci troviamo ancora in scacco di fronte ai “memi” che colonizzano la nostra mente individuale e collettiva.

E, paradossalmente, uno degli ostacoli più grandi non consiste tanto nella loro immaterialità, ma nel fatto che si rendono percepibili chiaramente solo ad un osservatore che ha svolto uno specifico lavoro per riconoscerli al proprio interno. Infatti, solo riconoscendoli e disidentificandosi da loro, ci si può sottrarre al loro dominio.


“In che cosa consiste questo lavoro?”


Un problema non può essere risolto con lo stesso tipo di pensiero che lo ha generato. Una mente occupata dai “memi” del potere non può riconoscere e risolvere i problemi che essi continuamente ricreano. L’unica possibilità è frequentare un nuovo tipo di pensiero che non trovi in essi il suo fondamento.


“Dal momento che il pensiero è essenzialmente linguaggio, stai dicendo che occorre sviluppare un nuovo tipo di pensiero-linguaggio? Un linguaggio in grado di abituarci a ritagliare dallo sfondo le diverse forme che assume il potere, in modo da vederle chiaramente?”


Sì, distinguerle chiaramente nella vita quotidiana, nel nostro rapporto con gli altri e con noi stessi, invece di lasciarci ipnotizzare dalle loro ombre sfuggenti. Questa è la via da percorrere.

Naturalmente non possiamo sostenere che i “memi” del potere-dominio siano sfuggiti all’analisi. Anzi, su di essi è stato detto e scritto quasi tutto e il contrario di tutto. Ma raramente queste analisi erano libere dall’influenza perversa dell’oggetto che analizzavano, per il semplice fatto che a guidarle era lo stesso tipo di pensiero-linguaggio che ne è intriso alla radice, e il cui uso inconsapevole non fa che rafforzarli.


“Mi fai un esempio concreto?”


Ogni volta che ricorriamo ad espressioni come “Io”, “Tu”, “Mio, “Tuo”, o utilizziamo il verbo “Essere”, se siamo inconsapevoli dei presupposti impliciti in queste espressioni, noi stiamo fornendo alimento ai “memi” del potere.

Indipendentemente dalle nostre intenzioni, che possono essere le più fraterne ed altruistiche, con il comportamento linguistico comune incrementiamo la nostra e l’altrui ipnosi, che ci fa credere oggetti separati gli uni dagli altri, e per questo stesso motivo, predisposti ad entrare in competizione, in conflitto, in una perpetua ed estenuante lotta per superare ostacoli e problemi.

Questa è l’immagine che noi continuamente riproduciamo attraverso un utilizzo non consapevole del linguaggio.


“Nello stesso modo in cui attraverso i nostri quotidiani acquisti, stiamo cooperando attivamente a depredare la terra e a distruggere ogni forma vivente!


Sì, credo che, sotto questo aspetto, ci sia molta coerenza nel tipo di società che abbiamo creato: da soli o in gruppo, come dirigenti o dipendenti, parliamo, consumiamo ed agiamo, guidati dalla stessa cornice di presupposti. Chi vede solo incoerenza e frantumazione, cioè la maggior parte degli osservatori, non è focalizzato a cogliere i presupposti più profondi, impliciti nella radice del nostro pensiero. Semplicemente perché è istruito ed allenato a non vederli.

Paradossalmente, sono spesso le persone più colte e sofisticate, gli intellettuali, i leader, quelli che soffrono di maggiore cecità selettiva. Essi per emergere, per farsi riconoscere come capibranco, più di altri hanno assiduamente praticato e approfondito proprio il tipo di pensiero-linguaggio, basato sull’ambizione e sul potere dominio, di cui stiamo discorrendo. Che credono di padroneggiare, mentre ne sono dominati a livello profondo, pagando un grave prezzo in termini di perdita di umiltà, di empatia e di contatto con ciò che è essenziale.

Infatti, fatte salve le dovute eccezioni, sovente si esprimono in maniera innecessariamente complicata. O si occupano di aspetti sempre più specifici e marginali, che attirano l’attenzione perché di moda. Mostrando così di non avere a cuore il problema centrale, quello della sofferenza umana. E quindi rinunciando a svolgere la loro funzione in modo socialmente utile.


“Quale funzione?”


Una funzione irrinunciabile nel cammino verso una democrazia sostanziale: aiutare chi li ascolta, li legge o li segue, - e non ha tempo e mezzi per studiare e informarsi a sufficienza -, a sviluppare consapevolezza sulle questioni essenziali, per consentire scelte che possano favorire il bene comune, anziché la divisione e il potere delle lobby.

La preoccupazione fondamentale di intellettuali e leader non sembra quella di farsi capire e far capire, ma di farsi apprezzare da chi può fornire loro i privilegi che massimamente desiderano: visibilità, riconoscimento, pubblicità.

“E’ più facile che un cammello passi in una cruna di un ago piuttosto che un ricco entri nel regno dei cieli”. Che cosa intendeva Gesù con questa frase?


“Il fatto che accumulare denaro corrompe lo spirito!”


Solo il denaro? Un uomo della sua intelligenza poteva affermare una simile banalità? La storia, nel periodo del capitalismo antico, ove si diventava schiavi per debiti, non aveva già mostrato il vero volto del denaro? A dove conduce quando gli uomini se ne fanno servi?

No, Gesù ha detto una cosa assai meno scontata: qualsiasi forma che utilizziamo per prevalere sugli altri o su noi stessi,  è una fonte di peccato, cioè di sofferenza.

Non solo il denaro, quindi, ma anche l’intelligenza, la forza, la bellezza, la conoscenza, la cultura, il successo o il riconoscimento in un certo campo. Tutte cose che appaiono desiderabili o addirittura virtuose. L’intelligenza non è forse un bene? E la forza o la bellezza? Il problema non è nelle cose in sé, ma nel modo in cui ci relazioniamo ad esse e le utilizziamo.

Questo è il punto: ogni volta che ne traiamo un vantaggio competitivo, o che ce ne serviamo per gonfiare il nostro Ego, stiamo creando un fossato tra noi e gli altri.

E peggio ancora, un fossato tra noi e la nostra anima. Non importa se copriamo questo atteggiamento con ogni sorta di giustificazioni e di propaganda, in modo da occultare agli altri la sua natura prevaricatoria. Essa tale rimane, ed è il marchio di fabbrica del potere-dominio.

Ricco” per Gesù è sinonimo di uomo di potere, che il potere pratica sugli altri, qualsiasi ne sia la fonte. Ricco non è solo chi possiede mezzi, proprietà e denaro, escludendo gli altri e tenendo tutto per sé. Ma anche lo scienziato, l’artista, lo specialista, l’intellettuale, l’accademico affermato, che non coltiva l’impegno a rimanere umile. L’impegno a non farsi servire, ma ad essere servitore, rendendo gli altri partecipi del suo sapere o della sua arte. Per condividerne utilità o bellezza. Con leggerezza e generosità. Attento a stimolare curiosità e amore per la conoscenza, e mai sensi di inferiorità o inadeguatezza. Umile non per posizione moralistica, ma perché radicato nella realtà, ben consapevole del debito di gratitudine per chi lo ha preceduto nel suo cammino. E della pochezza della sua impresa rispetto alla vastità dell’ignoranza che permane in lui. Ignoranza che lo accomuna a tutti gli altri esseri umani.

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