Non detto
Non detto
Domenica 17 ottobre. Mi alzo alle sei meno un quarto. Fuori è ancora molto scuro. Il cielo sembra coperto. Vado in giardino, e guardo verso est: improvvisamente, abituato al buio, vedo la volta stellata. Il bel tempo sta continuando da alcuni giorni. E’ freddo, terso, come in montagna.
Le ore prima dell’alba sono bellissime, cariche di intensità, di profumi, di suoni della natura. Il silenzio degli uomini restituisce al vento e agli animali la loro voce.
Ho in mente una frase di Martin Luther King:
Mi piace molto il silenzio e la concentrazione del primo mattino. Panci, la nostra gattina, generalmente non è d’accordo nel lasciarmi solo. Appena avverte la mia presenza, entra in casa dalla sua porticina, e comincia a guardarmi. Io faccio finta di niente e continuo le mie attività. Dopo un minuto, Panci si fa sentire: un miagolio delicato, per non infrangere questo momento di pace. L’accarezzo, ma continuo ad ignorare la sua richiesta. Il miagolio di Panci cresce di intensità.
La prendo in braccio, le indico l’orologio e la porto fuori. Per un po’ di tempo, rimane incantata dai suoni della natura e si distrae. Ma poi ritorna e a quel punto di solito le apro una scatoletta che le piace. Così ronfa contenta, e mi lascia lavorare.
La nostra gattina è sempre di ottimo umore, aperta e gentile con tutti, specie con i bambini. Anche quando dorme, se mi avvicino e l’accarezzo, lei risponde nel sonno con un carezzevole miagolio e inizia a ronfare. E’ bellissima e gode di ottima salute.
Rifletto: la gattina ha sempre detto ciò che aveva da dire. Non si è mai trattenuta o repressa. Quando ha in mente qualcosa (cibo, coccole, di solito) si esprime liberamente. Se ottiene ciò che vuole, ronfa contenta. In caso contrario, cerca un’altra modalità per farsi capire, o un altro modo per rimanere tranquilla.
Comprendo perché Eckhart Tolle considera i gatti suoi maestri. Interagiscono con noi alla pari, non dipendono, non si fanno intimorire o condizionare.
La vita comincia a finire quando non riusciamo più a dire le cose importanti… Molti anni fa, ho sognato dei cavalli neri, imponenti e bellissimi, che correvano giù da un pendio roccioso, fino al villaggio dove io mi trovavo. Dopo una corsa travolgente per le viuzze del paese, con gli abitanti che fuggivano a ripararsi, si avviarono verso una strada a picco sul mare… Nulla poteva fermarli.
Stavo conducendo un gruppo su sogni e metafore. Ottima occasione per riflettere su questo sogno. Che cosa mi aveva colpito? La forza, l’inarrestabilità di quegli animali. La sorpresa nel vedere che, al di là di ogni ragionevole previsione, essi riuscivano a scendere per un dirupo tremendo, senza cadere. Riuscii a cogliere nel sogno un messaggio fondamentale: tu stai tenendo a freno delle forze molto grandi perché hai paura delle conseguenze.
Sentii rinascere dentro di me una rinnovata energia, la stessa che da bambino, a tre anni, mi aveva permesso, in una pausa del Rigoletto, di sfuggire dalle mani di mio padre e correre dal direttore d’orchestra per chiedergli: è difficile fare il direttore? Avevo obbedito ad un impulso generato dalla musica, che mi aveva scosso in tutte le cellule. Un impulso di vita, non di morte, non distruttivo o pericoloso. Non avevo ancora interiorizzato la disciplina che, grazie alla scuola, ci portiamo dietro tutta la vita. Utile in alcune situazioni, nefasta in tutte le altre.
Se guardo indietro il mio percorso terapeutico, emerge sullo sfondo una figura in primissimo piano. John Pierrakos che, dopo avermi ascoltato per cinque minuti, mi dà una sberla sulla stomaco e mi dice: “You are codard. This is your problem”. Fine della terapia.
Centro del bersaglio: codardo, pauroso. Paura di che cosa? Di dire, in certe situazioni, quello che penso davvero. Ogni volta giustificandomi: non è ancora il momento, non capiranno, reagiranno male ecc.
Ho lavorato per anni sul messaggio di Pierrakos. Moltissime cose sono cambiate nella mia vita. Ma ancora oggi il mio rischio, in condizioni di stress, è di ricadere nel vecchio copione.
Nel 1990 ho scritto uno dei libri che, ripubblicato e aggiornato nel 1998, ha avuto una certa diffusione: “Il feedback costruttivo”. Senza esserne pienamente consapevole, affrontavo l’argomento psicologico che mi riguarda più da vicino: come comunicare agli altri i propri bisogni.
Non dire, non dire tutto, trattenersi, rinviare, avere paura di manifestarsi pienamente, dire di sì quando non si è del tutto convinti: è un tema che riguarda solo me?
Certe persone ne sembrano immuni: parlano senza peli sulla lingua. Si fanno strada, ottengono rispetto, ma spesso offendono o feriscono gli altri. Ma questo non è dire le cose, è sgomitare, è usare violenza. E poi, siamo sicuri che dicano davvero le cose importanti?
Se guardiamo in profondità, il problema non è dire o non dire. Ci sono circostanza in cui non dire è senz’altro la cosa migliore. Altre volte, se si vuol essere efficaci, occorre scegliere i tempi giusti, gli argomenti che hanno presa sull’interlocutore. Non basta dire ciò che ci passa per la mente. No, il problema non è dire o non dire o come dire. Il vero problema è la paura.
Se siamo spaventati, la nostra parola non è sincera. Non siamo sinceri nel dire si o no. Non siamo veri e integri neppure con noi stessi. Se siamo spaventati, se ci sentiamo come imputati di fronte ad un tribunale, cercheremo di pensare e dire ciò che può convincere la giuria ad assolverci. La verità passa in secondo piano.
Se siamo spaventati, non siamo in grado di amare: dobbiamo troppo badare a noi stessi per prenderci cura di altri. Se non amiamo, perdiamo contatto dalla corrente vitale che ci attraversa. Perdiamo forze, ci indeboliamo.
Oggi, grazie a tanti aiuti ricevuti, ho compreso più da vicino il problema della paura, da dove viene, perché rimane e ristagna nelle nostre viscere e nel nostro cuore. E come si fa a superarla.
Proprio in questi giorni sto rileggendo Krishnamurti, La ricerca della felicità. Krishnamurti si rivolge ai giovani delle scuole, e più volte parla delle influenze e del condizionamento, a cui tutti siamo esposti, che fa appassire la nostra creatività e capacità di amare. Siamo condizionati ad aver paura, ad essere schiavi di idee non nostre. Siamo condizionati a sentirci inadeguati, insufficienti, in colpa, quindi a non essere noi stessi, ma a cercare di diventare qualcosa d’altro.
Le parole di Krishnamurti sono come la via dell’acqua che scorre. Sono pulite e cristalline, perché libere da ogni soggezione ad autorità: filosofica, politica, religiosa. Ci invitano a diventare consapevoli dei condizionamenti, che non sono solo famigliari, ma attraversano tutta la nostra cultura, nei suoi presupposti più profondi. Ci invitano a riflettere con la nostra testa, a smettere di dipendere e cercare fuori la soluzione.
La vita comincia a finire quando non riusciamo più a dire le cose importanti… Se questo è vero, allora la nostra vita comincia a finire quando siamo ancora molto giovani, spesso già da bambini. Assumiamo un ruolo, un’identità che non è vera identità, ma identificazione, e recitiamo quel ruolo, quel personaggio nel teatro dell’esistenza.
E la nostra anima dove finisce? Dove finisce la nostra forza, vitalità, capacità di amare?
Possiamo risvegliarci da un sogno che non è il nostro? Possiamo vivere in modo pieno, totale, istante per istante, invece che dispiaciuti per il passato e preoccupati per il futuro? Possiamo vivere immersi nel presente, con tutto il nostro essere, in contatto con ciò che c’è, consapevoli della straordinaria bellezza che ci circonda?
Sì, è ovvio che possiamo. Come un gatto può fare il gatto ed essere un gatto, così noi possiamo essere chi veramente siamo: liberi e creatori.
Cominciamo da subito, da un piccolo passo a portata di tutti. Un foglio bianco, una penna: cominciamo a scrivere ciò che non abbiamo detto in questi giorni, e che sarebbe stato importante dire. Manteniamo vigile l’attenzione su questo tema: lasciamo che questa pratica diventi un’abitudine. Al posto della vecchia: di non dire o dire a metà o dire male.
la vita comincia a finire
quando non riusciamo più
a dire le cose importanti
Non lasciato dire
Il partner o un amico sta per dirci qualcosa di importante. Noi lo fermiamo, non adesso, non abbiamo tempo, non vogliamo sentire.
Qualcuno ci rivela un suo sentimento. Forse lo abbiamo ferito, forse lo abbiamo irritato. Non importa, è una sua percezione: noi non ne abbiamo responsabilità.
Qualcuno contesta le nostre ragioni. Ha sicuramente torto.
Timidamente ci viene rivelata una nostra mancanza. Non ci sono mancanze nostre, ma solo proiezioni altrui.
Qualcuno ci parla di un suo bisogno. Il problema è suo, non tocca a noi risolverlo.
Quante volte abbiamo interrotto, squalificato, disprezzato, parole che ci riguardavano? Quante volte abbiamo scoraggiato altri a rivelarci i loro sentimenti, i loro bisogni, i loro vissuti?
Perché lo abbiamo fatto? Davvero ci mancava il tempo di ascoltare? O erano discorsi inutili? O parole false?
Che cosa ci ha indotto a fermare sul nascere o a respingere un’espressione emotiva o un feedback di un’altra persona? Perché non l’abbiamo incoraggiata a dirci tutto ciò che aveva da dire?
A queste domande possiamo trovare tante risposte. Ma se guardiamo in profondità, di solito ce n’è una sola vera: ci siamo comportati così per paura. La paura ci ha fatto reagire in modo da zittire o togliere valore alle parole e ai sentimenti altrui.
Paura di che cosa? Di essere disconfermati nella nostra immagine di persone forti, attente, intelligenti, oneste, generose. Paura di essere messi in discussione, di sentirci rivelare qualche aspetto di noi che non ci piace.
Finché al nostro interno albergano condizioni di amabilità, doverizzazioni, imperativi moralistici, immagini da salvaguardare, non siamo liberi di ascoltare le parole degli altri.
Libere parole rischiano di attivare il nostro tribunale interno. Per essere assolti, per essere scagionati, dobbiamo convincere il tribunale che quelle parole sono false. Se l’altro ha torto, io ho ragione. Temporaneamente il tribunale mi assolve.
Per un po’ smetto di soffrire per sensi di colpa, vergogna o paura. Ciò che rimane è solo un po’ di rabbia o irritazione: gli altri non dovrebbero permettersi di dire o anche solo pensare in questo modo. Che persone poco sensibili o sconsiderate!
La mia immagine è salva. La paura cessa.
Obiettivo sicurezza: raggiunto.
Fino alla prossima occasione (v. file giudizio).
Lacrime non versate
Avvertiamo un nodo alla gola, le lacrime stanno inumidendo i nostri occhi. Avremmo voglia di piangere. Ma ci tratteniamo.
Perché fermiamo l’espressione spontanea del dolore? E’ una reazione automatica: abbiamo imparato a farlo. Perché?
La risposta è sempre la stessa: per paura. Paura di apparire deboli, vulnerabili, indifesi.
In quale mondo può albergare una simile paura? In un luogo in cui si è imparato a non fidarsi degli altri, a considerali pericolosi, pronti ad attaccare anziché a sostenere, aiutare, prendersi cura.
Un luogo arido, dove l’amore e la compassione sono rari come l’acqua nel deserto.
Ogni lacrima non versata chiude il nostro cuore e indurisce il nostro ventre.
Se diventare adulti, nella nostra cultura, significa questo, c’è da stupirsi che molti ragazzi si rifiutino di crescere? (v. file scuola e educazione)
Risate trattenute
Un lieve formicolio allo stomaco, un respiro che improvvisamente si fa veloce e leggero, la gola si apre, i muscoli del viso si distendono e le labbra si spianano: iniziamo a sorridere e il sorriso sta per trasformarsi in una risata. Gli altri intorno a noi hanno visi seri e impassibili. Subito ci ricomponiamo. Abbiamo imparato a farlo.
Perché?
Per paura. Paura di uscire dal branco.
In tal modo, come la famosa rana bollita di Gregory Bateson, giorno per giorno smettiamo di esprimerci in modo libero. Il giudizio degli altri diventa per noi più importante del nostro benessere. Così impariamo ad adeguarci ad un mondo triste, dove gli adulti raramente ridono, e i bambini imparano presto a imitare gli adulti.
Ridere fa bene al cuore e fa bene alle relazioni.
Distende i muscoli del pericardio e crea rapporto tra le persone. Problemi cardiaci e problemi affettivi prolificano in un mondo dove non si ride più.
Riflessione
Parole non dette,
parole non ascoltate,
lacrime non versate,
risate trattenute,
sono tutti semi di infelicità
che riceviamo
e spargiamo intorno a noi.
Esprimersi in modo
diretto e genuino,
lasciando andare la paura,
è il primo atto d’amore
di cui tutti abbiamo bisogno.
Il bisogno di sentirci parte del gruppo
è più forte del bisogno di essere se stessi.