Pensiero dicotomico
Alle origini dei conflitti, del fanatismo e della violenza
Ogni forma di conflitto e di violenza affonda le radici nel pensiero dicotomico
Libertà o eguaglianza? Capitalismo o socialismo? Individualismo o collettivismo? Amore per sé o altruismo?
Realizzazione nel lavoro o dedizione alla famiglia? Divertimento o lavoro?
Salvaguardia dell’ambiente o sviluppo dell’economia?
Islam o cristianesimo? Cristianesimo o buddismo? Religione o ateismo? Fede o ragione? Scienza o religione?
Ragione o emozione? Seguire la mente o seguire il cuore? L’uomo ha una natura buona o malvagia?
Il pensiero dicotomico “o/o”
è all’origine di ogni tipo di conflitto.
Mantenendo la struttura dicotomica, il conflitto non ha soluzione, se non attraverso l’eliminazione o il sacrificio di uno dei due poli. Il sacrificio non può che essere temporaneo.
Quando uno dei due poli è stato compresso per troppo tempo, si carica d’energia, come una molla, finché esplode, recupera il terreno perduto e diventa a sua volta oppressore. Così, se la libertà ha sacrificato per troppo tempo la giustizia, l’esigenza di giustizia prima o poi esplode e mette al bando la libertà (v. enantiodromia).
Così è accaduto durante la rivoluzione francese con Robespierre, Marat, Danton; e poi, durante quella russa, con Lenin, Trotzski e Stalin. In modo analogo, se una persona si è sacrificata troppo alle esigenze degli altri, rinunciando alle proprie, prima o poi la spinta verso la propria realizzazione provocherà una rivoluzione interna, che sfocerà in una rivoluzione esterna attiva (cambiamenti di vita) o passiva (depressione).
Il pensiero dicotomico è
la struttura portante di ogni forma
di violenza ed oppressione.
Esso ha le sue radici nel pensiero infantile. E’ una fase primitiva nello sviluppo del pensiero-linguaggio e come tale produce mappe del mondo estremamente impoverite, non idonee a risolvere difficoltà e problemi complessi. Ciononostante lo ritroviamo spesso a guidare la percezione e le decisioni degli adulti, compresi politici, leader e dirigenti.
Identificazione
Il pensiero dicotomico è alla base dell’identificazione: sono il mio corpo o sono la mia anima? Sono i miei pensieri o sono le mie emozioni? Sono forte o sono debole? Sono affidabile o non sono affidabile? Sono buddista o sono cristiano? Sono religioso o non credo in Dio?
Ogni volta che c’identifichiamo in una parte, l’altra scende nell’ombra, ma dato che in natura nulla si crea e nulla si distrugge, anche queste parti che vivono nell’ombra non possono essere eliminate.
Il pensiero dicotomico è all’origine del giudizio morale: giusto o sbagliato, buono o cattivo, positivo o negativo.
Il giudizio morale porta le persone a schierarsi, a identificarsi in una delle due parti (di solito, quella percepita come buona), ma schierarsi significa considerare l’altro avversario o nemico. Il passo verso la competizione violenta, la lotta o la guerra, è molto breve.
Gandhi, negli ultimi mesi della sua vita, esasperato dalle lotte tra Indù e Mussulmani, dichiarò di essere indù, e nello stesso tempo mussulmano e cristiano. Una triplice bestemmia, che se fosse stata accolta, avrebbe risparmiato la vita e la sofferenza ad innumerevoli persone.
Le superstizioni dei moderni
Secondo il buddismo, Socrate e altre tradizioni filosofiche, l’ignoranza è la radice della sofferenza nevrotica o non necessaria. L’ignoranza non è considerata semplicemente una mancanza di specifiche conoscenze, rimediabile con l’informazione e lo studio. La sua essenza consiste nel credere di conoscere la verità, nel darsi ragione e nell’identificarsi nel proprio punto di vista, pensandolo valido in assoluto.
L’ignoranza produce fanatismo e superstizione.
Il fanatismo impedisce il dialogo, la conversazione amichevole, lo scambio di punti di vista, l’arricchimento reciproco. Esso inesorabilmente conduce al disprezzo e all’odio dell’avversario.
L’ignoranza è superstizione
non riconosciuta.
Noi moderni occidentali non siamo affatto esenti da numerose forme di superstizione, aggravate dalla convinzione di essere la punta più evoluta della storia umana. Così da ritenerci in dovere di esportare ovunque i nostri modelli, per il bene di tutti (capitalismo, tecnologia, grandi opere, cementificazione, deforestazione, distruzione dell’ambiente ecc.).
La tirannia del pensiero “magico”
Alla radice dell’ignoranza e del fanatismo troviamo il pensiero “magico”, un tipo di pensiero proiettivo ed infantile, opposto a quello basato sulla ragione e sulla verifica empirica dei risultati.
Fanatici non sono solo i Talebani, i fondamentalisti islamici o i nuovi crociati cristiani. Lo siamo tutti noi quando, anziché ascoltare e dialogare con l’altro, discutiamo e cerchiamo di imporre la nostra ragione. Anche questi sono semi di violenza che gettiamo nel mondo.
Il pensiero “magico” è un tipo di pensiero, opposto a quello scientifico, non sensorialmente basato, non interessato alla verifica dei fatti, ma proiettivo, autoreferenziale, per sua natura non falsificabile e quindi assoluto e dogmatico. E’ il terreno ideale per coltivare superstizioni, cioè credenze prive di ogni fondamento reale.
Essere convinti che malattie e incidenti possano essere causati da malocchio o fatture è un esempio di pensiero magico facilmente riconoscibile nella nostra cultura, non in altre. Credere che un cattivo pensiero possa cagionare un evento tragico ad un’altra persona e quindi sentirsi in colpa per averlo formulato, è un altro esempio tipico di pensiero infantile (i bambini piccoli non fanno grande differenza fra pensiero e realtà). Pensare di essere nel mirino della CIA, mentre si è solo dei poveri disgraziati, incapaci di nuocere ad una mosca, è un altro esempio di pensiero magico, questa volta di tipo paranoide.
Tutti siamo in grado di comprendere l’inefficacia e la dannosità di questo modo di utilizzare la nostra intelligenza. E’ talmente lampante che noi moderni crediamo di esserne immuni, almeno finché ci riteniamo sani di mente.
Non è così. Ancora oggi siamo intrisi di pensiero magico e non ce ne accorgiamo. Le evidenze esterne però non mancano: il razzismo è una conseguenza, culturalmente riconosciuta e condannata, di questo pensiero; l’incomprensione tra coniugi o tra genitori e figli è un’altra conseguenza, di solito non riconosciuta e soltanto subita per inconsapevolezza.
Ecco un esempio molto comune di superstizione condivisa: il 90% delle persone, compresi molti capi, leader e dirigenti, credono che l’umore e le emozioni siano cagionati da fatti esterni. Molti sono convinti che i loro travagli e i loro sequestri emozionali dipendano da ciò che accade nella loro vita, in particolare da come gli altri si comportano nei loro confronti.
Tu mi fai arrabbiare, tu mi fai paura, tu m’intristisci, oppure mi sento in colpa perché ti ho fatto arrabbiare, ti ho fatto paura, ti ho reso triste, sono frasi alquanto comuni. Esse sono frutto di un pensiero magico.
In realtà nessuno può comportarsi in modo tale da essere la causa diretta delle specifiche emozioni che prova un'altra persona.
Perché? Perché le emozioni non dipendono dagli eventi esterni, ma dal significato che una persona attribuisce loro. Gli Stoici lo affermavano già due millenni fa e il Buddha prima di loro. Con Freud e con la psicologia del novecento questa verità ha assunto dignità scientifica, ma non è ancora entrata pienamente a far parte del senso comune. Vi ha fatto solo una piccola breccia, generando talvolta un’altra superstizione, di segno opposto alla prima (una puntuale applicazione del pensiero dicotomico): le emozioni sono un fatto totalmente interno.
Quindi, se tu sei triste, non può che dipendere da te. Se tuo figlio si droga, se tuo marito si ubriaca, se la tua casa è bruciata, se hai perso il lavoro, ebbene, quello che provi è al 100% responsabilità tua. Così un marito può dire ad una moglie: “Io vado con altre donne ma questo è un affare mio. Se tu stai male è un problema tuo”. Oppure un figlio può dire al padre: “Io mi alzo all’ora che mi pare, anche a mezzogiorno! Se ti preoccupi, è un problema tuo”.
La prima superstizione favorisce relazioni invischiate, basate sul ricatto reciproco; la seconda promuove separazione e individualismo, accompagnati dalla tipica spietatezza di chi pensa: “ognuno per sé”. Entrambe le superstizioni, lungi dall’essere innocue, sono causa di grande sofferenza.
Il pensiero dicotomico
è una tipica espressione di pensiero magico.
Il pensiero dicotomico
è alla base di tutte le ideologie,
e di tutte le convinzioni irrazionali.
Il pensiero dicotomico o manicheo è in gran parte responsabile della prigione cognitivo-emotiva in cui, in misura maggiore o minore, siamo tutti invischiati.
La sfida è liberare il pensiero dai suoi stessi presupposti dicotomici (bianco o nero, giusto o sbagliato, o… o…) che, da strumento d’intelligenza e creatività, lo rendono strumento d’oppressione.
Il cammino verso la pace
Il pensiero dicotomico corrisponde ad una fase di sviluppo cognitivo che il bambino attraversa. Così come impara a strisciare, poi a gattonare e, infine, con fatica, inizia a camminare. Non può fare diversamente. Sono tappe necessarie, che non possono essere saltate.
Il pensiero dicotomico corrisponde alla fase dello strisciare o dell’andare gattoni. Cosa diremmo se vedessimo dirigenti, impiegati, insegnanti, padri o madri di famiglia, segretari di partito, spostarsi per strada strisciando o gattonando? Affideremmo loro l’educazione dei bambini, l’organizzazione del lavoro, la direzione politica del paese?
La democrazia, intesa come lotta tra schieramenti e tra gruppi d’interesse, è una forma raffinata, forse la più evoluta e meno violenta che conosciamo, di capitolazione di fronte alla frequente irruzione del pensiero dicotomico.
Finché le coscienze non si libereranno
dalla facile regressione nel pensiero dicotomico,
la pace è solo una parola vuota.
La violenza è strutturale,
perché è insita nel tipo di pensiero-linguaggio
che crea la nostra realtà.
Nevrosi individuale e collettiva
si rispecchiano reciprocamente.
Nevrosi significa conflitto, identificazione, separatività, non appartenenza, non empatia, non compassione. Porta con sé malattia, cattiveria e stupidità.
La nevrosi, non le persone!
Ideologia specialistica e costruzione della realtà
Perché è interessante cercare i collegamenti tra nevrosi individuale e collettiva? Non sono due fenomeni molto diversi ed incommensurabili?
La nevrosi individuale crea problemi d’adattamento e problemi affettivi e si cura dallo psicoterapeuta. La nevrosi collettiva, ammesso che sia sensato chiamarla così, è il disagio della civiltà di fronte ai problemi della crescita: problemi economici, finanziari, strutturali (povertà, disoccupazione, malasanità, degrado ambientale, ecc.).
Ciascuno faccia il suo mestiere: quindi gli psicologi si occupino dei singoli individui; politici, economisti e scienziati sociali si occupino della collettività e dei suoi problemi. Una società ordinata non è più efficiente di una società caotica dove i ruoli sono confusi, dove i musicisti parlano di etica, i filosofi di musica, i preti di scienza, i comici di politica?
L’ideologia specialistica si fonda sulla separatività. Distinguere, separare in parti sempre più piccole e circoscritte, per poter meglio capire e manipolare la realtà. Se mi occupo di economia, studio le teorie economiche, non certo la filosofia o l’ecologia. Se mi occupo di psicologia, perché interessarmi di storia?
E’ vera comprensione
quella che procede per divisioni
sempre più piccole,
senza riconnetterle
ad una visione d’insieme?
v. la leggenda della storia di Babele,
nel testo d Varanini riportato in Project Manager
Quali soluzioni possiamo trovare attraverso questa forma di pensiero, che ha difficoltà a dialogare e a ibridarsi in modo fecondo con altre forme? E’ questo un pensiero moderno, in linea con le attuali scoperte scientifiche?
E’ compatibile con il pensiero sistemico, la teoria della relatività di Einstein, il principio di indeterminazione di Heisenberg, il principio di complementarità di Bohr, il teorema dell’incompletezza di Godel? O con le scoperte dell’antropologia culturale, le scoperte sul funzionamento della mente come sistema linguistico potenzialmente sempre aperto ed inclusivo di altre menti e linguaggi?
Affrontando un problema come se fosse isolato, decontestualizzandolo, siamo come un calciatore che corre sempre dietro l’ultimo pallone. Manca di visione e strategia.
Ci occupiamo di contenuti, di fenomeni occasionali, di sintomi, non di cause profonde, di strutture portanti. Tentiamo di riparare una crepa con l’intonaco, invece di controllare le fondamenta della casa. Le fondamenta della realtà da noi costruita, le cause profonde dei nostri problemi, individuali e collettivi, vanno cercate nei presupposti: i modi di pensare che non mettiamo mai in discussione.
Il pensiero dicotomico-dogmatico si nasconde spesso nei nostri presupposti, ed è alla radice di moltissimi problemi. Sul suo terreno i semi dell’assolutismo, del fanatismo, delle guerre ideologiche, delle guerre di religione possono prosperare e diffondersi. Sul suo terreno nascono conflitti insanabili e sofferenza senza fine: individuale e collettiva.