Problema e stato problema
1-04-2011
Una distinzione fondamentale
Comprendere la distinzione tra problema e stato problema è un passo fondamentale per procedere nel cammino evolutivo, ed essere allenabili.
Che cosa è un problema? Un problema è una difficoltà che si incontra nella vita: un problema finanziario o di lavoro, un problema relazionale o emotivo. Si parla di problemi in senso comune o psicologico quando, di fronte ad una difficoltà, ci si focalizza sull’aspetto soggettivo-emotivo.
Di per sé, un fatto esterno, che per una persona può essere un problema, per un’altra non lo è. La differenza dipende dai diversi bisogni delle persone. Per qualcuno avere una casa piccola può essere un problema, in quanto ha bisogno di spazio e silenzio per riflettere o per sentirsi a proprio agio. Per qualcun altro, più proiettato sul mondo esterno, una casa piccola può essere addirittura un vantaggio, perché ci sono meno cose alle quali pensare.
Per qualcuno non avere un partner fisso può essere una condizione ideale. Per qualcun altro può essere un incubo.
Secondo Epitteto, non sono mai i fatti esterni a generare la nostra sofferenza, ma l’interpretazione che noi forniamo ad essi.
Ma allora, quale è la differenza tra problema e stato problema?
Problema e stato problema
Un problema è qualcosa che osservo come esterno a me mentre sono in stato di risorsa: un alpinista di fronte ad un passaggio difficile, un musicista di fronte ad una scelta interpretativa, un avvocato di fronte ad una causa complicata. Queste persone possono dedicare tempo ed energia per superare la difficoltà quanto più sono liberi da uno stato problema.
Che cosa è uno stato problema? Uno stato problema è una condizione della mente che rende difficile il suo corretto funzionamento. Uno stato ansioso, uno stato depressivo, uno stato ossessivo, uno stato di paura, uno stato di rabbia, sono esempi di cattivo funzionamento della mente-cervello. L’attenzione si riduce. Si riducono l’intelligenza, la comprensione, l’intuizione, la creatività. Si riducono, in sostanza, le risorse di cui normalmente disponiamo per affrontare le difficoltà.
Confusione
Il principale fattore che ostacola la felicità umana è confondere due cose così diverse, confondere i problemi, che sono parte naturale della vita, con gli stati problema, che sono forme di cattivo funzionamento mentale.
Questa confusione ci fa sprecare un’enorme quantità di tempo ed energia a cercare di risolvere difficoltà che sembrano insormontabili, solo perché cerchiamo di risolverle in uno stato che non è adeguato a ottenere il risultato. Con gli occhi bendati, è molto difficile muoversi in un luogo affollato senza urtare nessuno. Quando siamo in uno stato problema, è come se avessimo occhi e orecchie chiusi, o coperti da filtri che distorcono la realtà in modo più o meno grave.
Non comprendere questo, ci fa sentire impotenti, facendoci precipitare ancora più profondamente in uno stato problema.
Gli stati problema si alimentano da soli
Gli stati problema, infatti, si alimentano da soli. Lo stato di paura mi mette nelle condizioni più adatte per provare paura, così come lo stato di rabbia mi mette nelle condizioni più adatte per arrabbiarmi sempre più. Gli stati problema sono circuiti autoreferenziali. Utilizzano un tipo di pensiero che non sarà mai in grado di risolverli, perché è la causa di se stesso.
La confusione tra problema e stato problema è favorita dal fatto che ogni stato problema è un generatore di problemi. I problemi non sono che sintomi. Ma concentrarsi sui sintomi è parte della nostra mentalità comune, non solo per i problemi psicologici o di salute, ma anche per i problemi collettivi: difficilmente riusciamo a vedere che dietro i problemi della droga, dell’alcol, della sovralimentazione, delle disoccupazione, dell’inquinamento, c’è una radice comune: uno stato problema collettivo, uno stato di coscienza condiviso che ci ha reso anestetizzati e incapaci di vedere la realtà con il cuore aperto e con le nostre risorse umane disponibili.
E allora? Ciò di cui abbiamo bisogno è uscire dallo stato problema, basato su una configurazione del cervello, attivando un’altra configurazione del cervello, che favorisca uno stato di risorsa.
Finché siamo dominati dall’amigdala e dal lobo frontale destro, non riusciremo a superare i nostri stati di rabbia, paura, tristezza o malcontento, perché essi non dipendono da circostanze esterne, alle quali normalmente attribuiamo la causa dei nostri guai (teorie ombrello), ma dal fatto stesso della loro attivazione, al posto della corteccia e del lobo frontale sinistro.
Terapia e counseling
Quando le persone cercano aiuto nella terapia o nel couseling, sono regolarmente preda di stati problema. Ma di solito non ne sono consapevoli. Le hanno provate tutte e hanno ripetutamente fallito. Allora cercano un aiuto esterno perché credono di avere dei problemi così complicati che non riescono a risolvere da soli.
Molte persone, infatti, sono convinte di dover narrare tutti i dettagli della situazione, i particolari della loro vita, le circostanze relazionali, i contesti nei quali sperimentano la loro impotenza e sofferenza. Credono che, trattandosi di problemi, più il terapeuta li conosce in ogni aspetto, meglio sarà in grado di aiutarle.
Ed in effetti, già solo il parlare ad una persona capace di ascoltare con empatia e comprensione, produce un grosso sollievo. Date parole al vostro dolore, affinché il vostro cuore non si spezzi, ci avvisa Shakespeare. Condividere ci toglie dal senso di solitudine, crea quella base sicura che ci fa vedere il mondo con occhi nuovi. Ma allora, serve parlare di quelli che riteniamo nostri problemi, mentre spesso non sono altro che effetti, sintomi di uno stato problema?
Certo che serve, non per la ragione che normalmente crediamo - più analizziamo i problemi più abbiamo probabilità di trovare la soluzione -, ma perché se ne parliamo con qualcuno che si sintonizza con noi, questo favorisce il recupero di uno stato di risorsa, interrompendo il loop distruttivo nel quale eravamo caduti.
Se utilizziamo così l’aiuto che ci può fornire un terapeuta, siamo già sulla buona strada. Sbagliamo invece quando crediamo che lui debba aiutarci a risolvere concreti problemi che siamo noi a generare a partire dai nostri stati.
Un passo ulteriore possiamo compiere se cominciamo a comprendere davvero che cosa è uno stato problema. A quel punto la nostra domanda di terapia sarà diretta SOLO a sciogliere quello, attivando una configurazione di risorsa.
Questo significa che una parte di noi, la nostra parte sana dell’io, inizia a considerare lo stato problema come il VERO PROBLEMA da affrontare. E per affrontarlo non c’è che imparare a sviluppare uno stato di risorsa. Questa è la VERA DOMANDA di TERAPIA.
Quando una terapia giunge a questo punto, essa ha già finito il suo compito principale, in quanto si trasforma in domanda di meditazione: come faccio a meditare, ad aprire il cuore, a vedere la realtà nuda così come è, senza pretendere che sia diversa, ma sapendo che ho dentro di me tutte le risorse necessarie per affrontarla, passo a passo, con serenità e fede positiva?
Stato di coerenza e ricerca organica
Le neuroscienze, con le ricerche sul cervello del cuore, stanno dando un contributo essenziale per comprendere la configurazione neuronale idonea a generare uno stato di risorsa. Oggi, grazie a questi studi, sappiamo che l’apertura del cuore, indicato nelle tradizioni sapienziali, non è una metafora poetica, ma una realtà su basi fisiologiche. E veniamo a sapere che uno stato d’amore, radicato nelle qualità dell’essere, - come l’apprezzamento, la gratitudine, la generosità, la compassione -, è lo stato di risorsa che ci rende pienamente umani, intelligenti, creativi. Uno stato d’amore è uno stato di massima coerenza, in cui è il cervello del cuore a dare le direttive. La mente-cervello si ispira all’anima, la parte di noi che è consapevole della connessione con il tutto.
In uno stato d’amore, ci insegnano Vaugham e Murphy in “Path beyond Ego”, disponiamo di tre fondamentali risorse: deep love, deep empathy, deep ecology. Tutto ciò che ci serve per promuovere relazioni felici con noi stessi, con gli altri, con il mondo, ponendo così fine alla tendenza autodistruttiva che ci sta sempre più caratterizzando come specie.
Dal momento che la scienza è l’unica religione alla quale siamo tutti disposti a credere, queste scoperte sono di fondamentale importanza per liberarci dalle superstizioni meccanicistiche alle quali la modernità ci aveva educato.
Bene, come suggerisce Michael Murphy ne “Il futuro del corpo”, oggi disponiamo, come non mai nella storia, di una massa enorme di informazioni su come l’essere umano può evolvere, trasformarsi, rigenerarsi, guarire nel corpo e nella mente, auto-trascendersi, divinizzarsi. Non sono necessarie nuove particolari ricerche specialistiche, ma piuttosto una ricerca, questa sì, e una progressiva integrazione, mediante validazione crociata, dei filoni principali, delle intuizioni, delle conoscenze essenziali, che sono sparse in differenti rami, discipline, contesti, regioni, luoghi del sapere. Stiamo per assistere ad una riconciliazione, ad un riavvicinamento tra visioni e paradigmi, che tendevano ad autoescludersi, a disconoscersi a vicenda.
Internet sembra la materializzazione di questo sogno: sul web si può trovare quasi tutto. Il problema è: come non perdersi? Prezioso diventa allora il suggerimento di Fromm: occorre disporre di uno schema di riferimento, di una finalità chiara e di un metodo di lavoro, affinché la ricerca possa risultare produttiva anziché dispersiva.
Essenziale, su questa linea, diventa la distinzione tra Ego e Anima, applicabile anche alle conoscenze, al linguaggio, alle procedure di ricerca, alle relazioni tra ricercatori, alla relazione con se stessi.
La via è la menta: solo in uno stato d’amore, come ricercatore, posso lavorare affinché il sogno non si trasformi in un altro incubo, affinché l’ombra non prenda lo spazio della luce, perché l’intenzione luminosa si è corrotta lungo il percorso.
Vigilanza di sé, consapevolezza di sé, lavoro in gruppo, mente di gruppo, stato d’amore o stato meditativo, sono le parole chiave di questa nuova impostazione di ricerca.
ABSTRACT
Nella vita sono innumerevoli le difficoltà cui andiamo incontro.
Tuttavia, la stessa difficoltà può essere affrontata da due prospettive radicalmente diverse:
l’affronto come PROBLEMA se parto da uno stato risorsa, osservandola come esterna a me, come una sfida da vincere, esattamente come fa un alpinista davanti ad una parete difficile, o un avvocato davanti ad una causa complessa.
In questo caso, disporrò di energia, tempo, risorse e creatività e potrò dedicarmi pienamente per superare questa difficoltà.
L’affronto, invece, come STATO PROBLEMA quando la mia mente è in una condizione (es. stati ansiosi, depressivi, di paura o rabbia) che non le permette di funzionare correttamente.
Questo cattivo funzionamento della mente implica necessariamente bassa attenzione, no visione, no risorse, no creatività. Risultati: ridotta intelligenza, comprensione ed intuizione; spreco di tempo, senso di impotenza... insomma, lo stato problema ha in sé i presupposti che generano ed aumentano la mia sofferenza, trascinandomi in un loop distruttivo.
Perché è così comune far CONFUSIONE tra problema e stato problema?
Quando entriamo in uno stato problema, nel nostro cervello si attiva una configurazione neuronale non adeguata a risolvere la difficoltà (amigdala + lobo frontale destro). Questa configurazione, per sua natura, genera stress, paura, rabbia, tristezza, in quanto è deputata alla sopravvivenza fisica; questa configurazione di difesa risale a tempi remoti e, grazie a lei, la specie umana è riuscita a sopravvivere e a svilupparsi.
Le evoluzioni degli ultimi secoli, o meglio decenni (che equivale ad un tempo assolutamente irrisorio ed insignificante rispetto ai tempi evolutivi biologici), hanno permesso all’uomo di crearsi un livello di vita elevatissimo e di non avere più grandi rischi di sopravvivenza da affrontare.
Ma noi, inconsapevolmente, ci ostiniamo ad utilizzare ancora questa stessa configurazione difensiva, mentre ciò che servirebbe in realtà, sarebbe imparare ad utilizzare le parti più recenti che l’evoluzione della specie umana ci sta offrendo: il lobo frontale sinistro ed il centro del cuore.
Se capissimo questa differenza fondamentale, andando in terapia, l’unica domanda che porremmo al terapista sarebbe di insegnarci ad attivare il centro del cuore e a stare in uno stato di risorsa per poter affrontare adeguatamente i problemi della vita.