Scrittura
Come terapeuta ho rivissuto infinite volte la stessa esperienza, con clienti diversi. Ci sono sedute nelle quali la persona ha la possibilità di ottenere un quadro molto chiaro della sua situazione, dell’origine dei suoi problemi, del lavoro compiuto dalle sue parti interne, delle carenze del suo io-governo, e dei modi per superare queste carenze. Tornando la volta successiva, di solito ricorda un decimo del lavoro svolto, spesso trascurando gli insight fondamentali.
Allora le chiedo di prendere appunti e, tra una seduta e l’altra, scrivere una sintesi.
Chi è disponibile a procedere in questo modo, sovente ottiene risultati piuttosto rapidi. Chi non lo fa, allunga inutilmente i tempi.
Questo non vale solo in terapia, ma anche nella formazione, nel counseling o nel coaching.
Gli insight, le intuizioni anche più penetranti, fanno presto a cancellarsi. Milan Kundera, in un suo recente saggio, “Il sipario”, affronta l’argomento dell’oblio: qualcuno ci parla, ci rivela un nostro aspetto importante. Improvvisamente si apre una nuova visione, qualcosa che ci cambierebbe la vita. Ma un attimo dopo, il sipario si chiude.
Ci ricordiamo che abbiamo visto qualcosa di essenziale, ma non ci è più dato di ricordarlo. Come accade con i sogni, finestre sull’inconscio, che al risveglio si chiudono inesorabilmente, salvo eccezioni, o salvo che non li annotiamo subito.
In questo periodo, Carolina sta dedicando molto tempo alla scrittura, all’annotazione dei suoi stati d’animo e moti interiori. Lo fa con molta disciplina, e sta ottenendo cambiamenti veramente notevoli. Nessuna terapia con lei aveva mai funzionato così.
Le ho chiesto di mettere giù le sue riflessioni sull’importanza della scrittura. Eccole.
P.S.: ieri sera ho fatto la stessa domanda a Carlo Virzi che, come allievo di Yogananda, in base agli insegnamenti del maestro, si è sottoposto alla stessa disciplina. Sono in attesa della sua risposta.
Sulla necessità di scrivere
(Carolina Bozzo)
Parafrasando Krishnamurti, se noi desideriamo la felicità, non possiamo pensare di trovarla o costruirla fuori di noi, senza impegnarsi a conoscere noi stessi. Il mondo intorno a noi non è altro che il prodotto del nostro mondo interno, e se siamo meschini, gelosi, vani, avidi, distratti, questo è ciò che creiamo intorno a noi.
Quindi, dobbiamo iniziare da noi stessi. Imparare a seguire i nostri pensieri, che sono molto veloci e quasi subliminali; collegarli ai nostri sentimenti ed emozioni; studiare noi stessi in azione, in tempo reale, nelle relazioni con gli altri.
Suona così semplice, ma è estremamente difficile.
Tuttavia, aggiunge Krishnamurti, solo seguendo questo percorso, e coltivando la disciplina interiore, possiamo trovare la pace.
Per chi comincia a scrivere, la domanda potrebbe essere: da che parte comincio? Che cosa devo scrivere?
Un buon punto di partenza è scrivere un curriculum emozionale. Gli episodi salienti della nostra vita, a cominciare dall’infanzia, che ci hanno emozionato o influenzato di più. Scrivere della relazione con le figure importanti, a cominciare dai genitori. Prendersi il tempo (mesi) per far ritornare a galla i pezzi del nostro puzzle personale.
Scrivere sulle nostre parti interne. Quali sono, come si comportano; quali sono i loro valori, in che cosa credono.
Scrivere sulle relazioni attuali.
Tessere a partire da tanti aspetti differenti, per arrivare a congiungere i fili.
Quando si è impegnati in una trasformazione personale, proprio perché è un percorso così delicato e difficile, occorre darsi il tempo per poter riflettere su se stessi. Talvolta è necessario trovare quel tempo semplificando la propria vita ed alleggerendola da impegni non necessari. Quindi, occorre ispirarsi ed attingere alla saggezza di testi illuminati. Quei testi che, ogni volta, quando siamo preda dei pensieri della piccola mente, hanno il potere di farci spostare nella grande mente.
Così, siamo pronti a partire per il nostro viaggio interiore. La principale attività sarà quella di osservare regolarmente i propri pensieri, comportamenti, emozioni. Riflettere, vedere, comprendere, ci porterà a dimorare sempre più in modo stabile nella grande mente.
Durante tutto questo delicato processo, scrivere è parte essenziale per non perdersi, per mantenere un filo conduttore, per sviluppare un testimone interiore, per imparare a sviluppare un pensiero coerente, una visione, per non dimenticare.
Le persone dicono: Ho capito, mi ricordo. Non ho bisogno di scrivere.
Anche io l’ho detto infinite volte. Ma, a distanza di tempo, ricordo solo che ho detto: mi ricordo, ho capito. Ma ciò che avrei dovuto ricordare e capire, quello, non lo ricordo…
Da alcuni mesi lo sto facendo regolarmente: scrivo; e lo trovo irrinunciabile.
Le vecchie parti mie, quelle che funzionano in me da anni alternandosi al governo, ognuna ha i suoi pensieri ricorrenti, le sue emozioni, la sua visione del mondo, e quindi la sua memoria, i suoi ricordi, legati appunto e abituati a selezionare solo certe esperienze, certi modi di vedere.
Quindi la memoria esiste, certo! E ogni parte di noi ha la sua memoria, abbiamo tante memorie quante sono le nostre parti interne. Ma le parti interne sono come tanti io: spesso non si conoscono e non comunicano tra loro. Quindi, se mettiamo qualcosa in memoria, di quale memoria stiamo parlando? E come faremo a ritrovarla, visto che dimenticheremo in quale cassetto l’abbiamo messa, e, di più, se veramente lo abbiamo fatto?
Per cui, per esempio, se è attiva la parte di me che guarda ai “tradimenti” che “ho ricevuto”, la memoria si attiva sui tradimenti, con quei filtri, quelle emozioni, e ricerca strutture simili in esperienze diverse. Mi verrà in mente una sequenza di “traditori” e di “tradimenti”, e se viene a galla qualche altro ricordo, facilmente prenderà quello stesso sapore. Se, osservando quella parte, imparo a vederla da una posizione meta, a comprendere l’illusione con cui funziona, allora ripulisco sempre di più il mio pensiero, imparo a disidentificarmi. Se prendo appunti su questo insight, avrò una memoria scritta utile per smantellare sempre di più la struttura, che non può crollare in un colpo solo.
Se mi sposto al livello dell’anima, quelle esperienze di tradimento saranno lette in tutt’altro modo. Nascerà in me la compassione in senso buddista, l’empatia, per me e per gli altri. Sentirò pace e il cuore aperto. Più mi alleno a vedere il mondo attraverso l’anima, più esercito questa specifica funzione, più l’anima, come struttura, cresce e si rinforza. Con il tempo mi sarà sempre più facile attivare l’anima, la grande mente che si connette con il tutto, accogliendo e abbracciando ogni cosa, e liberarmi dal dominio della piccola mente, della mente ossessiva, che rimugina senza evolvere, la mente guidata da una piccola visione, la mente delle parti interne, tra loro separate.
E allora avrò sempre meno bisogno di difendermi, di isolarmi, di rimuginare.
Naturalmente, anche la memoria dell’anima, o grande mente, va esercitata: e’ importante scrivere, come testimonianza a se stessi, di ciò che si vive in quello stato (pensieri, emozioni, sentimenti), e poterlo rileggere in seguito.
Se non scrivo, dimenticherò quasi tutto, e riattivare questo prezioso processo di cambiamento in seguito, sarà più faticoso del necessario. Se scrivo, sarà sufficiente leggere, per ritrovarsi con facilità in quella dimensione: una dimensione di pace, in cui la nostra anima ama dimorare.
Lo scritto è irrinunciabile quando il nostro terapeuta, counselor, partner, o amico, ci dice qualcosa di noi che lui vede benissimo, e noi facciamo fatica a vedere. Se non lo segniamo subito, e poi lo rileggiamo, e ci riflettiamo sopra, facilmente il nuovo insight che nasce in noi in seguito a quelle parole, è destinato ad andare nell’oblio, come un piccolo seme che non trova dimora, e avvizzisce. Tanti altri semi dovranno essere sparsi nel terreno prima che qualcosa di stabile ne nasca, se ci comportiamo in modo così superficiale. Ma se scriviamo, resta una testimonianza scritta, e possiamo tornarci sopra per costruire una visione nuova.
Talvolta scopriremo che il pensiero nuovo è così fragile, che dobbiamo interrogare l’altro, e farci ripetere le sue stesse parole, quasi dettandole, per poterle segnare, tanto sono labili nel nostro mondo interno. La nuova consapevolezza che ne può nascere è estremamente instabile, e a noi sembra di aver capito!
Lo scritto mi serve per tessere piano piano un tessuto della mia persona, una mappa geografica, portare ordine nella mia storia, dove ogni parte, ogni comportamento, viene visto, riconosciuto con compassione, e viene messo in connessione con le altre parti, e finalmente esce dall’isolamento. Perché senza questo delicato tessere, le nostre parti continuano a convivere dentro di noi, e ad alternarsi al governo, o ad influenzarlo, rimanendo estranee l’una all’altra, ignorandosi, non comunicando fra di loro. Noi non ne conosciamo l’origine, la loro storia, in che modo agiscono, e ne veniamo agiti, senza avere nessun potere su di loro.
Con la penna posso prendere impegni con me stessa, e a distanza di tempo verificare di averli mantenuti, o in caso contrario, provvedere.
Scrivendo, posso oggi scrivere, e domani rileggere, ritornarci sopra; vedere domani, che mi sveglierò forse con un diverso stato d’animo, che effetto mi farà quello che ho scritto ieri. E sarò sempre io, a rileggere, ma quale io? Il percorso incomincia a diventare interessante, quasi un’avventura… o forse un punto di sostegno, una consolazione, un rifugio, una sorpresa, un’esperienza sottile…
Camogli, 25 novembre 2010
Carolina
PS: pensare, parlare, scrivere, sono attività che comportano un diverso livello di complessità e attivazione delle aree cerebrali.
Il pensiero è rapido, spesso volatile, e in una mente non ordinata, di solito piuttosto incoerente. Penso una cosa adesso, e dopo qualche istante penso l’opposto, ma non è detto neppure che me ne accorga. Oppure, penso, ma in modo incompleto e confuso. Credo di sapere che cosa penso, ma appena provo ad esprimerlo a parole, mi rendo conto che non sono in grado di farlo con chiarezza. Sento una certa cosa, ma non la so esprimere.
La scrittura richiede un ulteriore salto. In primo luogo, come la composizione musicale rispetto all’improvvisazione, facilita una maggiore riflessione e controllo. Si sta più tempo sulla cosa che si vuol comunicare, la si organizza in modo meno estemporaneo, più decifrabile anche a distanza.
La scrittura non è mai una traduzione fedele di un’esperienza, ma una sua ricostruzione, una sua ricreazione, qualcosa di più ordinato che emerge dallo sfondo indifferenziato, dove spesso abita il proliferare dei nostri pensieri, ai quali però tendiamo ad attribuire l’idea di conoscenza.
Ed ecco lo scritto che attendevo da Carlo Virzi. Grazie Carlo!
Un testo fondamentale per Aleph!!!!
Questa è vera PNL: modellare ciò che funziona davvero, non limitandosi a credere alle illusioni e alle pretese dell’Ego: come mai non riesco a cambiare come vorrei? C’é qualcosa di sbagliato nelle tecniche e nei modelli che utilizzo. Altrimenti dovrebbero funzionare. Quindi vado a cercarne degli altri.
Così, per tutta la vita... E si rimane sempre agli stessi punti. L’Ego ha l’alibi che cercava.
Introspezione, spiritualità e scrittura
Paramahansa Yogananda dice:
"Milioni di persone non si analizzano mai.
Mentalmente esse sono prodotti meccanici della fabbrica del loro ambiente, che si preoccupano di colazione, pranzo e cena, che lavorano e dormono e vanno di qua e di là per divertirsi.
Queste persone non sanno che cosa cercano e perché, né perché non riescono mai a realizzare felicità completa e soddisfazione duratura.
Sfuggendo all'autoanalisi, le persone continuano ad essere robot condizionati dal loro ambiente.
La vera autoanalisi è la massima arte del progresso.
Ognuno dovrebbe imparare ad analizzarsi spassionatamente.
Analizzate i vostri pensieri e le vostre aspirazioni giorno per giorno. Scoprite ciò che realmente siete - non quello che immaginate di essere! - se volete diventare ciò che dovreste essere.
La maggior parte delle persone non cambia perché non vede i propri difetti". (da 'L'eterna ricerca dell'uomo' ).
Da anni pratico assiduamente e quotidianamente l'autoanalisi annotando i miei pensieri, comportamenti, emozioni, aspirazioni e propositi. Tale pratica è divenuta un'abitudine a cui non riesco più a fare a meno.
L'autoanalisi ci permette di vedere le cose da una posizione meta, distaccata, diveniamo osservatori di ciò che è accaduto, osservando noi stessi nei vari momenti della giornata, chiedendoci: "Quali inquinanti hanno agito in me? Quali emozioni? Quali qualità dell'essere ho messo in atto? Quali qualità è utile per me praticare? Cosa e come posso migliorare?".
Se questo si fa con atteggiamento distaccato, senza giudizio, è una pratica fantastica, che ci abitua a non identificarci con le nostre debolezze, anzi a essere grati di poterle vedere e cambiare (v. A. Marquier, Usare il cervello del cuore, Amrita), praticando le qualità antidoto.
La nostra coscienza si stacca dall'identificazione con emozioni, pensieri e stati d'animo e si eleva verso il Sé per poter vedere e divenire consapevole di cosa accade. E' una pratica spirituale.
Scrivere diventa un contatto intimo con il proprio Sé, al quale attraverso questa pratica diamo la possibilità di prendersi cura della nostra esistenza.
Si attiva la capacità della mente di auto-osservarsi.
I problemi iniziamo a vederli come opportunità.
Vedendo le disarmonie in noi aumenta la comprensione degli altri. Sentimenti di rabbia e rancore si affievoliscono e trovano sempre meno ragione di esistere. Ciò che ci interessa è cambiare noi stessi.
In uno degli ashram di Yogananda, un monaco andò dal Maestro lamentandosi del comportamento degli altri monaci: "Qui nessuno può darmi l'esempio!" (non gli bastava l'esempio che aveva di fronte!). Il Maestro rispose: "Sii tu l'esempio!". E spesso soleva dire: "Cambiate voi stessi e ne cambierete migliaia".
Grazie all'abitudine ad auto-osservarsi, ogni qual volta c'è una difficoltà da risolvere o sono in uno stato d'animo negativo, la capacità di vedere le cose da una posizione meta si attiva in breve tempo.
L'introspezione oltre a essere pura visione ha anche un aspetto creativo. Dopo aver deciso cosa migliorare, è importante elaborare il come.
Quando ad esempio si vuole sviluppare una qualità dell'anima, Yogananda suggerisce di meditare sulla qualità (simile alla tecnica di Pnl 'generatore di nuove qualità'), scrivere tutti i modi possibili in cui possiamo praticare tale qualità nelle varie situazioni quotidiane e praticare poi ciò che si è deciso. La sera esaminare come è andata e ristabilire la rotta.
Tali insegnamenti per me sono stati una benedizione.
La nostra formazione sin da piccolini non è per nulla incentrata su questo. Possiamo imparare tutto dell'esterno e nulla di noi stessi, del nostro potenziale e della vita interiore.
Con le classi di bambini delle scuole elementari ho provato questo tipo di pratica, e più che una cosa difficile, ho l'impressione che per i bimbi sia una liberazione poter vedere senza paura le proprie difficoltà, soprattutto quando scoprono che non sono difficoltà che appartengono a loro ma al mondo intero, e che trasformandole danno un contributo all'umanità. Ed è una gioia per loro scoprire le forze interiori! Sono come eroi che risvegliano in se stessi!
Siamo abituati a leggere credendo che, una volta letto e compreso intellettualmente il concetto in questione, l'argomento sia assimilato. Così anche in ambito psicologico, filosofico e spirituale, leggiamo e non pratichiamo, perché la lezione intellettualmente l'abbiamo "imparata", e crediamo sia sufficiente. Non siamo per nulla abituati alla pratica. Ho visto persone fare corsi di meditazione, crescita personale, Pnl e spostarsi da uno all'altro per cercare la soluzione ai propri problemi; ma c'è sempre qualcosa che non va.
La soluzione è la pratica di ciò che si è compreso intellettualmente, o che si è sperimentato in un lavoro personale.
La pratica è il nostro atto creativo,
è la nostra parte,
nessuno può farlo per noi.
Quando pratichiamo siamo già fuori dai pensieri e dai comportamenti automatici, quindi dal problema.
Senza questa continuità non è possibile cambiare, perché
se non attiviamo deliberatamente
il cambiamento scelto
(ad esempio una nuova qualità),
ciò che si attiva sono
i pensieri e i comportamenti soliti.
E' come se un pianista volesse cambiare un'abitudine delle sue mani che lo costringe a suonare al 20% delle sue possibilità. Così ascolta il maestro che gli dice come fare e poi non pratica! Intellettualmente ha capito ma le mani sono rimaste tali e quali!
Yogananda dice: "Se la spiritualità e la filosofia non vi cambiano nel quotidiano, non servono a nulla".
Così oltre alla pratica dell'introspezione, quando una lettura o un lavoro fatto a un corso ci hanno toccato è utile chiedersi: "Come posso portare questo nella mia vita?". Annotare le risposte e decidere come metterle in pratica. Agire e poi riflettere nuovamente.
Se non scriviamo è facile che le cose si perdano, mentre scrivendo possiamo più facilmente monitorare cosa accade e rileggendo scopriamo a volte di scrivere delle cose che ci ispirano e che non ricordavamo di aver scritto. Scopriamo di essere maestri di noi stessi.
Nella sua Autobiografia, Yogananda racconta un episodio di quando il suo Maestro Swami Sri Yukteswar ricevette la visita di un celebre studioso:
«... L'ospite si mise a declamare passi del Mahabharata, delle Upanishad e dei Bhasya (commentari) di Shankara, facendo risuonare fin le travi del soffitto.
"Sono in attesa di ascoltarvi!” - Sri Yukteswar aveva un tono interrogativo, come se fino ad allora avesse regnato il silenzio. Il Pandit era sconcertato. "Citazioni ne sono state fatte in sovrabbondanza", proseguì il Maestro, "ma quale commento originale potete fare partendo dall'unicità della vostra esperienza di vita? In che modo queste verità eterne hanno trasformato la vostra natura? Vi basta essere un inutile grammofono che ripete meccanicamente le parole altrui?"» (da "Autobiografia di uno yogi").
Oltre a quanto detto, la scrittura sviluppa la capacità di osservare più in profondità, costringendoti, dovendo scrivere, ad andare a vedere bene cosa hai provato, vissuto, pensato, capito, per poterlo riformulare.
E' una pratica che sviluppa le capacità creative su due fronti: da una parte nel trovare il modo di trascrivere i vissuti, e dall'altra nel trovare soluzioni alle difficoltà, strategie per migliorarsi e modalità di integrare un insegnamento nella propria vita.
Yogananda dice:
"Se leggete per un'ora,
scrivete per due ore".
Carlo