Scuola

 

1.  I mali della scuola sono i mali del mondo in cui viviamo

Quali sono i mali della scuola? Se guardiamo in profondità, e non ci limitiamo ad osservare i sintomi, i mali di fondo della scuola sono gli stessi della società post-moderna in cui viviamo: individualismo, frammentazione delle conoscenze, proliferare dei desideri materiali, disinteresse per il bene comune.

In assenza di una prospettiva futura, molti giovani, incapaci di rinviare la gratificazione, si abbandonano alle vie facili: alcol, droga, sesso, notti in discoteca, disimpegno. Bullismo, razzismo, prepotenza o depressione, fanno da contraltare alla mancanza di senso, di autostima, di progettualità

Un altro grande psicoanalista e filosofo della cultura, Luigi Zoja, integra l’analisi di Galimberti, sottolineando un fenomeno che è sotto gli occhi di tutti: la perdita del prossimo. Nel mondo pre-tecnologico la vicinanza era fondamentale. Ora domina la lontananza, il rapporto mediato e mediatico.

La parola greca che indica il «prossimo» è plesíos, letteralmente: «l’altro che ci sta vicino», ovvero la persona che senti, che vedi, che puoi toccare. Il doppio comandamento su cui si è retta per millenni la civiltà ebraico-cristiana, – ama Dio e ama il prossimo come te stesso –, è diventato difficile da rispettare. Non solo perché per la maggioranza delle persone, come ha annunciato di Nietzsche, “Dio è morto”, ma anche perché, con l’ampliarsi delle dimensioni del mondo, è sempre più problematico sapere chi è davvero il nostro «prossimo».

La capacità di immedesimarsi nell’altro, l’empatia, appare ora al tramonto mentre proprio i nuovi mezzi tecnologici rendono sempre più stretto il mondo stesso, avvicinandoci le immagini della sofferenza, portandole ogni giorno nelle nostre case.

Questo nel primo mondo. Nel terzo mondo, anche dove il cibo scarseggia, la televisione satellitare è onnipresente, con le sue immagini di felicità, provenienti da altri luoghi dove tutto è facile, ci sono tanti soldi, si può accedere a qualsiasi bene.

Viviamo in un'epoca dominata da quelle che Spinoza chiamava le 'passioni tristi': un senso pervasivo di impotenza e incertezza che ci porta a rinchiuderci in noi stessi, a vivere il mondo come una minaccia, alla quale bisogna rispondere 'armando' i nostri figli.

Il futuro non è più percepito come promessa, ma come minaccia. Da ciò la crisi: la psiche è sana quando è aperta al futuro.

Alle cupe previsioni si risponde sempre più con una brutalità che identifica la libertà come dominio di sé, del proprio ambiente, degli altri. Tutto deve servire a qualcosa e questo utilitarismo si riverbera sui giovani e li plasma.

Quando il futuro chiude le sue porte, si spegne ogni iniziativa, scemano le energie vitali, si svuotano le speranze, dominano la demotivazione e l’impotenza. La crisi attacca i fondamenti stessi della nostra civiltà. Sono crollate la visione ottimistica del mondo, la convinzione che la storia dell’umanità è una storia di progresso e di salvezza.

Per la prima volta la generazione attuale sa di avere davanti un futuro in cui la situazione presente è destinata a peggiorare.

Inquinamenti, disuguaglianze sociali, disastri economici, nuove malattie, esplosioni di violenza, intolleranze e razzismo, radicamento di egoismi, speculazioni selvagge, pratica abituale della guerra hanno fatto precipitare il mondo in una “casualità senza direzione e orientamento”.

2.  La perdita del futuro

Venuta meno la promessa di un futuro, genitori e insegnanti hanno sempre più difficoltà ad indicare la strada. La perdita di autorità, il rapporto paritario, hanno lasciato i giovani soli di fronte alle loro pulsioni e alle loro ansie.

“Va da sé”, dice Galimberti, “che se il disagio non è del singolo individuo, l’origine non è psicologica ma culturale. Perciò inefficaci appaiono i rimedi elaborati dalla nostra cultura, sia nella versione religiosa, perché Dio è davvero morto, sia nella versione illuminista, perché non sembra che la ragione sia oggi il regolatore del rapporto tra gli uomini”.


La ragione che guida il mondo oggi è solo “ragione strumentale”, che garantisce il progresso tecnico, ma non certo un ampliamento di senso, che, anzi, contribuisce a distruggere.

In quanto parziale, diretta sempre verso uno scopo, la ragione strumentale è solo una maschera della ragione autentica: la facoltà umana che ci consente di contemplare il mondo da un luogo di equanimità e di saggezza, prima di agire. Equanimità e saggezza che la cultura occidentale, e prima di lei altre culture, hanno in qualche raro momento potuto elicitare attraverso il dialogo.



3.  Il recupero del dialogo e del senso di unità

Il dialogo, secondo il filosofo e teologo Raimon Panikkar, è lo strumento fondamentale della filosofia, in quanto esso soltanto consente agli interlocutori di diventare consapevoli dei loro miti, pregiudizi, premesse epistemologiche e superare le barriere cognitive, emotive e culturali che li dividono. E’ attraverso il dialogo – tra persone, punti di vista, modelli culturali, discipline –, che possiamo riallacciare i fili sparsi del sapere, ricucire vecchie ferite e recuperare una visione d’insieme, una visione ecologica, che metta al centro i valori intrinseci dell’uomo, – che ci uniscono –, anziché gli interessi di parte, economici, politici, finanziari, – che ci dividono.

Di tale pratica abbiamo oggi massimamente bisogno, pratica che può avvenire solo tra persone che si rendano disponibili ad imparare le une dalle altre. Persone che considerano gli interlocutori un “prossimo” da rispettare ed amare, e il futuro un luogo vivibile da costruire insieme.

Introduzione progetto 2010


di Mauro Scardovelli

In mancanza di valori condivisi, in mancanza di un senso di appartenenza che dia significato alla vita, la scuola sembra aver perso la capacità di educare, e si limita, quando ci riesce, ad istruire

Umberto Galimberti, in un recente libro, ha dato un nome al disagio giovanile: “l’ospite inquietante”, il nichilismo.

La pubblicità e la propaganda commerciale non risparmia ormai nessuna regione della terra. I più giovani si lasciano ammaliare e cercano in ogni modo di assumere uno stile di vita che assomigli al nostro: distacco dalla natura, perdita dei valori di appartenenza e solidarietà, individualismo, avidità, proliferazione di desideri materiali, dipendenze da fumo, alcol, droghe, eccesso di cibo.


Gli psichiatri Miguel Benasayag e Gérard Schmit in una recente indagine hanno analizzato le ricadute del nichilismo sulla condizione giovanile. Essi si sono accorti che, per gran parte delle persone esaminate, le sofferenze non avevano una vera e propria origine psicologica, ma “riflettevano la tristezza diffusa che caratterizza la nostra società contemporanea, percorsa da un sentimento permanente di insicurezza e di precarietà”.

Del dialogo abbiamo bisogno a tutti i livelli. Ma è un’abitudine che va sviluppata il prima possibile: cioè a partire dalla scuola primaria e secondaria. In modo che diventi una seconda natura, in grado di contenere e indirizzare, in senso costruttivo il desiderio di conoscere il mondo e gli altri, non per competere e dominarli, ma per partecipare e cooperare ad un progetto comune, che riporti armonia e pace sulla terra.



4.  Ubuntu scuola: dialogo, empatia, intelligenza emotiva, recupero del senso di connessione e appartenenza

Premessa del dialogo è l’amicizia, o almeno la disponibilità a diventare amici. Essenza dell’amicizia è la comprensione reciproca, in primo luogo a livello empatico, emotivo. La scuola fino ad oggi è stata molto carente nel promuovere questa forma di intelligenza, riconosciuta oggi come forma specifica di intelligenza.

Il progetto “Ubuntu scuola” di Aleph PNL umanistica, ha come finalità creare un contesto dove i ragazzi possano sperimentare forme di comunicazione che facilitano lo sviluppo dell’empatia, dell’intelligenza emotiva, del dialogo e del senso di condivisione profonda. E’ su queste basi relazionali, basate sulla fiducia reciproca e sulla cooperazione, che l’apprendimento di nuove conoscenze e discipline diventa un prezioso alimento che favorisce la crescita non solo cognitiva o professionale, ma in primo luogo personale.

Così, imparando a conoscere il mondo, s’impara ciò che è più importante: conoscere se stessi.


Interessantissimo e fondamentale video sulla scuola nella società occidentale.

(18.03.2011)