Molti studenti oggi sono in difficoltà: hanno paura del futuro, non si sentono all’altezza, si rinchiudono in se stessi, mettono in atto comportamenti disfunzionali. In realtà non comprendono il significato di ciò che stanno facendo, non comprendono che cosa vuol dire educare la propria mente, acquisire consapevolezza, padronanza di sé.
Non ne hanno neppure il sospetto.
Non comprendono in che modo la scuola li stia preparando alla vita. Sono disorientati, non hanno modelli credibili a cui riferirsi. E allora si lasciano andare al disimpegno, alle vie facili del piacere immediato (fumo, alcol, droga, notti in discoteca, conformismo di gruppo ecc.), come sollievo temporaneo da un’oppressione che si fa sempre più soffocante (v. Galimberti, L’ospite inquietante).
Con questi comportamenti i giovani ci stanno dicendo che il mondo che abbiamo contribuito a creare, spietato e competitivo, non soddisfa alle esigenze umane più elementari: il bisogno di sicurezza, il bisogno di sentirsi parte di qualcosa di più grande, di avere un progetto, una visione che orienti e dia significato.
La scuola e l’università non sono attrezzate per rispondere alle domande fondamentali dei giovani di oggi. Esse in gran parte si limitano, quando ci riescono, a preparare gli studenti ad adattarsi ad un sistema economico e sociale in continua decadenza, perché la sua crescita non è ecologica, ma cancerogena.
Perché studiare discipline diverse?
Perché non limitarsi a studiare ed approfondire la propria disciplina? Perché in Aleph consideriamo essenziale stimolare tutte le persone che vogliono migliorare la propria vita ed aiutare gli altri (non solo i trainer e i counselor) ad occuparsi di politica, di economia, di storia, di filosofia, di storia delle religioni, di arte, di musica, di teatro, di film, di sport, di medicina, di letteratura? Occuparsene non per dovere, come si faceva a scuola, ma per piacere, per il piacere di conoscere il mondo in cui viviamo?
In che modo ampliare la nostra conoscenza può aumentare la nostra felicità, farci vivere meglio, in modo più consapevole e più soddisfacente?
Non è sufficiente per questo concentrarsi sulla psicologia, sulla PNL, sull’analisi transazionale, sulle costellazioni famigliari, andando a rimuovere gli ostacoli emotivi alla nostra realizzazione? Non è sufficiente fare terapia, formazione, cambiare alimentazione, praticare meditazione, rilassamento e attività fisica?
Perché dover acquisire tante informazioni che non hanno nessuna conseguenza pratica sul modo in cui respiriamo, mangiamo, ci relazioniamo con noi stessi e con gli altri? Insomma, a che ci serve? Al liceo non abbiamo già studiato storia e filosofia? Ci hanno aiutato a vivere meglio?
No, non ci hanno aiutato. Anzi, spesso ci hanno appesantito. Abbiamo assunto un nuovo fardello, da cui il naturale oblio ci ha presto liberato.
Perché diventare più colti? Per essere in grado di rispondere ad eventuali domande? Per superare degli esami? Per ottenere titoli?
Lo studio nella logica dell’avere
Che cosa significa studiare? Che cosa significa conoscere?
Nel mondo dominato dalla filosofia dell’avere, studiare significa accumulare informazioni, così come si può accumulare denaro. Per crearsi un capitale culturale, spendibile al momento opportuno per procurarsi dei vantaggi.
Questo tipo di studio ci può facilitare nel nostro cammino personale? Può aiutarci a sviluppare le qualità dell’essere e ad eliminare gli inquinanti? In breve, ci rende persone migliori, più aperte, compassionevoli, empatiche, comprensive, oneste?
È sufficiente frequentare certi istituti universitari o altri luoghi dove si pratica in modo sistematico lo studio e la ricerca per renderci conto che non c’è alcuna connessione tra conoscenza acquisita e crescita personale. Possiamo diventare maestri riconosciuti in discipline come la filosofia, la storia, la musica, il diritto, la psicologia o la medicina, e rimanere persone egocentriche, avide e permalose.
Sul muro di una scuola qualcuno ha scritto: chi studia fa male anche a te, fallo smettere. Lo studio visto come il fumo: studiare intossica. E’ solo una stupidaggine pensata da qualche ragazzo pigro e svogliato? Non credo. Certo, passare tutte le notti in discoteca e drogarsi è peggio. Ciondolare senza far nulla, pure. Ma passare ore e ore sui libri (attività peraltro quasi del tutto desueta) non necessariamente produce risultati utili. Potrebbe farci ammalare. Lo stesso vale per l’attività fisica. Dipende da come la si pratica.
La via è la meta
Se lo studio non è accompagnato da piacere, intossica e distrugge la mente. La divide in frammenti, la consegna alle pratiche autoritarie e repressive, che poi ci accompagnano per tutta la vita.
Studiare per dovere è come
mangiare per obbligo
quando non si ha fame.
Si perde il gusto, il contatto con il cibo, sia esso materiale o spirituale. Si finisce per odiare ciò che si mangia.
La via è la meta. Esplorare il mondo è parte della nostra natura. Ampliare le nostre conoscenze è espressione del movimento esplorativo. Come tale si accompagna a piacere e gioia. Il piacere di ampliare la visione, di comprendere meglio ciò che succede dentro e intorno a noi.
Perché continuare a studiare?
Allora, perché continuare a leggere, ad informarsi, a conoscere nuove discipline, nuovi punti di vista?
In PNL e in analisi transazionale, abbiamo constatato che la qualità della nostra vita dipende dalle convinzioni e dalle decisioni, spesso assunte nell’infanzia, da cui ci lasciamo guidare anche da adulti. Convinzioni disfunzionali o distruttive creano un copione di vita che ci espone ad una continua sofferenza nevrotica.
Liberiamoci da tali convinzioni e vivremo sereni! E’ così?
Le persone che hanno fatto tanta terapia vivono davvero nell’amore e nella gioia? Se così fosse, gli psicologi e gli psicoterapeuti dovrebbero essere avvolti da un alone di luce. Sarebbe sufficiente star loro vicino per sentirsi meglio, per essere irradiati da serenità e saggezza.
Effettivamente alcuni di loro, molto pochi, sembrano funzionare così. Assagioli, negli ultimi tempi della sua vita, era un uomo radiante, un maestro. Ma la psicologia era stata solo una parte del suo lavoro.
Il lavoro psicologico è utile e necessario, ma non sufficiente. Serve ad eliminare i fardelli più grossi, quelli emotivi inabilitanti, ma non ci rende ancora liberi dai condizionamenti culturali.
Studiare è come viaggiare
Ecco una buona ragione per studiare ed ampliare la propria conoscenza: imparare ad assumere diversi punti di vista, sapersi spostare da una posizione percettiva ad un’altra; non credere più che la mappa sia il territorio; non crederlo più nei fatti e nei comportamenti; non ricadere nella tirannia del pensiero dicotomico o manicheo; assumere una posizione meta, senza identificarsi, senza esserne dominati, smettendo così di combattere per difendere la propria posizione, l’unica ritenuta valida.
Studiare diventa allora come viaggiare. Viaggiare è il modo più antico per scoprire i presupposti riduttivi nei quali ci troviamo immersi e intrappolati. Esporsi ad altre culture crea in noi delle dissonanze, perché esse sono accordate su una tonalità diversa dalla nostra. Percepire le dissonanze diventa il modo per scoprire la nostra tonalità, non darla più per scontata e non considerarla l’unica possibile.
Oggi, però, anche viaggiare non ha più l’impatto di una volta. Il mondo intero si sta omologando rapidamente alla nostra cultura consumistica, dominata dall’economia capitalistica di mercato, ove tutto, ma proprio tutto, si trasforma in merce di scambio, compresa la filosofia, l’arte e la musica. Occorre sapere come viaggiare, che cosa cercare, come guardare. E’ inutile lasciarsi trasportare come una valigia.
Lo stesso vale per lo studio. Occorre saper cercare. Occorre avere una meta, uno schema di riferimento, un sistema di valori, che sia parte di una missione condivisa da un sangha o una comunità di amici. Quindi avere delle domande guidate da uno scopo superiore. Senza domande, senza scopo, non c’è vero apprendimento.
E’ questo scopo che la scuola non insegna!
La scuola fa parte del sistema e lo rispecchia nei suoi presupposti alienanti. Ne costituisce il primo anello, dopo la famiglia. La scuola moderna serve sempre meno ad educare, a formare una persona completa, un cittadino responsabile e interessato alla comunità in cui vive, bensì programma gli allievi, quando ci riesce, a costruirsi una professione ed un lavoro per entrare nel ciclo produttivo (le famose tre “i”: inglese, informatica, impresa).
Ecco quindi che diventa molto difficile, per un giovane, comprendere perché mai occuparsi di storia, di filosofia, di arte. Per fare il venditore, l’assicuratore o il commerciante, serve conoscere Socrate o Raffaello?
Studio
A che serve realmente?
Perché impegnarsi?
In che modo educa?
In che modo può diventare un piacere anziché una fatica?
Domenica 6 dicembre, ore 6,30. Mi è capitato in mano un libretto (Conoscenza e libertà) di cui non ricordavo più il contenuto, pur avendolo scritto io. Ne riporto alcune pagine che possono stimolare una riflessione non convenzionale sul tema, a partire da una critica del mito dello specialismo oggi imperante.