Liberazione dalla schiavitù emotiva: i tre stadi


sentirsi responsabili dei sentimenti altrui
occuparsi solo dei propri bisogni
occuparsi dei propri bisogni e avere empatia e rispetto per i bisogni degli altri
 

Da Marshall Rosemberg, Le parole sono finestre


Nel percorso verso la liberazione emotiva, la maggior parte di noi sembra passare attraverso tre stadi relativi ai modi in cui ci relazioniamo agli altri.

Stadio 1: in questo stadio, al quale mi riferisco come alla schiavitù emotiva, riteniamo di essere responsabili dei sentimenti altrui. Pensiamo di doverci adoperare continuamente per far sì che tutti siano felici. Se questi non sembrano esserlo, ci sentiamo responsabili e obbligati a fare qualcosa al riguardo. Questo ci può facilmente portare a vedere come dei “fardelli” le persone che ci sono più vicine.

Prendersi la responsabilità dei sentimenti altrui può essere molto deleterio nelle relazioni più strette.

Ascolto abitualmente delle variazioni sul tema seguente: “Ho davvero paura di avere una relazione. Ogni volta che vedo che la mia partner è addolorata o ha bisogno di qualcosa, mi sento sopraffatto. Mi sembra di essere in prigione, mi sento soffocato - e devo scappare dalla relazione il più velocemente possibile”. Questa reazione è comune a chi vive l’amore come la negazione dei propri bisogni allo scopo di poter avere cura dei bisogni della persona amata.

Di solito, all’inizio di una relazione, le parti di una coppia interagiscono in modo gioioso ed empatico grazie al senso di libertà che provano. La relazione è stimolante, spontanea, meravigliosa. In seguito, però, quando la relazione diventa “seria”, una parte potrebbe cominciare ad assumersi la responsabilità dei sentimenti dell’altra parte.

Se fossi quella parte di una coppia che è consapevole di comportarsi in questo modo, potrei descrivere la situazione spiegando: “Non riesco a sopportare di perdere me stesso in una relazione. Quando vedo il dolore della mia compagna, perdo me stesso, e allora devo scappare.”

Tuttavia, se non ho raggiunto un simile livello di consapevolezza, probabilmente darò alla mia compagna la colpa del deterioramento della relazione. Così dirò: “la mia compagna è così dipendente e appiccicosa che sta davvero logorando la nostra relazione.” In tal caso, ella farebbe bene a rifiutare il concetto che vi sia qualcosa di sbagliato nei suoi bisogni. Se accettasse quella colpa, peggiorerebbe una situazione già grave. Invece, la mia compagna potrebbe offrire una risposta empatica per affrontare il dolore della mia schiavitù emotiva:

“Così, ti trovi nel panico. Ti è molto difficile trattenere l’amore e il profondo affetto che avevamo senza trasformarlo in una responsabilità, in un dovere, in un obbligo... Ti sembra che la tua libertà stia cessando perché pensi che ti dovrai occupare in continuazione di me?”

Se, tuttavia, invece di darmi una risposta empatica, lei dicesse: “Ti senti nervoso perché ho avanzato troppe pretese nei tuoi confronti?” allora probabilmente entrambi rimarremmo intrappolati in una schiavitù emotiva, rendendo improbabile che la relazione possa sopravvivere.


In termini di PNL, lo stadio 1 corrisponde al metaprogramma centratura esterna: tengo conto dei bisogni degli altri, ma non dei miei. Nella bilancia strutturale, mi trovo nell’ala sinistra, dove abita la subpersonalità depressa. Per appartenere, per ottenere affetto, sono pronto a sacrificare me stesso, la mia identità. La subpersonalità depressa si alimenta di sensi di colpa, inadeguatezza, insufficienza. Io non vado mai abbastanza bene. Posso ricevere amore solo a condizione che soddisfi i bisogni altrui (spinta = compiaci).  L’ala destra, abitata dalla subepersonalità narcisista, rimane nell’ombra. La rabbia che cova in quell’area viene tenuta a bada dalla maschera della compiacenza. Di tanto in tanto, la rabbia viene espressa mediante equivalenti aggressivi.


Stadio 2: in questo stadio, ci rendiamo conto di quanto sia costoso assumersi la responsabilità dei sentimenti altrui e di cercare di aggiustare le cose a nostre spese. Quando ci accorgiamo di quanto ci siamo persi nella vita e di quanto poco abbiamo risposto ai richiami della nostra anima, potremmo arrabbiarci. Mi riferisco scherzosamente a questo stadio come allo stadio scontroso perché, quando ci troviamo di fronte al dolore di un’altra persona, tendiamo a fare commenti scontrosi quali “È un problema tuo! Non sono responsabile dei tuoi sentimenti!” Ci è chiaro quello di cui non siamo responsabili, ma dobbiamo ancora imparare ad essere responsabili verso gli altri in un modo che non sia emotivamente schiavizzante.

Mentre abbandoniamo lo stadio della schiavitù emotiva, potremmo continuare a portarci appresso delle reminescenze di paura e di senso di colpa per il fatto di avere dei bisogni personali.

Perciò, non sorprende che finiamo per esprimere questi bisogni in modi che suonano rigidi ed ostinati alle orecchie altrui.

Ad esempio, in uno dei miei seminari, durante una pausa, una giovane donna espresse gratitudine per le delucidazioni che aveva ottenuto relativamente al proprio stato di schiavitù emotiva. Quando riprendemmo il seminario, proposi un’attività al gruppo. La stessa donna allora dichiarò con enfasi “Preferirei fare qualcos’ altro.” Percepii che in tal modo ella stava esercitando il diritto, appena scoperto, di esprimere i suoi bisogni - anche se essi si contrapponevano a quelli degli altri.

Per incoraggiarla a scoprire che cosa voleva fare, le chiesi “Vuoi fare qualcos’ altro anche se ciò è in conflitto con i miei bisogni?” Lei pensò per un attimo, poi balbettò “Si... cioè... voglio dire, no.” La sua confusione rifletteva il fatto che, nello stadio scontroso, dobbiamo ancora afferrare il concetto che la liberazione emotiva comporta molto di più della semplice affermazione dei nostri bisogni.


Mi viene in mente un episodio accaduto durante il passaggio di mia figlia Maria alla liberazione emotiva. Maria era sempre stata la “ragazzina modello” che negava i propri bisogni per conformarsi ai desideri degli altri. Quando mi resi conto della frequenza con cui sopprimeva i propri desideri per far piacere agli altri, le parlai di come mi sarebbe piaciuto che lei esprimesse più spesso i propri bisogni. La prima volta che toccammo l’argomento, Maria si mise a piangere. “Ma, papà, non voglio deludere nessuno!” protestò, confusa. Cercai di mostrare a Maria che la sua onestà sarebbe stata un dono più prezioso per le altre persone che non il suo adattarsi sempre alle loro esigenze per impedire che si offendessero. Le illustrai anche alcuni modi in cui avrebbe potuto dare empatia alle persone quando erano turbate, senza prendersi la responsabilità dei loro sentimenti.

Poco tempo dopo, ebbi una prova del fatto che mia figlia aveva iniziato ad esprimere i suoi bisogni più apertamente. Mi arrivò una telefonata dal preside della sua scuola, apparentemente preoccupato per uno scambio di parole che aveva avuto con Maria, la quale era arrivata a scuola indossando una tuta da lavoro. “Maria” le aveva detto “le ragazzine non si vestono in questo modo.” Al che Maria aveva risposto “Va a quel paese!” Sentire questo fu per me motivo di festa: Maria si era diplomata: dalla schiavitù emotiva allo stadio scontroso! Stava imparando ad esprimere i propri bisogni e si assumeva il rischio di affrontare la delusione degli altri. Certamente, doveva ancora imparare ad affermare i propri bisogni senza difficoltà ed in un modo che rispettasse i bisogni altrui, ma avevo fiducia che col tempo anche questo sarebbe accaduto.


Lo stadio 2 corrisponde al metaprogramma centratura interna: esprimo e faccio valere i miei bisogni, ma non tengo in considerazione quelli altrui. Nella bilancia strutturale corrisponde all’ala destra, quella narcisista. Il narcisista si occupa solo di sé, gli altri sono oggetti da sfruttare. Al suo interno cova la rabbia per le umiliazioni ricevute. La parte depressa, però, non scompare. rimanendo nell’ombra, si esprime facendo emergere sensi di colpa, inadeguatezza, nullità. A queste sensazioni il narcisista risponde con rabbia e aggressività. Da qui deriva l’insensibilità nei confronti degli altri, la propensione a ferirli nei loro sentimenti, la tendenza a sfruttarli.

Il passaggio dallo stadio 1 allo stadio 2, liberatorio per la persona, è visto come un peggioramento del carattere da parte degli altri. Prima si sentivano accuditi, accolti, rispettati. Ora si sentono offesi e respinti. Tendono quindi a reagire per riportare la situazione come era prima, spingendo l’altra persona a ritornare allo stadio depressivo, più comodo da gestire.


Stadio 3: nel terzo stadio, la liberazione emotiva, rispondiamo ai bisogni degli altri per empatia, non per paura, per senso di colpa o per vergogna. Le nostre azioni, pertanto, generano soddisfazione sia in noi che in coloro che ricevono i nostri doni. Accettiamo la piena responsabilità delle nostre azioni ed intenzioni, ma non accettiamo la responsabilità dei sentimenti altrui. In questo stadio, siamo consapevoli del fatto che non potremo mai soddisfare i nostri bisogni a spese di altre persone. La liberazione emotiva comporta l’affermare chiaramente di che cosa abbiamo bisogno, in un modo che comunica che siamo altrettanto interessati alla soddisfazione dei bisogni degli altri quanto lo siamo a quella dei nostri. La CNV si propone di supportarci nell’interagire a questo livello.


Nello stadio 3, il metaprogramma centratura trova il suo equilibrio: non più centratura esterna o interna, ma centratura interna/esterna simultaneamente. Mi ascolto, tengo conto dei miei bisogni, ma nello stesso tempo ascolto e tengo conto dei bisogni altrui. Esco dalla struttura del giudizio, della colpa, dei doveri, dell’accusa e della pretesa, e mi riconnetto con l’anima, che vuole il mio bene e insieme il bene degli altri.

Non pratico più gli inquinanti della mente, che nascono dalla separatività e dal giudizio (orgoglio, lamentele, pretese, accuse, disprezzo, ecc.), ma vivo guidato dalle qualità dell’essere (empatia, compassione, amorevole gentilezza, equanimità, umiltà ecc.). Gli ordini dell’amore interno sono così rispettati. L’anima dà le direttive all’io-governo, che è in grado di guidare le emozioni. Il cocchiere è al suo posto e sa guidare il cavallo. L’anima recupera il suo ruolo di padrone del carro.

Lo stadio 3, di cui parla Rosemberg, presuppone un cambio di struttura nel carattere della persona, una vera rivoluzione. Una rivoluzione spirituale.

Non si tratta di un cambiamento da poco, ma di una trasformazione radicale. Da una parte essa sembra piuttosto semplice da capire, e anche da realizzare, perché corrisponde alla nostra vera natura. Si tratta in fondo solo di completare il percorso di sviluppo che come esseri umani siamo tenuti a compiere per definirci tali. Dall’altra, è un passo estremamente difficile, perché ad esso si oppongono tutte le abitudini consolidate, riassumibili nel concetto di Ego e di corpo di dolore.

Le indicazioni di Rosemberg sono preziose, perché non accennano mai a concetti come nevrosi, malattia, terapia, che facilmente inducono a portare attenzione ad un passato che non possiamo cambiare. Esse offrono una guida chiara per risolvere, nel qui ed ora, il problema umano fondamentale: la schiavitù emotiva, una forma di dipendenza dalla quale possiamo liberarci a piccoli passi, osservando il modo in cui ci rapportiamo ai bisogni e ai sentimenti nostri e altrui,  e imparando a trovare vie efficaci che li soddisfino e li rispettino entrambi.

Praticando ogni giorno gli insegnamenti di Rosemberg, possiamo uscire dalla  struttura depressiva e da quella narcisista, tenute in vita dal giudizio, che ci separa dalla nostra anima. Come? Sostituendo al giudizio l’empatia profonda per noi stessi e per gli altri, che è la via autentica per conoscerci, conoscere gli altri, e diventare capaci di amare.