Ero ancora un ragazzo quando insieme ad alcuni amici scalai per la prima volta il Gran Combin. Una parete di roccia e ghiaccio di settecento metri, l’anticima a 4.100 metri
e poi la vetta a 4330 metri.
Al ritorno assistetti ad una sciagura: due alpinisti morirono precipitando lungo la parete.
Questo evento mi segnò per sempre. Da una parte avevo assistito alla bellezza straordinaria, all’incanto assoluto di forme, luci e colori di un’alba che si rifletteva nella solitudine e nel silenzio dei ripidi ghiacci della parete, e colorava di rosa le cime d’intorno,
In un solo fotogramma, avevo assistito alla grandezza e alla piccolezza, alla forza e alla debolezza di noi esseri umani.
Ancora oggi, dopo più di quarant’anni, con alcuni amici vado in montagna. La mia forza è diminuita, ma non il mio desiderio di partecipare ad una scalata e alle emozioni che suscita in me.
Da quando ero piccolo, avevo un’altra passione: la musica. Musica e montagna hanno segnato profondamente tutto il mio percorso. C’è un filo che, nella mia esperienza, unisce la grande montagna e la grande musica. E con il tempo ho scoperto che questo filo è il cammino spirituale. Sia per diventare musicisti, che per diventare alpinisti, occorre passione, dedizione, impegno, sacrificio. Si può salire verso l’alto, ma non si può farlo senza faticare, senza metterci amore, senza avere il cuore al di là degli ostacoli. In ogni momento, smettere, scendere, è più facile che salire. Ma se abbiamo percorso anche una sola volta una cresta in alta quota, se abbiamo salito lungo uno spigolo aereo, se ci siamo avventurati su una grande parete, circondati dal silenzio, in un luogo di luce e colori dove il tempo sembra fermarsi, non possiamo più dimenticare.
Magari non torneremo mai più lassù, ma un pezzo della nostra anima sarà rimasto là ad aspettarci.
Lo stesso vale per il percorso spirituale. Se abbiamo assaporato la gioia dell’essere, senza causa e senza condizioni, non possiamo più dimenticare. Una parte di noi rimarrà là ad aspettarci.
Molte persone, sempre di più, sentono un vuoto al loro interno. Se avessero la pazienza di ascoltarsi davvero, capirebbero che quel vuoto non è cagionato dagli eventi e dai fatti della vita. E’ un vuoto esistenziale. Non ha cause esterne, ma solo interne. E’ il vuoto che si genera quando l’anima si ritira. La sofferenza che si prova è un segnale molto importante, che se sappiamo interpretare, ci indica la via.
Noi esseri umani siamo molto diversi uno dall’altro. Ad alcuni piace la montagna, ad altri no. Lo stesso vale per i tipi di musica, di lavoro, di ambiente.
Ma tutti abbiamo in dotazione quattro arti, e tutti siamo costruiti con la capacita di stare eretti. Allo stesso modo, tutti siamo dotati di un potenziale spirituale che va coltivato e sviluppato. Tutti possiamo sperimentare la gioia dell’essere, perché quella è la vera natura della mente non condizionata. Liberarsi dai condizionamenti costa fatica e sforzo, come per apprendere a suonare o a scalare. Ma è un passaggio necessario se vogliamo sviluppare la nostra capacità di amare e di essere felici.
dal Monte Rosa al Cervino al Monte Bianco. Dall’altra, in età ancora tenera, ero stato travolto dall’implacabilità della natura e del destino, che in un attimo può trasformare l’estasi in una tragedia.