Ananda
 

1 gennaio, 2009: riflessioni di capodanno a cura di Mauro Scardovelli

Ananda, beatitudine, gioia dell’essere, del puro essere, adesso, nel qui ed ora, qualunque cosa accade, senza cause, senza condizioni.

Come nel fondo del mare, l’acqua rimane ferma e calma, anche quando la superficie è agitata, così è Ananda.

Ananda è sempre con noi, con il nostro corpo, negli organi e nelle cellule, nel profondo della nostra mente. Se guardiamo in profondità, se scendiamo strato dopo strato, è sempre lì ad aspettarci.

Dietro ogni forma di sofferenza, disagio, irritazione, rabbia, frustrazione, possiamo imparare a ricontattare ananda, gioia dell’essere, senza causa, senza condizioni.


Se attraverso il rilassamento e la pratica del respiro consapevole percorriamo questo sentiero, ogni giorno diventa più facile raggiungere quel luogo dove rabbia e disperazione non possono penetrare, dove le tenebre lasciano il posto alla luce. E diventa naturale sviluppare fiducia e serenità di fondo, in qualunque situazione.

Non conosco risorsa più grande di questa.

Quando il respiro si fa lento e tranquillo, quando il corpo si rilassa, quando la mente comincia a farsi silenziosa, il nostro cuore si apre, e sperimentiamo Ananda.

Su questa base possiamo affrontare i problemi

della vita in stato di risorsa e salute,

anziché di fragilità e debolezza.

Abitudini disfunzionali.

Abbiamo un problema con una persona. Cominciamo a focalizzare lì l’attenzione. Con il passare del tempo, senza rendercene conto, diventiamo preda della mente ripetitiva. Qualunque cosa facciamo, la mente ritorna sempre lì: quel pensiero non ci abbandona più, non riusciamo a liberarcene. La sofferenza che proviamo ci spinge a trovare in fretta una soluzione. Unico risultato è un incremento nella proliferazione di pensieri inutili e fastidiosi. Se sulla base di questi iniziamo ad agire, le nostre azioni si rivelano dannose e improduttive. 

Perché? Perché è nella natura della mente ripetitiva cercare una soluzione con i suoi mezzi. La mente ripetitiva, rettiliana o automatica, funziona bene per mantenere ferme e ben allenate le abitudini. Ma non è attrezzata per far fronte a problemi nuovi. E’ come utilizzare una mazza per aggiustare un orologio, o cercare di mangiare la minestra con un martello.

Non può funzionare.

Da dove nasce un problema? Da insufficiente visione, da una definizione errata della realtà. Se vogliamo aprire una porta, e prendiamo la chiave sbagliata, è assai probabile che incontriamo serie difficoltà. Se ci affidiamo alla mente ripetitiva, lei prende il compito alla lettera, e ci mette tutto il suo impegno.

L’unica cosa che non sa fare è di dirci: cerca la chiave giusta.

Guai se prende la direzione della nostra vita. E’ un esecutore, non un dirigente. Se si butta su una strada sbagliata, è nostro compito disattivare il programma o provocare l’uscita forzata.

Di che cosa abbiamo bisogno per risolvere un problema? Di ampliare la visione, di allargare la mappa, di sviluppare creatività. Proprio le cose che la mente ripetitiva, il computer mentale, sa fare di meno.

La mente ripetitiva non è stupida in sé. Di fronte ad un pericolo immediato di ordine fisico, la mente automatica è l’unica in grado di affrontarlo adeguatamente, con velocità e precisione. La mente conscia, in confronto, funziona come un bradipo.

Nel suo settore di competenza, la mente automatica è molto intelligente. Ma si tratta di un’intelligenza locale, settoriale, inconscia, automatica, in grado di funzionare ad altissima velocità per superare difficoltà già note, e del tutto incapace di produrre novità. Quindi per definizione, un’intelligenza adatta a mantenere o ad aggravare i problemi nuovi, non a risolverli.


E allora? Affidarsi alla mente ripetitiva in tali casi è abbastanza folle. Sotto la spinta dell’urgenza, siamo tentati di affidare a lei proprio quelle difficoltà che lei non è assolutamente in grado di trattare.



La fretta è cattiva consigliera.

Pascal diceva che la maggior parte dei problemi umani non sorgerebbero neppure se avessimo la capacità di sederci un’ora in silenzio, prima di agire.


La soluzione di un problema nuovo e complesso richiede tempo. Occorre affidarlo non agli automatismi, ma alla saggezza della nostra mente profonda. Che significa mente profonda? Significa mente non condizionata dalla reattività e dalle abitudini acquisite. Quindi in primo luogo una mente non condizionata dalla mente ripetitiva ed automatica.


Un problema nuovo non significa che si è creato adesso. Può essere sorto anche quarant’anni fa. Ma si ripresenta continuamente, si rinnova, ci fa precipitare ogni volta in un sequestro emozionale, e in questo senso è nuovo rispetto agli schemi abitudinari che fino ad oggi abbiamo adottato. Che significa? Che le soluzioni disponibili non erano e non sono adeguate. Occorrono nuove soluzioni.

La mente ripetitiva deve lasciare il passo

alla mente profonda, alla mente in grado

di generare soluzioni nuove.

La prima cosa è mollare l’urgenza. Occorre sapersi fermare. E’ l’urgenza che mette in moto la mente ripetitiva. Ove c’è sentore di pericolo immediato, lei si attiva. E’ nella sua natura. Qui il pericolo non è immediato. Solo la sofferenza che sperimentiamo lo fa apparire così ai nostri occhi.

Con un atto di volontà e di leadership, lasciamo il problema dove è. Rilassiamo il corpo e il respiro. Osserviamo in profondità: ananda è sempre lì ad aspettarci. Quando la raggiungiamo, il nostro cuore si apre. E con il cuore si apre la visione. Da un buio cunicolo usciamo alla luce: è lì che i nostri occhi possono cominciare a vedere la realtà. Riposiamo in questo luogo, nutriamoci di ananda. Lasciamo che il nostro corpo fisico possa trovare pieno ristoro. E quando ci sentiamo proprio bene, richiamiamo il problema che ci affliggeva. Come appare adesso? Da una montagna che ci opprimeva, si è trasformato in qualcosa che siamo in grado affrontare.

Quando viene meno l’urgenza, quando finalmente riposiamo in ananda, disponiamo di un’intelligenza e una creatività infinitamente più grande: non ci sentiamo più separati, esclusi, in pericolo (Ego), ma connessi, collegati, al sicuro (Anima). Qualunque sia la situazione.



Anziché ripiegati su noi stessi, siamo aperti alle persone e al mondo esterno.

Ci riconnettiamo al flusso della vita, al flusso della comunicazione con tutto ciò che ci circonda: alberi, animali, il cielo, le nuvole, le piante, gli altri esseri umani.

Comprendiamo a livello profondo che non siamo gli unici a soffrire per quel particolare problema. Comprendiamo che altri prima di noi lo hanno superato. E nella misura in cui non ci sentiamo speciali e isolati nel dolore, acquistiamo forza e fiducia nelle nostre risorse.

Ci viene spontaneo chiedere aiuto alle persone giuste, a quelle che hanno l’esperienza necessaria ad aiutarci. Non ci rivolgiamo più alle persone sbagliate, o addirittura a quelle che sono particolarmente abili nel condurci a peggiorare la situazione.


Smettiamo di cercare l’acqua dove non c’è, e muoviamoci per trovare la fonte che ci può dissetare.  E comprendiamo che per riempire il nostro otre, occorre togliere il coperchio. Neppure le cascate del Niagara sarebbero in grado di riempirlo se lo teniamo chiuso.

Ananda, beatitudine, gioia dell’essere non è una specie di droga, un’illusione a cui ricorrere quando non sappiamo dove sbattere la testa. Ananda, beatitudine, gioia dell’essere è una naturale conseguenza di dimorare nel luogo giusto della nostra coscienza.

Giusto per che cosa? Per disporre delle nostre risorse, e quindi uscire dal tunnel della sofferenza.


La natura, nel corso dell’evoluzione, ci ha guidato attraverso due mezzi didattici: le emozioni positive, quando siamo sulla strada corretta, e quelle negative, quando siamo in pericolo.

La persona con un problema nevrotico è effettivamente in pericolo: si sta autodistruggendo e per questo sta male. Mangia in modo schifoso, o fa diete ossessive; dorme da cani; si stressa per un nonnulla; fatica sul lavoro; non ne imbrocca una; si fa male in continuazione; non si sente compresa; si sente sola, abbandonata, rifiutata, debole e indifesa. E la sofferenza indica proprio questo: sei sulla strada sbagliata. Non stai vedendo le cose nel modo corretto.

La sofferenza è un segnale molto importante, necessario alla nostra sopravvivenza.

La gioia dell’essere è un altro segnale: il segnale che ci indica che siamo nel luogo giusto. Che ci siamo tolti dai pasticci e dai pericoli. Che disponiamo della corretta visione: non siamo piccoli, isolati, impotenti, fragili, soli, abbandonati, rifiutati, in pericolo; ma siamo parte di un’intelligenza più grande che ci attraversa e alla quale possiamo affidarci in qualunque momento per risentirci a casa.


Grazie a questa intelligenza, scopriamo che quando ci sentiamo rifiutati, siamo noi a rifiutare; quando ci sentiamo abbandonati, siamo noi che scappiamo e abbandoniamo; quando ci sentiamo traditi, siamo noi a tradire.

Il mondo esterno ci fa solo da specchio. Se dimoriamo nella mente condizionata, diventiamo miopi, e scambiamo lo specchio per la realtà. Crediamo che sia il mondo a rifiutarci, che sia lo specchio a respingerci, ad allontanarsi, mentre lo specchio si limita a riflettere ciò che facciamo noi. 

E significa riacquistare il potere personale, le proprie capacità, le proprie risorse, ed in primo luogo la capacità di amare e provare piacere. In una parola, dimorare nella nostra anima.

Anziché dibattere sull’esistenza di un Dio fuori di noi, “lo scopo primario della civiltà indiana è stato sempre quello di fornire una disciplina, pratica e psicologica, affinché l’uomo realizzi in questa vita la sua intrinseca divinità e perfezione.

Il contributo essenziale di questa civiltà al mondo è stata la scoperta di quel Sé – interno all’uomo, ma radicalmente distinto dalle emozioni, dalle sensazioni e dai pensieri che costituiscono il suo ego – che è identico alla suprema energia dell’universo.

Raggiungere il Sé significa conquistare beatitudine, felicità inattaccabile, serena equanimità...” (Gloria Germani, Tiziano terzani: la rivoluzione dentro di noi, Longanesi, p. 38).


Segue una meditazione guidata su Ananda, beatitudine, per favorire il contatto con il vero sé.

In tal modo non ci limitiamo a superare i problemi particolari, ma impariamo a lasciar andare gli attaccamenti e le illusioni che li generano. Non dobbiamo più occuparci di ogni singolo albero. Prendendoci cura del terreno, le piante riprendono naturalmente a crescere forti e rigogliose.

Come il sole sopra le nuvole, non smette mai di brillare,

così è Ananda, gioia dell’essere.

Ogni volta che entriamo in contatto con il nostro vero essere, sperimentiamo ananda. E’ un fatto naturale: se immergiamo una mano nell’acqua, la mano si bagna. Non c’è una volta in cui si bagna e una volta in cui rimane asciutta: si bagna sempre, perché è nella natura dell’acqua provocare questo effetto. Così è per ananda: se ci immergiamo nell’essere, sperimentiamo gioia incondizionata. Tutto il resto appare secondario.


Non è che il resto scompaia, che i nostri problemi si dissolvano nel nulla, ma perdono urgenza, pregnanza, monopolio sul nostro sentire.

Perché? Perché la natura profonda del nostro essere è di calma, serenità, amore, gioia, senso di unità. Non è una credenza, ma un fatto sperimentabile.

Vedere la natura dello specchio significa rientrare nella realtà, sciogliere la grande illusione, uscire dalla psicosi collettiva che abbiamo generato allo scopo di indebolirci e renderci succubi e impotenti, pronti a servire le élite e i prepotenti di turno, i tiranni e i despoti interni ed esterni (tutti espressione dell’Ego individuale e collettivo).