Ramesh S. Balsekar
Voci correlate: Dualismo, Kabat Zinn, Kaushik, Mente funzionale, Metamodello 2, Raphael
maggio 2011
Un organismo fisico è molto più complesso di qualunque organizzazione politica o finanziaria, eppure funziona con un minimo controllo da parte della coscienza. Le circonvoluzioni cerebrali e i fasci nervosi sono più complessi di qualunque computer, eppure li usiamo senza sapere neppure come. Ai primordi della storia indossammo abiti, costruimmo utensili, e imparammo a parlare e a pensare.
Scrive Lancelot White: “Il pensiero è un prodotto dell’insuccesso. Se un’azione produce risultati soddisfacenti, non restano residui che richiamino la nostra attenzione. Pensare equivale ad ammettere che qualcosa non va, e che dobbiamo fermarci per esaminarlo. Solo quando l’organismo non ottiene una risposta adeguata alla situazione c’è materiale per il processo del pensiero”.
Solo quando mi accorgo di non essere felice, solo allora nasce il pensiero: “Come posso fare per essere felice?”.
Da questo pensiero ha inizio la sofferenza. Divenire ansiosi (cioè cominciare a pensare alla propria infelicità, a preoccuparsi ecc.) equivale a disperdere energia. Molto meglio scorrere con la situazione senza stress, seguendo il consiglio di Gesù di non preoccuparci per il domani, e di guadagnarci il pane con il sudore della fronte.
Questi temi si ritrovano in tutta la letteratura spirituale: “Lo avrai quando non lo desidererai”, e “A ognuno che ha sarà dato”. Per coloro che sentono di non avere, è un irritante paradosso. Se volete disperatamente sopravvivere e controllare gli eventi, non riuscirete ad assumere con sincerità l’atteggiamento di non preoccuparvi.
Tentare di fermare la preoccupazione è l’ennesimo sforzo per tenere le cose sotto controllo. Concedetevi la libertà di preoccuparvi, lasciate che la mente pensi a quello che vuole.
Così ritorniamo al testimoniare. Non potete fermare volontariamente la preoccupazione. Più cercate di fermarla, più vi troverete coinvolti.
Allora, come fare? Semplice: quando una preoccupazione si presenta, lasciate che si presenti. Testimoniare una preoccupazione al suo apparire salva dagli ulteriori coinvolgimenti. Pensiamo che, dato che la preoccupazione causa tensione, non dovremmo essere preoccupati. Ma non possiamo evitarlo.
La preoccupazione svanisce solo attraverso la comprensione che il cambiamento è la natura stessa della vita, che non possiamo evitare ciò che non ci piace né trattenere a forza quello che ci piace.
Dobbiamo essere preparati ad accettare le cose che possono essere inaccettabili (cioè, che non ci piacciono, che vorremmo evitare). Questa è l’unica comprensione che può indebolire e forse annullare la preoccupazione. Ma non potete smettere di preoccuparvi solo perché l’avete deciso.
Sintesi. Solo accettando le cose così come sono, compreso il fatto di essere preoccupati, ci mettiamo nelle condizioni migliori per cambiarle. Solo accettando la preoccupazione, solo non preoccupandomi di essere preoccupato, divenendo testimone della mia preoccupazione, smetto di portarle attenzione ed energia, e alla fine la preoccupazione svanisce da sola, perché la vita è cambiamento. Ogni cosa che ha un inizio, ha una fine. La preoccupazione arriva come un’onda. Io la osservo in modo equanime; la preoccupazione, come è arrivata, se ne va. Al contrario, se quando arriva l’onda della preoccupazione, mi dico: no, no la voglio, non dovrebbe esserci, inizio a combattere la preoccupazione con un’altra preoccupazione. Gli fornisco l’energia dell’attenzione preoccupata e la preoccupazione cresce sempre più.
Preoccupazione per la preoccupazione, paura della paura. Questa è la via per procurarsi attacchi di panico.
In altri termini, quando percepisco la preoccupazione senza reagirvi, ma limitandomi ad osservarla, come posso osservare una nuvola in cielo, rimango nel qui ed ora, nel fiume della vita, dove ogni cosa scorre, compresa la preoccupazione. Nel fiume della vita sono nella configurazione della mente funzionale: mi limito ad osservare, ed è tutto ciò che serve in questo caso. Le rette azioni sorgeranno in modo spontaneo. Ad esempio: prenderò una pausa per fare tre profondi respiri e rilassare il ventre. Ma tutto questo avviene da solo, non ho neppure bisogno di pensarlo. La mente funzionale agisce in modo automatico ed è pertanto efficacissima (come è efficace la digestione o la circolazione del sangue, purché non la disturbi con il pensiero preoccupato).
Quando invece reagisco alla preoccupazione attraverso la mente concettuale – dicendomi, ad esempio, non dovrei essere preoccupato, oppure, come posso smettere di preoccuparmi – questo mi fa uscire dal fiume della vita e cadere nella pozza della nevrosi. Inizio a dialogare con me stesso in modo non costruttivo. In tal modo interferisco con la mente funzionale, mettendola fuori gioco.
Voler controllare la mente, o i sensi, significa che un individuo vuole esercitare il controllo per i propri scopi. C’è ancora un ‘io’ che vuole qualcosa, che agisce in vista di uno scopo.
La mente concettuale è scopo. Non vive nel qui ed ora, ma pensa al futuro sulla base del passato. La mente concettuale è complicata, richiede un grade sforzo perché non è automatica. Richiede uno sforzo di attenzione cosciente. Quindi è anche molto lenta.
La mente funzionale è automatica, e quindi è velocissima ed efficace. Corrisponde alla mente inconscia nella concezione di Milton Erickson.
Il modellamento delle persone più creative in diversi campi, ha mostrato che esse condividono tutte una medesima configurazione mentale: quella della mente funzionale o mente inconscia. Esse non hanno l’impressione di essere loro ad agire, ma che l’azione avviene da sola. Sono totalmente concentrate nel qui ed ora, senza pensieri che le distraggano. Il tempo scorre, e loro non fanno fatica.
Con l’illuminazione, cessano tutti i desideri?
I desideri non smettono di presentarsi. I desideri sorgono, i sensi sono attratti dai loro oggetti, ma non c’è il coinvolgimento di un ‘io’.
Spesso, a chi segue un cammino spirituale, viene detto: “Per unirti a Siva devi controllare te stesso, devi controllare i sensi”. Così cerchi di controllare i sensi, e diventi nevrotico. Con la nascita della comprensione, si accetta che i sensi vengano attratti dai loro oggetti. Non costituiscono un impedimento. L’unione tra sensi e oggetti è semplicemente testimoniata.
Senso di colpa e responsabilità
Giustizia punitiva e giustizia riparativa
Un sincero cercatore chiese a Ramana Maharshi: “Sono affascinato dal
seno della mia vicina. Ho paura di commettere adulterio. Che cosa posso
fare?”.
Ramana Maharshi rispose: “I sensi e il corpo ti tentano e tu li confondi con il tuo sé. In primo luogo, chiediti chi è tentato e se c’è qualcuno che tenta. Se poi avviene un adulterio, non stare a ripensarci, perché in te stesso sei sempre puro. Non sei il colpevole”.
Ciò significa che la colpa non è l’atto. Il problema è che ci pensi su e
attribuisci la colpa al tuo sé.
Il vero peccato non è l’azione, ma l’assunzione della colpa. Ricorda che queste parole furono rivolte a un cercatore profondamente preoccupato dalla possibilità di commettere un peccato.
Non valgono per un non ricercatore, che non ha il diritto di pensare:
”Ramana Maharshi dice che la colpa non è mia, quindi tutto è lecito”.
Un jnani può commettere adulterio?
Non sarebbe un jnani che lo commette. Ha luogo un’azione, che avrà le
sue conseguenze. Se ha luogo un adulterio, il punto, ormai irrilevante, è
che quell’azione può portare determinate conseguenze che l’organismo dovrà subire, poiché l’azione è accaduta attraverso questo particolare organismo. La comprensione gli impedirà di assumere personalmente la colpa, e accetterà le conseguenze per il suo organismo corpo-mente, quali che siano.
Un santo di nome Kamile viveva in un eremo. Una ragazza del luogo rimase incinta e, richiesta di rivelare il nome del padre, disse: “Il padre è Kamile”. I parenti portarono il neonato da Kamile e dissero: “È tuo figlio. Allevalo tu”. Kamile disse: “Va bene”, e allevò il bambino. In seguito la ragazza si pentì. Lei e i suoi genitori andarono da Kamile e dissero: “Ci siamo sbagliati, ci dispiace. Il bambino è nostro, ti preghiamo di restituircelo”. Kamile disse: “Va bene”.
Un atto ha conseguenze, ma le conseguenze possono non ricadere sulla persona attraverso cui l’atto è avvenuto. Se, ad esempio, gettiamo una sigaretta accesa dall’auto in corsa, può prendere fuoco un’intera foresta con conseguenze disastrose. Ma il responsabile è ormai a cento chilometri di distanza. Le conseguenze della sua azione non ricadono su di lui. Ricadono su altri innocenti. Tutto ciò fa parte del funzionamento della Totalità. Il punto è che assumere la colpa su di sé significa supporre un agente personale dell’azione, mentre nella vita spontanea e virtuosa il problema del merito e della colpa non si pone neppure. Tutto è semplicemente testimoniato. Il punto è che un essere umano non è un’entità a sé stante: è un’infinitesima parte della totalità della manifestazione.
Per noi occidentali, intrisi di morale autoritaria, in cui dominano il senso di un io separato, il senso di colpa, il giudizio, divino o umano, e la giustizia punitiva, una concezione come quella sopra illustrata appare immorale, illogica o priva di significato. Sembra infatti che l’etica naturale, per cui a determinate cause seguono determinati effetti, senza che ciò comporti il modello della colpa, sia una forma di abdicazione dal senso di responsabilità.
Per comprendere il punto di vista qui espresso, occorre vederlo con maggiore profondità, collegato al contesto nel quale viene espresso.
Ramana Maharshi era un maestro che ha dedicato tutta la vita alla comprensione del sé e allo sviluppo delle qualità del cuore. Lo stesso Maharshi, come in origine fece il Buddha, si sta rivolgendo a ricercatori spirituali. Le sue parole presuppongono la dedizione alla verità e la piena responsabilità dei ricercatori. Esse non sono valide, avverte lo stesso Ramana, per l’uomo della strada, per colui che immediatamente le tradurrebbe nella regola: tutto è lecito, segui ciò che ti fa più piacere, senza preoccuparti delle conseguenze.
No, qui Ramana si rivolge a persone che dedicano la loro vita alla ricerca, come ha fatto lui. La responsabilità di tali persone è fuori discussione.
E allora, nei termini ai quali noi siamo abituati, tradotte in un linguaggio a noi comprensibile, come possono suonare queste parole? Provo a tradurle. L’adulterio è un peccato, perché fa soffrire chi lo subisce (il marito o la moglie). Ma il fatto di provare senso di colpa da parte di chi lo commette, non toglie la sofferenza del coniuge, al contrario, ne aggiunge dell’altra. Che cosa toglie la sofferenza, o la riduce al massimo? Non la giustizia punitiva, della quale il senso di colpa è elemento inscindibile, ma la giustizia riparativa: accetta le conseguenze del tuo atto, riconoscilo, ripara come puoi alla sofferenza prodotta, ma senza aggiungervi quella, nevrotica, del senso di colpa. La colpa crea altra sofferenza perché presuppone che tu sia l’autore dell’adulterio. Cioè che tu sia un io separato. Ma non è così. L’adulterio viene da lontano, viene dal rapporto disturbato tra il maschile e il femminile, viene dall’educazione che hai ricevuto, dagli esempi che hanno indirizzato la tua mente. Le cause dell’adulterio, come tutte le cause, sono infinite. Inutile cercare la causa vera, perché non c’è. C’è un movimento della coscienza umana che porta a commettere atti simili, e altri assai peggiori. Ma non sei tu a compierli. Questi atti avvengono attraverso di te. Anche il senso di colpa, se lo provi, fa parte di quegli atti che avvengono attraverso di te. Tu sei come una barca. Galleggi sul mare. Le onde ti muovono e ti possono rovesciare. Tu puoi osservare le onde e la tua barca, ma non puoi impedire ad un’onda immensa di rovesciarti. Osserva tutto questo con compassione, per te e per gli altri, e il tuo cuore rimane puro, innocente, anche se, attraverso di te, la storia, il destino umano, produce della sofferenza. Rimani aperto e compassionevole, senza aggiungere sofferenza alla sofferenza. Accettando le conseguenze e rimediando per quello che puoi.
L’Anima della vittima di un’ingiustizia non ha bisogno che il colpevole venga punito. La richiesta della punizione viene dall’Ego, ed è conseguenza della sua visione separativa e giudicante: buoni/cattivi; giusti/ingiusti ecc. L’Anima sofferente di una vittima ha bisogno di una cosa diversa: e cioé che il suo dolore venga visto fino in fondo. Da chi? Da chi ha svolto il ruolo di persecutore. Solo quando il persecutore mostra pienamente il dolore che prova per l’atto che ha compiuto, per la sofferenza che ha provocato, la vittima può sentirsi in pace. E in pace può sentirsi l’Anima del persecutore, perché ha preso su di sé la responsabilità del suo atto.
Il modello delle costellazioni di Hellinger e il modello della comunicazione non violenta di Rosemberg, giungono alla medesima conclusione. Non su base teorica, ma su base empirica ed esperenziale. Questa concezione è diventata parte essenziale delle tecniche trasformative Aleph.
Se si procede all’interno di questa cornice, il karma connesso ad una cattiva azione viene bruciato. In caso contrario, ci si apre ad una catena infinita di azioni e reazioni che accrescono il karma negativo e alimentano il male nel mondo.
L’uomo cerca disperatamente sicurezza riguardo al suo futuro. Non è mai felice, anche se ha tutto ciò che il cuore desidera. Ha un futuro davanti, e l’esperienza del passato gli insegna che il cambiamento è la natura stessa della vita e che non esiste una sicurezza durevole. Eppure, nonostante le migliori intenzioni, non può fare a meno di cercare di afferrare il fuoco fatuo che chiama ‘sicurezza’.
L’aspetto tragico di questa situazione è che ha paura di godersela. Ha paura di essere felice, perché sa che non può durare.
La vera comprensione porta con sé un’indicibile, gioiosa accettazione del del fatto che la vita non è una pozza stagnante, ma acqua corrente che non si può imprigionare in un secchio. Quando si comprende il momento presente come il meraviglioso momento eterno, non legato al tempo, c’è la libertà di godere tutto ciò che esso porta con sé.
L’uomo cerca sicurezza anche attraverso le regole della morale sociale. Obbedisce alle norme per appartenere, per sentirsi al sicuro, protetto dal timore del giudizio altrui. Ma la morale sociale è cristallizzazione in regole di casi particolari, che si pretende diventino universali. Non c’è nulla di universale. Ogni caso è diverso perché diverse sono le persone implicate. La stessa azione assume significati completamente differenti a seconda di chi la compie. Omnia munda mundis, dice padre Cristoforo a Renzo e Lucia.
Il pensiero astratto è proprio della mente concettuale, che a differenza della mente funzionale, non vive nel qui ed ora. Vive nel passato che proietta nel futuro. Nella mente concettuale mettono radici il giudizio, il senso di colpa, il senso del peccato, il dovere, la giustizia punitiva. Nella mente funzionale, che vive nel qui ed ora, non c’è spazio per queste ed altre categorie, perché è connessa con la realtà così come è, vive immersa nel fiume della vita, e non si presta ad essere concettualizzata, ma solo osservata.
La sfiducia nella naturale propensione dell’uomo ad amare, a donare se stesso, ad essere compassionevole, è all’origine di ogni morale autoritaria, che non ha mai creato persone migliori, ma solo più infelici e nevrotiche. Più propense a nascondere ciò che fanno, a mentire, a manipolare l’altro. Chi vive in un aula di tribunale, raramente è disposto a dire la verità (Rosemnberg, Le parole sono finestre). Non è la corruzione dei costumi a causare la necessità della morale autoritaria o coercitiva, ma è vero il contrario. La morale autoritaria corrompe i costumi e poi pretende di giudicarli. Prima produce la perversione, e poi la condanna. Non è difficile scorgere nella morale autoritaria la proiezione del potere dominio che l’ha generata. Sono gli uomini di potere che hanno creato l’immagine di un Dio punitivo e vendicativo, convincendo gli altri a sottomettersi per il loro bene.
Non dovremmo mai dimenticare l’avvertimanento di Nisargadatta Maharaj: “L’uomo che sa quale è il bene degli altri è un uomo pericoloso”.
Parole chiave
Pensiero, preoccupazione, sofferenza, testimone,
azione impersonale, mente funzionale, mente concettuale,
desideri, adulterio, peccato, senso di colpa, giustizia punitiva, giustizia riparativa, responsabilità, morale autoritaria, morale naturale
La coscienza parla
Pensiero, preoccupazione, sofferenza...
Testimone: dai sensi di colpa alla responsabilità