Dolore innocente
Commento a “Il dolore innocente” - parte 3
-Nel libro “I cercatori di Dio” Roth, psicologo junghiano, riporta la teoria di Jung secondo cui così come per le persone il sogno è una compensazione della vita cosciente che è unilaterale, anche per i gruppi vale lo stesso principio per cui i sogni sono le visioni dei profeti, le visioni mistiche: questo avviene quando la visione di Dio conscia non è più adeguata al tempo, e la visione mistica serve a compensare l’unilateralità dell’ortodossia. Nel Cristianesimo, alcuni padri della Chiesa, che per esempio vedevano la Trinità tutta spirituale (quindi orizzontale al di sopra dell’uomo), mancavano, nella loro visione, del contatto con la terra (lo spirito dentro la materia); visione che invece era sostenuta dai cristiani alchimisti e dagli gnostici (vedi Jung e alchimia).
-In base alla lettura di Mancuso, il Cristianesimo contiene sia spirito che materia, cioè il figlio del Padre è un uomo in carne ed ossa e nello stesso tempo è Dio; la ragione aristotelica (o è questo o è quello) non riesce a gestire questo concetto ed arriva all’insolubilità, alle tenebre.
-Mancuso afferma quindi che il Cristianesimo nasce proprio dal riconoscimento dell’intrinseca contraddittorietà della vita, compresa la vita dello Spirito. Secondo Roth, la figura del Diavolo è nata dall’esigenza di compensare una figura di Dio totalmente buona, mentre secondo Mancuso il Diavolo, che è spirito, era un Angelo che si è ribellato a Dio; è quindi evidente la contraddizione: dentro lo Spirito c’è sia il divino (ciò che unisce) che il demoniaco (ciò che separa). (Vedi anche Ego/Anima).
-Il lavoro di Mancuso è quindi una ristrutturazione, chiarificazione, didatticamente molto efficace, del messaggio cristiano che è molto più complesso di quello a cui noi, istruiti a questo messaggio, crediamo - e quindi richiede una visione più profonda.
-Mancuso sostiene che un pensiero che non riassuma in sé la contraddizione è un pensiero che non è adeguato a parlare della vita, cioè è un pensiero riduzionista.
-Superare il pensiero dicotomico (o… o) è quindi il passaggio necessario per entrare nel mondo dello Spirito; altrimenti si entra nella maschera dello Spirito.
-Uscire dalle proprie maschere quindi significa assumere come fondamento della propria vita l’antinomia.
-Non ha importanza, quindi, a quale religione si appartenga, o se non si appartiene a nessuna religione codificata: l’importante è il tipo di atteggiamento e comportamento che abbiamo nel mondo: se siamo dalla parte dell’amore siamo in un percorso evolutivo, se siamo dalla parte del potere, siamo in un percorso involutivo, che divide (diaballein --> diabolico).
Commento a “Il dolore innocente” - parte 2
-Citazione da pag 201 de “Il dolore innocente”, tratto da un passo di Pavel Florenskij: “La vita è fatta in modo tale che si possa dare qualcosa al mondo solo pagandone poi il fio, con sofferenze e persecuzioni; più il dono è disinteressato, più crudeli sono le persecuzioni e dure le sofferenze. Tale è la legge della vita. Il suo assioma base.”
-Questo passaggio sta ad indicare che non sempre fare il bene porta il bene, anzi, oggi come oggi, più frequentemente, si assiste al contrario.
-La visione new age che la vita ci faccia da specchio, cioè che se ci comportiamo bene otterremo il bene, è vera su un piano spirituale, mentre su quello materiale non è affatto così, come dimostra la storia dei grandi uomini (a partire da Gesù).
-Mancuso tocca un tema centrale del Cristianesimo: cosa significa il messaggio della croce? La vita si nutre della morte in continuazione (anche all’interno del nostro corpo ogni secondo muoiono milioni di cellule), quindi è fondata su un processo continuo di costruzione e distruzione.
-Da pag. 181: “La vittoria della vita la si deve alla sofferenza, al lavoro, come direbbe la fisica, in riferimento al secondo principio della termodinamica; se si va avanti è solo perché qualcuno soffre, e magari muore. E’ questo legame - vita, morte e sofferenza - che sta alla base della vita dell’uomo”.
-Per il Cristianesimo, il simbolo di questo concetto è la croce: simbolo della rinuncia all’uso della prepotenza (che comporta pagare un prezzo: la sofferenza), e simbolo della pratica dell’amore anche verso il nemico.
-Il Dio del nuovo testamento è colui che “perde” la battaglia sul piano materiale (perché rinuncia al tipo di combattimento in cui serve la prepotenza), ma “vince” sul piano spirituale; gran parte della storia della Chiesa è, in questo senso, un tradimento del messaggio di Gesù.
-Essere buoni cristiani quindi significa essere masochisti? No, significa trascendere la propria natura animale e fare un salto ontologico verso la spiritualità; per fare questo bisogna imparare a rinviare la gratificazione (vedi Scott Peck).
-Il divino è quindi l’insieme delle qualità dell’essere, e l’uomo si divinizza nel momento in cui pratica le qualità dell’essere al posto degli inquinanti: tema centrale di Aleph che è in accordo pieno con la visione di Mancuso (vedi anche: Mancuso, “L’anima e il suo destino”).
-Una visione ingenua potrebbe far credere che quando una persona è su un percorso spirituale, sta bene punto e basta. Ma non è così, perché in realtà questo percorso è una scalata difficile e lunga, ed è un percorso conflittuale perché c’è sempre una parte di noi che, essendo attaccata al livello materiale, spinge dalla parte opposta.
-Per poter effettuare questa scalata, quindi, come suggerisce Mancuso nel libro “La vita autentica”, bisogna costruire sulla roccia, cioè l’Io deve avere solide fondamenta: princìpi saldi a cui fare riferimento (da qui il concetto di “terapia delle idee” proposto da Galimberti).
-Il mondo è intrinsecamente ingiusto, però dentro all’uomo esiste un seme, quello dell’autotrascendenza, e siccome il massimo piacere (piacere che l’uomo anela) è realizzare sé, l’autotrascendenza è un passaggio necessario.
Commento a “Il dolore innocente” - parte 1
-Il libro “Il dolore innocente” di Vito Mancuso tocca alcuni punti fondamentali per la comprensione del mondo in cui viviamo, dal punto di vista di un teologo con una profonda conoscenza filosofica.
-In questo libro, partendo dalla sua esperienza personale della perdita di un figlio gravemente disabile, Mancuso tratta l’argomento dell’handicap.
-Nella nostra storia si sono avute diverse visioni riguardo questo argomento: una visione di tipo religioso e cristiano per la quale la disabilità, l’handicap, è una punizione di Dio, è il risultato di un peccato commesso dall’uomo e che fa sì che si generino dei mostri (chiamati così perché mostrano, appunto, il peccato che sta dietro); secondo una visione più pagana, la disabilità è un segnale che si può leggere come previsione del futuro.
-Ciò che manca in entrambe queste visioni è la concezione per cui l’handicap è una conseguenza di come è fatta la vita (la quale procede per prove ed errori, e per la quale l’importante è la specie, e non il singolo individuo); da un punto di vista laico, quindi, l’handicap è una conseguenza normale dello sviluppo (ad esempio a causa di una malformazione genetica).
-Cosa fare di fronte ad un evento di questo tipo? Semplicemente ciò che si fa di fronte alla nascita di un qualsiasi bambino: sviluppare uno stato d’amore, cioè amare questo bambino così com’è, e amare anche se stessi come si è. Per questo occorre compiere un lavoro di evoluzione personale che conduca ad un livello superiore di consapevolezza.
-Di fronte a questo, come a qualsiasi fatto della vita, si hanno due scelte: opporsi e applicare barriere, inquinanti, racket, oppure accettare la situazione come è, e trarre maggiore giovamento possibile nel passaggio evolutivo necessario; in questo modo oltre a vivere più felicemente si può anche essere di esempio agli altri contribuendo alla diffusione della felicità.
-Oggi più che mai servirebbe una moratoria su Dio: stando al suo significato, Dio è ciò che unisce tutte le cose. Purtroppo però, in nome di Dio, si compiono atti ben lontani da questo significato.
-Una moratoria su Dio non significa una moratoria sulla spiritualità, di cui oggi abbiamo molto bisogno: una spiritualità (così come una religione) che unisca (nel significato di Dio) e non che divida - perché, se divide, è diabolica.
-Mancuso si chiede: “Come è possibile che ci sia un Dio che è totalmente buono ma che permette la nascita di un handicappato?”. Questa è la domanda che si pone chi vede Dio come una persona, una specie di superuomo che si comporta secondo le regole dell’uomo.
-Ogni punto di vista creato dall’uomo contiene delle verità, e contiene anche una parte di ombra che, quando non è vista, non permette di comprendere a fondo le situazioni. Vedere l’ombra è un primo passo verso l’evoluzione personale e la spiritualità.
-Ciò di cui abbiamo bisogno oggi è il dialogo tra le discipline e tra le religioni; abbiamo bisogno di mantenere viva la tensione alla ricerca della verità che unisce (spiritualità), sciogliendo al contempo i dogmi che separano.
-La nostra visione del mondo non nasce per caso: dipende da ciò che ci è accaduto nella famiglia, dal contesto culturale, dalla tipologia di preferenza (vedi tipi umani) e quella che noi chiamiamo ragione di solito è solo razionalizzazione: una giustificazione di decisioni biologiche prese inconsciamente; molto spesso, quindi, noi agiamo spinti da qualcosa simile a dei “comandi ipnotici” che non possiamo riconoscere in noi stessi ma possiamo vedere negli altri e quindi, come dice Panikkar, la soluzione sta nel dialogo
-questo tipo di dialogo deve essere un dialogo musicale (vedi anche dialogo e musicalità) cioè ci deve essere ascolto profondo, rispetto e una capacità di integrazione delle visioni che può arricchire ognuna delle due visioni inizialmente differenti in una visione più ampia: come direbbe Hofstadter fa in modo che noi al nostro interno riproduciamo in parte la visione dell’altro.
Di fronte alla tragedia e alla sofferenza della nascita di un bambino malforme o con grave handicap, destinato all’inabilità e alla sofferenza per tutta la vita, che cosa pensare di Dio? Come è possibile che il Dio dei cristiani, che è un Dio d’amore, permetta l’esistenza di un dolore così innocente? O forse Dio non c’entra, è indifferente o non è in suo potere evitarlo?
E più in generale, che senso ha il male degli innocenti? E’ una forma di punizione (teoria retributiva) o una forma di pedagogia (insegna qualcosa)? O, semplicemente è una conseguenza del caso e della necessità che sembra guidare il mondo naturale, al quale noi apparteniamo? Se è così, se dobbiamo accettare “l’ingiustizia” della vita, che non esita a sacrificare i singoli individui, e talvolta intere comunità, ha ancora senso parlare di provvidenza, di amore divino?
A queste e altre domande, che stanno al cuore di ogni filosofia, e non solo della teologia, risponde i libro di Vito Mancuso, un saggio di un teologo laico, che offre un esempio magistrale di un pensiero libero, un pensiero capace di muoversi e spaziare con semplicità e chiarezza tra le questioni più spinose dell’esistenza umana, con le quali, prima o poi, tutti veniamo a fare i conti.
Questo testo precede temporalmente e logicamente altri due libri di Mancuso: “L’anima e il suo destino”, e “La vita autentica”.