Dualismo e dualità


Coscienza universale, origine dell’io

Disidentificazione dall’io

Giudizio e paragone

Buono e cattivo



Voci correlate:  BalsekarKabat Zinn, Kaushik, Mente funzionale, Metamodello 2, Raphael

maggio 2011

 

Da  Ramesh S. Balsekar, La coscienza parla


  1. Parole chiave:

  2. Coscienza impersonale, io, dualità/dualismo, osservatore, illuminazione, sofferenza errore della mente, azione impersonale, civiltà di sostantivi e di pronomi personali, Galimberti, Kabat Zinn, non attaccamento, io-mio-tuo, libero arbitrio, Kant, mondo del meccanismo universale, causa-effetto, libertà ex post,  neuroscienze e libero arbitrio, giudizio e paragone, polarità


L’IO

Come si forma l”io’?

L’io proviene dall’unica cosa che sia mai esistita: la Coscienza. Per questo Ramana Maharshi diceva: “Scopri la sorgente dell’io. Chi agisce? Chi vuole conoscere?”. La mente non sa rispondere.

Non si tratta di trovare una risposta, ma del fatto che, non trovando risposta, la mente si placa. L’io non è da condannare o da temere. L’io è un semplice riflesso della Coscienza impersonale. Questa comprensione riconduce l’io alla sua sorgente.

Il problema nasce piuttosto dall’aver paura dell’io.

Accetta l’io, e tutto il resto, come parte dell’attività della Totalità, e osserva che cosa accade. Allora i problemi cesseranno.


In che senso ‘accettare l’io’?

La persona comune, che non è un cercatore, non si fa problemi riguardo al proprio ‘io’. È perfettamente soddisfatto di essere un ‘io’. Ma, in conseguenza di migliaia di anni di condizionamento, il cercatore si sente dire: “L’io è il problema. Devi uccidere l’io, devi fare così, devi fare cosà”. All’inizio, il cercatore riceve il messaggio che l’io è il cattivo della situazione. “Devi sbarazzartene”. Ma chi se ne sbarazzerà? L’io non è disposto a fare hara-kiri, oppone resistenza. E nei momenti di meditazione o di quiete, si spaventa e dice: “Non perdere il tuo tempo così, è ridicolo. Occupati delle tue faccende, fai qualcosa”.


L’io scompare del tutto con l’illuminazione?


L’io scompare nel senso che scompare il senso di un agente personale dell’azione. Rimane l’identificazione con il corpo, perché il corpo-mente è fatto per funzionare. Ma è scomparsa l’identificazione con un agente personale dell’azione.


Si può dire che l’io si mette in mezzo, che intralcia l’espressione della pura Coscienza?


L’io è coscienza identificata. Quando la Coscienza impersonale si identifica con un organismo individuale, nasce l’io. Ma l’io non ha esistenza propria. È un riflesso della Coscienza che l’ha creato con la sua stessa identificazione. Perciò, dire: “Combatti l’io, uccidilo”, è una scempiaggine. Che cos’è l’io? È l’espressione individuale della Coscienza impersonale. La Coscienza impersonale ha creato l’io che quindi si rivolge alla sua origine. Perché combattere l’io? Testimoniane semplicemente la ridicolaggine. Vedi: l’io fa una cosa, e la stessa mente egoica dice: “Questo non si deve fare”. Se comprendi che l’io non va combattuto, ma semplicemente testimoniato, non è più un nemico o un ostacolo. È una finzione. Lotteresti contro una finzione?


È come l’educazione di un bambino. Se cerchiamo di impedirgli di ‘comportarsi male’, non facciamo che peggiorare le cose.


Proprio così. L’io va matto per le opposizioni. Ma se comprendi che è pura finzione, dove va la lotta?

Comprensione significa assenza di aspettative, accettare tutto ciò che viene.

“A chi ha, sarà dato, e sovrabbonderà; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha”.

Quando cadono i desideri e le aspettative, sei aperto alla natura. La comprensione si fonda sulla non opposizione. Lascia che le cose seguano la loro strada. Allora, sorprendentemente, le cose sembrano prendere una strada più facile, più leggera.


L’idea che la coscienza sia un fatto primario, che sia l’essenza costitutiva dell’universo, è tipica del pensiero induista e buddista. L’io, in base a questa concezione, è frutto dell’identificazione della coscienza in un organismo individuale. L’io è quindi solo un riflesso della coscienza, che è universale.

Nel buddismo si parla di vacuità, che significa ‘non io’, inteso nel senso che l’io non ha esistenza autonoma. L’autonomia dell’io è solo un’illusione.

L’io non è un problema, dice Balsekar. Il problema nasce dall’attaccamento, all’io, ai desideri, alle passioni. Osserva l’io, così come è, un fenomeno illusorio, e lascia che le cose seguano la loro strada.


DAL  DUALISMO  ALLA  DUALITÀ

Gli animali si sentono separati dalle cose?

Non in quanto entità separate, ma conoscono la separazione tra predatore e preda. Gli esseri umani sperimentano questa dualità di base nella forma di osservatore e osservato. Oltre alla scissione della dualità, l’essere umano agisce nel dualismo, cioè nella divisione mentale io-altro. La separazione tra ‘me’ e l’altro nasce nella mente, e qui sta la differenza tra dualità e dualismo.

La scissione originaria della dualità avviene nella Coscienza stessa, in

quanto parte del processo di percezione della manifestazione. Per esistere, una manifestazione deve venire osservata. L’osservazione, a sua volta, richiede un osservatore e un osservato. La dualità osservatore-osservato è la scissione originaria. Negli esseri umani, questa scissione si allarga nel dualismo io-altri. L’osservatore, che è un oggetto, si arroga la soggettività dell’Assoluto, della Totalità, o di Dio, e dice: “Io sono il soggetto, e il mondo è il mio oggetto”. Non appena compare l’io/altro, la dualità si suddivide ulteriormente nel dualismo.

L’osservatore, che è un oggetto, si considera soggetto, padrone dell’esperienza, agente dell’azione.


Alle origini del pensiero greco, troviamo conferme di un modo di pensare analogo. Passo la parola a  Umberto Galimberti (Miti del nostro tempo, p. 66): “La persuasione biblica secondo cui la conoscenza è dolore contrasta con la convinzione greca secondo cui il dolore, come vogliono le parole di Eschilo, è "errore della mente" perché, nel fissare le mete di felicità, l'uomo guarda a se stesso come a un tutto e non come parte del tutto.

Anteponendo la sua prospettiva e la particolarità del suo sguardo allo sguardo del tutto, l'uomo scambia il senso della terra con la miopia del suo desiderio, e in questo errore di prospettiva crea le condizioni della sua infelicità”.


L’illuminazione è l’inversione di questo processo, in cui lo pseudo-soggetto capisce di non essere un’entità separata e che il corpo-mente è un semplice strumento della manifestazione della Totalità.

Venendo meno il senso di essere agenti dell’azione, il dualismo è reintegrato nella dualità da cui deriva. La dualità è un meccanismo indispensabile per la comparsa del fenomenico.

L’illuminazione, dunque, non è che l’inversione del processo dal dualismo alla dualità, la fine del senso di un agente personale dell’azione. C’è la più profonda comprensione possibile che l’essere individuale non è un’entità separata, ma uno strumento attraverso cui si manifesta l’attività della Totalità, o Dio. Questo è il suo vero significato: la trasformazione dal senso di essere agenti dell’azione, all’assenza di questo senso.


Lo stesso tema è trattato da John Kabat Zinn, con chiarezza esemplare. Ecco le sue parole:

È benefico e liberatorio permetterci di riconoscere quanto sia impersonale, in realtà, il processo della vita e con quanta prontezza invece noi tendiamo a reificarla, a farne una questione personale in termini assoluti, e poi a restare bloccati all’interno dei confini ristretti che ci siamo creati da soli.

La nostra è una civiltà di sostantivi: trasformiamo i processi - come i vortici, la consapevolezza e quello che siamo - in oggetti definiti. È qui che sviluppiamo un involontario attaccamento per «nomi e forme». Dobbiamo stare attenti soprattutto alla relazione che intratteniamo con i pronomi personali, altrimenti sarà automatico prendere le questioni sul piano personale quando non lo sono affatto, e in questo modo mancare o fraintendere ciò che è nella realtà.

Buddha ha detto una volta che il messaggio centrale di tutti i suoi insegnamenti - e ne ha dati ininterrottamente per più di quarantacinque anni - può essere riassunto in un’unica frase. In caso fosse davvero così, sarà una buona idea impararcela a memoria; non si sa mai debba tornarci utile, non si sa mai che all’improvviso possa acquistare un senso per noi anche se subito prima non ne aveva nessuno. La frase è questa:


Non attaccarsi a nulla

considerandolo «io»,  «me» o «mio».


In altre parole: non attaccamento, specie a un’idea prefissata su se stessi e su ciò che si è.

A prima vista è un messaggio duro da accettare perché ci porta dritti a mettere in discussione tutto ciò che pensiamo di essere, che in gran parte sembra provenire dagli elementi con cui ci identifichiamo:

corpo, pensieri, sensazioni, sentimenti, relazioni, valori, lavoro,

aspettative su quello che « dovrebbe » succedere e su come le cose

« dovrebbero » funzionare per noi perché siamo felici.

Ma non reagiamo subito così in fretta, anche se magari a prima vista il consiglio del Buddha ci ferisce o ci sembra stupido o irrilevante o anche peggio. È importante capire che cosa si intende per «non attaccamento», in modo da non fraintendere questa ingiunzione interpretandola come un invito a rinnegare tutto ciò che ci è caro; al contrario, di fatto è un invito a entrare in contatto più diretto e vivo con tutti coloro che ci sono cari e con tutto ciò che c’è di più importante per il nostro benessere di persona nel suo insieme - corpo, mente, anima e spirito. Il che include quel che è difficile da maneggiare, le cose con cui fatichiamo a venire a patti: lo stress e l’angoscia connessi con la condizione umana quando si fanno vivi, come è ovvio che facciano, prima o poi, in un modo o nell’altro.

Vengono in mente le parole di Marshall Rosemberg: entrare in contatto con ciò che c’è di più vivo in noi, cioè i nostri sentimenti. E che cosa sono i sentimenti? Sono indici della qualità delle nostre relazioni. Quindi già il Buddha, come Rosemberg, ci invita a essere in contatto con i sentimenti, cioè con la qualità delle nostre relazioni, lasciando sullo sfondo gli oggetti e il contenuto delle azioni, che siamo abituati a mettere in assoluto primo piano. Si tratta quindi di un invito a invertire la figura con lo sfondo. Una rivoluzione copernicana, più grande di quella alla quale ci invita la psicoanalisi (rendere conscio l’inconscio), perché qui si tratta di mettere in discussione le radici stesse del nostro pensiero, – egoico, separativo, – inadatto a creare un contesto ove possano fiorire le qualità dell’essere (Buddhità). In pratica, si tratta di mettere in primo piano l’Anima, e sullo sfondo l’Ego, senza negarlo, ma continuando ad osservarlo con amore compassionevole.

Si dice che a impedirci di vivere pienamente la vita possa essere proprio l’attaccamento all’idea che abbiamo di noi stessi, che questo sia un ostacolo tenace alla comprensione di chi e che cosa siamo in realtà, di ciò che conta davvero e che è davvero realizzabile. Può darsi che attaccandoci al nostro modo autoreferenziale di considerarci e di essere, attaccandoci ai pronomi personali o possessivi (io, me, mio), noi alimentiamo l’abitudine di aggrapparci alle cose secondarie e trattenerle, e di lasciar perdere o dimenticare allo stesso tempo le cose fondamentali.


Nella dualità c’è un unico soggetto: la Totalità, o Dio. Qualunque percezione si produca, qualunque cosa vedano gli occhi, odano le orecchie, gusti la lingua e odori il naso, tutto è attività impersonale. C’è la comprensione che io non sto facendo niente di tutto questo. Non sono io che odo, ma l’udire avviene attraverso le orecchie annesse all’organismo corpo-mente. Non c’è dualismo, ma solo consapevolezza. Se, invece della consapevolezza impersonale, c’è un io che pensa di vedere, o udire qualcos’altro, ecco nascere il giudizio. Se sono io a vedere, a udire qualcosa, o mi piace o non mi piace.

Il senso dell’agente personale dell’azione, più il giudizio, sono alla base del dualismo io-altro.


Riporto una conversazione di Sergio Givone (dal sito Asia.it) sul tema della libertà vista dalle neuroscienze.

Partiamo da un'osservazione sperimentale fatta da neuroscienziati: la libertà non esiste dal punto di vista di un'osservazione neurologica. Ogni azione è sempre, dal punto di vista neurologico già determinata, già "inclinata verso". Allora la via sperimentale-scientifica per cercare l'istante di libertà prima dell'atto - ex ante - è una via sbarrata; da questo punto di vista io non saprò mai dire che cosa è la libertà perchè non esiste un momento di nulla, di non determinazione…

Gli uomini non sono liberi, qualunque cosa facciano, sono già da sempre determinati. Qui la lezione più importante - percepita per esempio da Sartre e da Heidegger- è certamente quella di Kant.

Kant già sapeva quello che sanno i neuroscienziati: che la via ex ante, la via della ricerca sperimentale del "grado zero" di determinazione prima dell'atto, non porta da nessuna parte. Kant sapeva che non c'è nessuna libertà, e chiamava questo il "mondo del meccanismo universale" dove tutto è regolato dal principio di causa ed effetto: ogni causa ha un effetto, ogni effetto ha una causa, la causa è a sua volta causata e in un sistema di questo genere la libertà non esiste.


Nel buddismo si parla di causalità infinita. L’azione è impersonale, avviene attraverso di me. La totalità è l’unico soggetto agente. Quindi, il senso di colpa al quale siamo educati, è semplicemente privo di senso. Non la colpa, ma l’ignoranza è all’origine del male.


La libertà è solo un fantasma della mente perché gli scienziati non possono trovarne tracce.

Ma Kant apre anche una possibilità quando afferma: consideriamo il problema della libertà ex post: ho fatto qualcosa, ho detto una cattiva parola: mi sento in colpa, responsabile. Dire responsabile è come dire libero perché... che responsabilità è quella che non è preceduta dalla libertà?

Tutti sappiamo come una cattiva parola può avere delle conseguenze catastrofiche. Nel momento in cui guardo le mie cattive parole dopo averle dette, ex post, le riconosco come mie e questa è un'evidenza assoluta. Mi rimorde e mi pento perché è un atto mio. Se non fosse vero che questa cosa è mia, io sarei a me stesso ancora più oscuro e incomprensibile di quanto non lo sono introducendo questa X, questo dubbio che è un'ipotesi di libertà.

Domanda: Quindi per Kant la libertà la si trova solo dopo che l'atto è compiuto, quando sento profondamente che è stato un atto mio. Quando sento, anche se quell'atto mi è capitato di farlo o è stato determinato da cause neurologiche, che sono io che ne rispondo. Ma non mi è ancora chiaro il nesso tra questo innegabile senso di responsabilità e la libertà. Dal fatto che dopo sentiamo responsabilità, come possiamo dedurre che prima c'è stato un atto di scelta assolutamente libero? Non potremmo essere determinati anche a vivere il senso di responsabilità?

Sergio Givone: La libertà io la riconosco là dove un'azione è stata fatta perché non potevo non farla, è stata fatta nel meccanismo universale, eppure la riconosco come mia.
È qualcosa di accecante come una X, come un punto interrogativo, è qualche cosa che non ha fondamento, è fondato sul nulla. Ma che è il nulla? E quella parolina che devo introdurre per spiegare la mancanza di fondamento di quell'azione che pure è fondatissima che pure rientra nel mondo del meccanismo universale.
Secondo Kant noi siamo doppi, siamo dei veri centauri: da una parte siamo come tutti gli animali governati dalla legge di causa ed effetto; dall'altra siamo esseri spirituali, esseri che devono rispondere agli altri delle proprie azioni.

Noi non è che abbiamo una spiegazione di questo fenomeno del "rispondere delle proprie azioni", ma sappiamo che c'è e che la condizione perché abbia senso è che noi siamo liberi. A sua volta la condizione della libertà è che la libertà sia non determinata da altro, non preceduta da altro, sia qualcosa che sta sul nulla questo vuol dire non fondata, infondata, fondata sul nulla.
Da questo punto di vista il nulla e la libertà stanno insieme.

Nel '900 ci sono stati due grandi filosofi della libertà del nulla. Il primo è Sartre, che ha descritto nel suo libro "L'essere il nulla" questa situazione:
- "
Lo so che tu sei nato e non hai chiesto di nascere, e che senza volerlo sei nato così piuttosto che cosà. So che non dipende da te, e che tutto in te ti porta ad essere quello che sei. Eppure tu devi rispondere di te stesso."
-
"Ma se mi mandano in guerra ad uccidere il prossimo?"
- "Ci puoi non andare."
- "Allora uccidono me come disertore"
- "Vedi tu, affar tuo. Ma ne devi rispondere."

C'è quindi una coerenza nella filosofia. La filosofia non è scienza, è anche molta chiacchiera come forse qualcuno penserà uscendo da qui, ma è chiacchiera argomentata, è chiacchiera organizzata con logica e coerenza.




GIUDIZIO   E   PARAGONE


Vivo quotidianamente inconsapevole di respirare, inconsapevole di camminare, inconsapevole di bere un bicchiere d’acqua.

Quando cominci a chiederti chi è che respira? Quando qualcosa non va nel tuo respiro. Solo allora sei consapevole del respiro. Qualcosa non va nel tuo processo digestivo, e solo allora diventi consapevole della digestione.

Ma se non sono io che respiro realmente, se non sono l’agente...

In genere non si è consapevoli di questi processi naturali. Il sistema nervoso, che è quanto di più complesso si possa immaginare, il meccanismo respiratorio, il processo della digestione, vanno tutti avanti da sé. Non ne prendiamo consapevolezza finché qualcosa non va. Perciò ti domando: “Come mai, allora, sei consapevole del problema della vita?”. Perché c’è qualcosa che decisamente non va nella vita. Se la vita fosse naturale, come una tranquilla respirazione o una buona digestione, vivere non-sarebbe un problema. Se la vita è un problema significa che non stai vivendo in modo naturale. Non stai vivendo in modo spontaneo. Stai vivendo dalla prospettiva dell’io, e per questo vivere è diventato un problema.

Lo ripeto: non è colpa di nessuno, nessuno è colpevole. La Coscienza si è identificata con ogni meccanismo corpo-mente, e cosi il corpo-mente usurpa la soggettività della Coscienza, o Dio. Allora inizia il gioco, il divertimento.

Quando viviamo nella prospettiva dell’io-Ego, la vita diventa un problema. D’altra parte l’io è un processo naturale, come il corpo. Nel momento in cui la coscienza universale si identifica in un corpo, si forma anche un’io, perché il corpo usurpa la soggettività della coscienza. Negli animali, non dotati di pensiero linguaggio, questo non accade. Essi vivono guidati dagli istinti. Quindi sono autentici, sono se stessi, spontanei (V. Mancuso, La vita autentica). L’uomo invece, dotato di ragione, cioè di un io che è capace di pensare e ragionare, è per struttura problematico. Ha bisogno di compiere un lavoro per essere davvero se stesso, e non un prodotto dell’illusione dell’io-ego. Conoscere se stessi per diventare se stessi: questo è il cammino che attende l’uomo che vuole realizzarsi pienamente. Quando l’uomo si conosce, quando comprende la sua vera natura, e quindi la natura illusoria dell’io-Ego, che lo fa credere un’entità separata che agisce personalmente nel mondo, solo allora si libera dai condizionamenti che l’io illusorio, individuale e collettivo, ha creato e continuamente crea. Solo allora l’uomo è libero e può decidere di amare e essere creativo, creatore di se stesso.

Nei termini di Ken Wilber, ci sono tre livelli che l’uomo attraversa per realizzarsi, livelli che sono chiaramente rappresentati nell’ovoide di Roerto Assagioli: prepersonale (fase infantile, prima della formazione dell’io), personale (fase dell’io), transpersonale (disidentificazione dall’io personale e identificazione nel testimone, la pura consapevolezza).

In Aleph distinguiamo l’Io dall’Ego. L’Io è una struttura indispensabile alla vita, come i polmoni o il fegato. Esso svolge la funzione di governo della personalità, in armonia con l’Anima. Nella metafora del carro, l’Io è il cocchiere, mentre l’Anima è il padrone del carro, che indica la direzione e la meta.

L’Ego, invece, è una distorsione dell’Io, una sua forma corrotta. E‘ il cocchiere che non obbedisce più al padrone del carro. Si è rivoltato contro l’Anima, perché ha iniziato a praticare il giudizio. Il giudizio presuppone separazione e genera separazione. Al giudizio si accompagnano il senso di colpa o di vergogna, la paura, la minaccia, la pretesa, il dovere, e tutti gli altri strumenti di cui si avvale normalmente il potere per opprimere l’uomo, rendendolo inconsapevole e schiavo. In altri termini, appena si insinua la pratica del giudizio, l’Io si separa dall’Anima e si trasforma in Ego, che a sua volta si scinde in parti antagoniste e conflittuali (parte depressa e parte narcisista, parte sottomessa e parte ribelle, ecc.). Finché c’è Ego, il conflitto non può mai finire, così come la sofferenza nevrotica, perché è parte naturale della sua struttura.

Balsekar non distingue tra io ed Ego, ma tra mente funzionale e mente concettuale.

Entrambe le distinzioni sono utili per comprendere meglio il funzionamento mentale e per disidentificarsi dal livello di personalità ed accedere al livello dell’Anima o livello transpersonale.


BUONO   E   CATTIVO

Ho passato gran parte della vita nel tentativo di cambiare persone e istituzioni che ritenevo sbagliate. Non so se riuscirò mai a smettere. Ci sono cose decisamente sbagliate, che devono essere cambiate.

L’essenza di questo pensiero religioso è che tu sei buono. Tutto ciò che è cattivo non sei tu. È profondamente radicata l’idea che la vita sia la ricerca del bene. Non è così. Bene e male devono coesistere.

Dunque non esisterebbero il male, persone malvagie, istituzioni cattive o scelte sbagliate?

No. So bene che il condizionamento è potentissimo, eppure è altrettanto facile vedere che non ci può essere un alto senza un basso, un dietro senza un davanti. Davanti e dietro, alto e basso sono polarità. Uno non può esistere senza l’altro. La polarità degli opposti è evidente, ma il condizionamento ci impedisce di vederla.

Il primo barlume di comprensione consiste appunto nel capire che è così, che il cambiamento è l’essenza stessa della vita. L’accettazione di ciò è un passo enorme.

Mi sembra di capire che bene e male non sono permanenti.

Esatto. Prendiamo un problema, quello dell’aborto. Fino a pochi anni fa era un crimine, ora i paesi in via di sviluppo lo incoraggiano con programmi governativi. Buono e cattivo, lecito e illecito, dipendono dall’epoca e dalle circostanze.

Eppure ci sono governi corrotti, politiche ingiuste, gruppi che compiono azioni orribili a cui non riesco a essere indifferente. Non riesco a vedere organizzazioni e istituzioni in modo impersonale, forse posso riuscirci con gli individui, ma è duro per me considerare il Terzo Reich o i fabbricanti di armi come manifestazioni della Totalità.

Lo so. Ramana Maharshi insisteva sul fatto che non ce nessun individuo, e che tutto è impersonale. Eppure provava compassione per le difficoltà del cercatore. Ha persino dedicato dei versi al dolore del cercatore. Dal punto di vista individuale, dice, l’incoraggiamento maggiore è sapere che ormai la mente si è rivolta all’interno, e che quindi “la tua testa è ormai nelle fauci della tigre: non c’è via di fuga”.

Adesso, per te, è molto difficile. Ma a poco a poco, approfondendosi la comprensione, sono certo che ti stupirai vedendo che la comprensione si insinua dentro di te, che ciò che era difficile da accettare ieri, domani ti sarà chiaro. Tutti gli individui e i gruppi sono creati dalla Totalità, o Dio, con determinate caratteristiche in modo da compiere determinate azioni di cui pensano di essere gli agenti.


Nella nostra tradizione religiosa, la posizione sopra sostenuta è difficile da accettare. Siamo abituati a distinguere il bene dal male, i buoni dai cattivi, Dio dal diavolo, ma anche Dio, infinitamente buono, dall’uomo, capace di fare il male. Anche al di fuori del pensiero religioso, la distinzione bene e male è praticamente universale: cambiano solo i contenuti di ciò che si ritiene bene o male, non la struttura. La struttura è dicotomica, separativa, e comporta il giudizio, la colpa, la battaglia contro il male, le guerre giuste, la punizione dei colpevoli.

Nella tradizione buddista, non compare il concetto di colpa, ma di ignoranza. Il male è frutto di ignoranza. Il karma, la legge del causa effetto, agisce anche a distanza di tempo. I semi cattivi, prodotti dall’inconsapevolezza, producono cattive piante. Il male di oggi si spiega con le cause messe in atto ieri. Non c’è una causa e un colpevole individuabile, ma una catena infinita di cause, nella quale noi ci collochiamo.

In realtà, anche da noi ci sono mistici, come Angela Volpini, che rifiutano le categorie della colpa, del peccato, della separazione tra Dio e uomo. Questa separazione, dice Angela Volpini, voluta dai poteri religiosi costituiti, è all’origine di ogni tirannia, perché comporta anche la separazione tra l’uomo e la sua coscienza, cioè dalla scintilla divina che abita al suo interno. Così infantilizzato e indebolito, l’uomo è pronto a sottomettersi ad ogni autorità che gli prometta salvezza. Secondo Angela Volpini, l’uomo è per sua natura creatore. Dio è la coscienza universale che ha deciso di fare solo il bene. Ma Dio ha bisogno dell’uomo per realizzare il suo disegno. Creando l’uomo a sua immagine e somiglianza, lo ha fatto libero. Così l’uomo può agire per il bene oppure no. Nel pensiero di Angela Volpini, rimane comunque centrale il concetto di libero arbitrio, cioè della possibilità di scelta, cosa che è negata dalla filosofia induista e buddista.


DIMENTICARE   DI   ESSERE   GIÀ  A  CASA

Hai detto che, finché abbiamo bisogno di ricordare, non siamo ancora a casa. Vuoi spiegarlo meglio?

Certo. Quando sei a casa tua, devi ricordare a te stesso di essere a casa? Lo sei già. Capisci?

Sì.

Se devi ricordartene, significa che non ci sei.

Potrebbe darsi che sei a casa, ma te ne sei dimenticato perché la mente si è persa nei suoi pensieri.

Fin tanto che devi ricordartene, significa che la mente ti tiene lontano da casa. Infatti è sempre la mente che ti allontana da casa. Tu non l’hai mai lasciata.

Molti però si sentono come se fossero lontani da casa.

Sì. Ma quando nasce la sensazione o la certezza di essere sempre a casa, non hai più bisogno di ricordartene. C’è la certezza di non essertene mai allontanato, e quindi non avrai bisogno di ricordarti di essere lì. Il monito: “Semplicemente essere”, ha una limitazione. Finché si pensa in termini di ‘semplicemente essere’, potrà sempre presentarsi la domanda: “Chi deve essere?”.

Oppure: “In che modo?”.

Sì, ‘in che modo?’. Ed è quello che la mente si chiede senza interruzione. Questo è il problema fondamentale.