La funzione della

POESIA


Yves Bonnefoy,
uno dei più grandi poeti francesi viventi, traduttore di Shakespeare, Donne, Keats, Yeats, Petrarca e Leopardi, ha compiuto studi fondamentali sulla poetica e sull’arte compresa fra il primo Rinascimento e l’epoca contemporanea.

Secondo Bonnefoy, la poesia ha la funzione di riportarci alla presenza delle persone e delle cose, dalle quali il pensiero astratto e concettuale ci ha allontanato, rendendoci tutti separati e isolati.


“Mi svegliai, era la casa natale,
la schiuma s’abbatteva sulla roccia,
non un uccello, solo il vento ad aprire e chiudere l’onda,
l’odore dell’orizzonte da ogni parte,
cenere, come se le colline celassero un fuoco
che altrove divorava un universo.”


Il pensiero è linguaggio. Il linguaggio che ci ha separato è lo stesso strumento che ci può riunire. Così, compito della poesia, attraverso il suo proprio linguaggio, – che recupera la nativa vicinanza delle parole alle cose, tipica dell’infanzia –, è riportarci alla finitudine della terra. Come l’aereo che ci ha innalzato al cielo è lo stesso che può riportarci a casa.

Il pensiero concettuale nato in Grecia, in Grecia, dopo Platone, è diventato metafisica: sogno di un mondo ideale, assoluto, immortale, al di la sopra della realtà. Quando è giunto a Roma, il pensiero è stato messo al servizio della finitudine della vita di tutti i giorni. Il pensiero concettuale è stato sollecitato a lavorare piuttosto sugli eventi terrestri così come vengono vissuti che non a tentare la fuga dal mondo verso una realtà superiore. Da pensiero metafisico, secondo Bonnefoy, è diventato pensiero morale, che serve a capire come vivere nella realtà, in questo luogo, in questo momento, in questa mortalità.

Ed è qui, che a suo modo di vedere, si verifica il ritorno della poesia.

Per sua natura, la poesia si nutre di una certa ambiguità. Da una parte la poesia non può impedire a se stessa di sognare, come la metafisica, e dall’altra, ogni volta sente di doversi rivolgere alla concretezza delle persone.

La grande ricchezza del Rinascimento è quella di riconciliare gli elementi ereditati dalla civiltà greca e da quella latina. Tutti abbiamo in noi il desiderio di sognare una realtà superiore a quella nella quale viviamo. Questo è ciò che ci attrae verso il tempio greco, verso le statue greche del V secolo avanti Cristo. Ma i grandi architetti del Rinascimento italiano differiscono profondamente dai grandi architetti greci perché essi ridanno forma all’edificio, quindi all’idealità, nel luogo vissuto, nel luogo dove si svolge la vita. E allora, sostiene Bonnefoy, occorre continuare a pensare a questa dualità se vogliamo affermarci nella poesia.

La poesia, come ogni forma di arte, sgorga dall’inconscio. Al surrealismo, con Andrè Breton, spetta il merito di aver rivalutato questo rapporto. La sua poesia ha una matrice psicologica molto forte. 

La psicanalisi, come scienza dell’inconscio, interessa anche noi poeti, dice Bonnefoy. Però la psicanalisi e’ troppo concettuale e non e’ in grado di farci arrivare alla verità più profonda delle nostre vite.

E’ lì, in questo spazio di mezzo, che interviene la poesia, con il suo linguaggio del quotidiano, con il suo ritorno alla percezione ravvicinata delle cose, a far da ponte tra la terra e il cielo.

La poesia galleggia tra il sogno e la realtà, perché dalla realtà assume il linguaggio concreto, con le sue pennellate di colore, e dal sogno la trasfigurazione delle immagini attraverso un’elaborazione pittorica, in grado di restituirci la forza delle emozioni originarie, che una descrizione letterale non potrebbe mai fornirci.



Da: Le assi curve, di Yves Bonnefoy, Mondadori , 2007

La poesia di Yves Bonnefoy è un dono ricevuto e offerto a chi la legge.
Yves Bonnefoy, nato nel 1923 a Tours, in Francia, con Wislawa Szymborska, Derek Walcott e Seamus Heaney, già premi Nobel per la Letteratura, e` uno dei maggiori poeti viventi del secondo Novecento. Le sue principali opere di poesia sono apparse presso alcuni dei maggiori editori italiani. Il suo volume Tutte le poesie è in preparazione, a cura di Fabio Scotto, nei Meridiani Mondadori. Per Bonnefoy compito del poeta è ritrovare la vicinanza nativa delle parole e delle cose, tipica dell’infanzia, cancellata dalle necessità della concettualizzazione intellettuale. Questo tema centrale è espresso dall’autore in numerosi scritti teorici, ma anche nella sua opera poetica, che si prefigura, dunque, come costante riflessione sul suo farsi poesia.
Abbiamo incontrato Yves Bonnefoy a Mantova in occasione del Festivaletteratura 2007 .

Bonnefoy, lei e’ autore di un’importante opera sia poetica che teorica. Da oltre Cinquant’anni in lei e’ strettissimo il legame tra poetica, indagine filosofica e pratica della traduzione.
Perché lei sostiene che vi è una forte affinità tra scienza e poesia?


“Diciamo che ho constatato che molti scienziati hanno ritenuto che la poesia potesse essere utile perché riduce il linguaggio concettuale all’essenzialità delle forme espressive.”

La sua e’ una poesia mistica e al tempo stesso antimetafisica. E allora, partendo da questo presupposto, come definirebbe la sua poesia?

“Una domanda molto vasta, molto difficile… soprattutto se si è distratti dallo spettacolo di Mantova che sta sotto di noi.
Diciamo che la poesia è, per me, rendere alle cose la loro natura di esserci, la loro presenza piena, trasgredendo quindi, il concettuale che invece li confina nella generalità dei concetti e quindi nelle astrazioni.

Per me la poesia è ridare vita agli aspetti della vita quotidiana. La poesia nasce come ci si sveglia al mattino. Il poeta non fa altro che continuare il sogno notturno. Il poeta verifica le informazioni che gli arrivano dall’inconscio che è una parte importante del nostro essere. Quindi, come vede, il lavoro del poeta è abbastanza passivo.”


Nei suoi saggi sulla poesia ricorre spesso la parola ‘finitudine’… Cosa c’e’ dietro questa parola? E che rapporto ha con il nostro bisogno di immagini?
“La finitudine è la cosa più semplice del mondo ma forse la più difficile da spiegare. Noi viviamo in un dato luogo, in un dato momento, circondati da persone mortali… sono questi i nostri limiti.”


Finitudine vuol dire anche che l’infinito e l’assoluto devono essere attestati nelle persone con la loro presenza?
“Finitudine e presenza sono per me la stessa cosa. Non intendo entrare nel mondo fisico o chimico di quelli che mi stanno intorno, ma nel loro pensiero.”


Nel corso della sua vita ha concentrato il suo interesse nello studio della civilta’ Greca, ma anche dell’arte e della poesia italiana, un paese che ha finito con il considerare la sua seconda patria. Perche’ questo interesse per l’Italia?
“Forse ciò che mi hanno portato i frequenti viaggi in Italia e in Grecia è la scoperta di opere di autori che si sono posti gli stessi problemi che mi pongo io nella poesia. Abbiamo bisogno di grandi opere per migliorare il rapporto con noi stessi. E in Grecia e in Italia ho letto opere che non conoscevo e così ho avuto la fortuna di approfondire il rapporto con me stesso.”


Lei ha conosciuto Andrè Breton, il padre del surrealismo. La sua poesia, ancora oggi, ha una matrice psicologica molto forte.
Qual e’ il legame per lei tra poesia e psicanalisi?
Il surrealismo effettivamente per me ha il merito di aver rivalutato l’inconscio. La virtù di Andrè Breton è quella di aver capito che la poesia nasce proprio da li’, dall’inconscio. La psicanalisi è una scienza che si interessa dell’inconscio ed è per questo che interessa anche noi poeti”. Però la psicanalisi e’ troppo concettuale e non e’ in grado di capire la profondità dell’inconscio, che e’ l’esperienza della nostra finitudine.

Dunque il poeta stabilisce con lo psicanalista un rapporto di sorveglianza reciproca.

Lo psicanalista deve verificare che noi non sostituiamo i sogni alla realta’, al rapporto con noi stessi, mentre invece il poeta ricorda allo psicanalista che la sua ricerca dell’inconscio scaturisce da un limite, la finitudine, e che per questo non è adatta ad esprimere la verita’ piu’ profonda delle nostra vita.”


Paul Celan. Molti critici hanno sostenuto che e’ il poeta a lei piu’ vicino. Condivide questa affermazione?
“L’esperienza personale di Paul Celan è molto diversa dalla mia. Lui è una vittima, io no. Celan, con la sua lingua, il tedesco, ha avuto un rapporto conflittuale, distruttivo. Celan al tedesco ha cercato di restituire la generalità, la verità antica. Io, invece, sono in pace con la mia lingua, il francese.”


A seguire, il dibattito che e’ scaturito dalla lettura integrale di Yves Bonnefoy e Fabio Scotto, de “La casa natale”, di Yves Bonnefoy, che si e’ svolto il 6 settembre del 2007, al Festivaletteratura di Mantova. (In: Le assi curve, di Yves Bonnefoy, Mondadori, 2007)


Domanda dal pubblico
“ Professor Bonnefoy, anche Gille Deleuze ha fatto un confronto tra Italia e Grecia. In particolare, Deleuze ha paragonato la situazione politica dell’Italia nel Rinascimento a quella della Grecia antica e ha detto che questa situazione ha fatto nascere in entrambi i casi, l’arte. A un certo punto Deleuze si e’ chiesto: ‘Ma perche’ la Filosofia e’ nata in Grecia e non in Italia?’ E Deleuze si e’ dato questa risposta… praticamente si e’ detto che entrambi, gli italiani e i greci, avevano una facolta’ immaginativa… vale a dire, che pensavano per immagini… ed e’ per questo che hanno creato molto dal punto di vista artistico. Quello che secondo Deleuze e’ mancato agli italiani e’, invece, ‘la facolta’ concettuale’, quindi il pensiero per concetti
Ora io vorrei chiederle:
Condivide il pensiero di Deleuze? E soprattutto vorrei sapere se, secondo lei, esiste una ‘facolta’ della poesia’, e, se c’e’, qual e’ la differenza tra la poesia in Italia e la poesia in Francia, sempre secondo questa ‘facolta’….”

Risposta di Yves Bonnefoy
“L’interrogativo che pone la poesia è la questione stessa del pensiero concettuale. Poesia e pensiero concettuale, infatti, sono intimamente legati da un rapporto reciproco di affetto e di diffidenza.
Il pensiero concettuale è nato in Grecia, ma subito è stato deviato dalla sua vocazione ‘terrestre’, dalla speculazione platonica degli agnostici che ha cercato di costruire una realtà superiore, ideale, attraverso i mezzi intellegibili della conoscenza nella quale il mondo si dissipa. E allora, per la poesia la questione fondamentale e’ : ‘Si ha diritto di lasciare così il luogo terrestre?
Evidentemente la poesia è essa stessa tentata ad un certo punto, dalla speculazione metafisica. Cioè un mondo in cui la forma sembra prendere la nostra realtà nelle sue mani per trasportarci altrove, ma è a questo punto che interviene la civiltà latina. A me sembra che l’essere al mondo che prende forma nella società romana, sia profondamente diverso. Perché nella sua esperienza iniziale, almeno, c’è questa città, Roma, intorno alla quale si combatte per prendere possesso del mondo. Il pensiero concettuale non è estraneo ai romani, ai latini, ma è a Roma che il pensiero concettuale è sollecitato a lavorare piuttosto sugli eventi terrestri così come vengono vissuti che non a tentare la fuga dal mondo verso una realtà superiore o che sembra tale, che è solamente un sogno… E qui si verifica, a mio modo di vedere, il ritorno della poesia.


“Diciamo che per me la poesia è restituire alle cose, fra le quali viviamo, e agli esseri con cui viviamo, la pienezza della loro presenza a se stessi. Liberare, ‘sbarazzare’ la figura dell’altro, per così dire, dagli orpelli concettuali, rendere loro la presenza immediata. Ciò significa sapere che viviamo in un luogo e in un momento preciso, nella nostra solitudine, che viviamo nella finitudine. Significa, inevitabilmente, concentrarsi sull’esistenza particolare di ciascuno di noi. Dicevamo, poco fa, che la filosofia – e altri l’hanno detto – che la filosofia è stata greca e che la latinità non è stata filosofica. In effetti a me sembra che ciò che avviene nel movimento dalla Grecia verso Roma sia piuttosto una trasformazione del bisogno di pensiero. Non più come desiderio di formulare una realtà che sia nella sua essenza propria e superiore, piuttosto, il bisogno di capire come vivere nella realtà, in questo luogo, in questo momento, in questa mortalità.

Lo chiamerei un passaggio dalla metafisica alla morale, un passaggio che ha conosciuto il suo massimo sviluppo nella civiltà ellenistica tardiva, è un passaggio che equivale a una riflessione morale. Io mi incammino verso questa idea della poesia.

Sono profondamente interessato al pensiero latino perché mi sembra che esso realizzi la realtà della finitudine, la realtà dell’essere incarnato nel suo luogo e nel suo tempo. In questo pensiero, credo, si trovi il progetto stesso della poesia. Ma questo non equivale a dire che sia più facile esser poeta in lingua romana, in lingua latina, che non in lingua greca. Perché la poesia si nutre di una certa ambiguita’. Da una parte la poesia non può impedire a se stessa di sognare, come la metafisica, e dall’altra, ogni volta sente di doversi rivolgere alla concretezza delle persone.

La poesia si trova, quindi, tra i due termini di questa dialettica. Credo che questa ambiguità sia stata la causa profonda del Rinascimento italiano. Gli italiani del Rinascimento hanno percepito la natura speculativa e metafisica della forma e hanno preso, hanno ereditato, la forma dall’arte greca e hanno reincarnato questa speculazione nella pratica della forma vissuta. I grandi architetti del Rinascimento italiano differiscono profondamente dai grandi architetti greci perché essi ridanno forma all’edificio, quindi all’idealità, nel luogo vissuto, nel luogo dove si svolge la vita.

E questa riflessione sul luogo vissuto che schiude la prospettiva fiorentina che sembra allontanarci dal mondo e che ricostruisce allo stesso tempo il luogo nel quale ci troviamo. La grande ricchezza del Rinascimento è quella di riconciliare gli elementi ereditati dalla civiltà greca e da quella latina. E allora io penso che dobbiamo continuare a pensare a questa dualità se vogliamo affermarci nella poesia.

Credo, dunque, che il dovere della poesia e la sua unica possibilità di continuare a esistere, sia di stabilirsi in questa ‘dualità’, di comprendere la duplice tentazione della forma metafisica e della forma incarnata. E da qui creare uno sguardo d’osservazione della realtà nelle circostanze presenti. Questo per me, è il compito della poesia. Necessariamente la poesia si occupa della nostra grande eredità dialettica, della nostra eredità greco-romana.

Per quanto riguarda la domanda relativa al rapporto tra poesia contemporanea francese e italiana…
Mi dispiace che letteratura francese di oggi si preoccupi troppo, a mio avviso, del linguaggio, della lingua in quanto tale, cioè del suo funzionamento interno, senza invece porsi a sufficienza il problema della relazione che esiste fra la parola e il mondo, perché questo nesso è più del mero linguaggio. Mi sembra, invece, che in Italia attualmente la poesia si lasci meno imprigionare nel fascino del funzionamento interno della lingua, e questo è qualcosa che apprezzo. Credo che il vero futuro della poesia di tutta Europa passi oggi per un confronto incessante tra le diverse esperienze poetiche dei diversi luoghi. In altre parole, credo che la poesia passi per l’attività della traduzione. In una certa misura l’invenzione poetica si trasferisce alla riflessione del traduttore che diventa poeta, che prende coscienza dell’argomento e di come vivono le diverse società.”




Bibliografia Sintetica di Yves Bonnefoy
Un sogno fatto a Mantova, Sellerio, 1979
L’Improbabile, Sellerio, 1982
L’impossibile e la libertà. Saggio su Rimbaud, Marietti, 1988
Lo sguardo per iscritto. Saggi sull’arte del Novecento, Le Lettere, 2000
Trattato del pianista, Archinto, 2000
Seguendo un fuoco. Poesie scelte 1953-2001, Crocetti, 2003
Osservazioni sullo sguardo, Donzelli, 2003
Il disordine. Frammenti, San Marco dei Giustiniani, 2004
L’Entroterra, Donzelli, 2004
Ieri deserto regnante seguito da Pietra scritta, Guanda, 2005
La civiltà delle immagini. Pittori e poeti d’Italia, Donzelli, 2005
La comunità dei traduttori, Sellerio, 2005
Terre intraviste. Poesie 1953-2006, Edizioni del Leone, 2006
Goya, le pitture nere, Donzelli, 2006
Poesia e Università, Piero Manni, 2006
Rome: 1630, Aragno, 2006
Le assi curve, Mondadori, 2007 (settembre)


 

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