Potere e spiritualità

 

E’ la figura sfuocata di un papa vecchio, minuto. Troppo spesso stonato con un mondo che non capisce, che gli sfugge di mano, che sembra interessarlo poco. In cinque anni di pontificato, Benedetto XVI ha spinto la sua Chiesa verso un regno che non c'è più. Ha voltato le spalle alle grandi questioni della modernità. Ha deluso milioni di cattolici. Per accarezzare l'intelligenza di pochi che cercano nella sua teologia antica una cintura di salvataggio dal mondo. Le lacrime di Malta raccontano anche questo, non solo il suo dolore per la «Chiesa peccatrice». Perché, mentre Benedetto celebra, e a volte lo fa, le sue messe in latino voltando fisicamente le spalle ai fedeli, la Chiesa universale si sfrangia umiliata dallo scandalo dei preti pedofili, assordata dalle troppe voci dissonanti dell'Africa che non riesce a chiedere il celibato ai suoi preti, dei giovani disorientati da una morale sessuale incongrua, dei vescovi europei lacerati da un magistero che pende verso i lefevriani e ignora il dialogo coi luterani. E sono in molti ormai a parlare apertamente di un travaglio che rischia di non ricomporsi. Tra di loro anche il teologo Vito Mancuso, professore all'Università Vita-Salute di Milano, che se lo spiega così.

  1. Professor Mancuso, il pontificato di Benedetto XVI è al centro di una bufera che ha portato allo scoperto una crisi d'identità senza precedenti, almeno nel nostro tempo. Perché? E con quali conseguenze?

«Questo travaglio legato allo scandalo della pedofilia è qualcosa di unico nella storia della Chiesa, almeno negli ultimi 200 anni. Un pericolo così grande di perdita di credibilità non c'è mai stato, la statura morale del pontefice non è mai stata così compromessa. Ed è quella che conta, che àncora le anime dei fedeli. E dà forza, per parafrasare Stalin, alle divisioni del papa».


  1. Perché è esplosa proprio oggi?


«Perché non si poteva più tacere, occultare, insabbiare. È stato monsignor Stephan Ackermann, vescovo di Treviri, responsabile della Conferenza episcopale tedesca a usare le parole "occultamento" e "insabbiamento"; e André-Mutien Léonard, vescovo di Bruxelles e primate del Belgio, ha parlato di "colpevole silenzio". Un silenzio posto dalla lettera dell'allora cardinale Joseph Ratzinger nel 1991 con la quale si è coperto lo scandalo. È vero che le decisioni prese in i questi giorni sono ineccepibili, ma drammaticamente tardive».


  1. Lo scandalo ha detonato una crisi più profonda o si chiude in se stesso?


«Certamente è in corso un conflitto enorme. Noi dobbiamo capire qual è la stagione storica in cui si colloca il pontificato di Benedetto XVI: quella del Concilio Vaticano II, celebrato tra il 1962 e il 1965. Il Concilio ha posto le premesse per chiudere quattro secoli di Controriforma, secoli nei quali l'identità cattolica si concepiva in contrapposizione al mondo lasciando fuori le idee nuove e le esperienze dei fedeli, e aprire il tempo della Riforma, durante la quale l'identità cattolica si costruisce col mondo, con la vita reale delle persone.

Per valutare l'opera di Benedetto XVI bisogna partire da qui, dal criterio oggettivo che lui stesso ha indicato quando ha detto che l'orientamento del suo pontificato sarebbe stata la realizzazione del Vaticano II, che egli ha definito la bussola per orientarsi nel Terzo millennio. Ma, se questo è il criterio oggettivo, non mi pare che il bilancio del pontificato sia entusiasmante. E i dati indicano la progressiva perdita di fiducia dei fedeli: in Germania un cattolico su quattro sta pensando di lasciare la Chiesa. Lo stesso crollo si ha negli Usa. Benedetto è il pontefice di una Chiesa che sta diventando un club per pochi».


  1. Quali sono stati gli errori più gravi del suo pontificato?


«Pensiamo al rapporto con le altre religioni: è un fronte strategico. Oggi il papa è chiamato soprattutto a essere un grande maestro di spiritualità: il nostro mondo ne ha bisogno per unire, armonizzare le religioni e favorire la pace. È invece sotto gli occhi di tutti come, nei cinque anni di pontificato di Ratzinger, il rapporto con l'Islam non abbia fatto passi avanti. Come le relazioni con gli ebrei siano peggiorate: non passa giorno che non se ne abbiano segni concreti. Infine, è significativo che il papa non abbia mai incontrato il Dalai Lama, che è venuto in questi anni due volte a Roma e che Giovanni Paolo II aveva incontrato nove volte. Si usa dire che questo è accaduto per evitare persecuzioni dei cattolici in Cina, ma delle due l'una: o Giovanni Paolo era uno sprovveduto e ha esposto i fedeli cinesi, o Benedetto prova un profondo disagio nei confronti di un vero dialogo interreligioso».


  1. Hans Kung chiede un concilio Vaticano III: per che fare?


«Per attuare il Vaticano II. Ma perché diciamo Vaticano III? Non potrebbe essere Kinshasa o Rio I?».


  1. Ovunque si celebri, concretamente a cosa servirebbe?


«A cambiare il governo della Chiesa e far sì che la monarchia medioevale, tridentina, accentrata sul pontefice possa essere superata da un effettivo potere delle conferenze episcopali. Mimetico a come era il collegio degli Apostoli dove Pietro era sì il primo, ma Paolo si poteva opporre frontalmente».


  1. E chi è oggi Paolo?


«Non c'è. E questo è stato il grande limite del pontificato di Giovanni Paolo II che ha selezionato la dirigenza della Chiesa sulla base della fedeltà a lui stesso e a Roma. Così non ci sono voci forti e nuove che chiedano l'apertura al mondo».


  1. Per questo viene da chiedersi: cosa cambierebbe un nuovo Concilio?


«Quando gli uomini sono isolati fanno fatica a esprimere opinioni divergenti rispetto alla dottrina ufficiale; sentono il disagio ma da soli non riescono a uscire allo scoperto. L'evento collegiale permette al disagio di esprimersi. E ai singoli di parlare senza essere tacciati di eresia, di apostasia. Questo è il problema della Chiesa: ogni minimo dissenso appare un tradimento, e il Concilio è invece il luogo dove il dissenso si può esprimere».


  1. Suggerisce che la maggioranza dei Cattolici oggi non si riconosce più nel magistero?


«L'anima cattolica nel nostro tempo è divisa. Il problema di fondo è il rapporto tra la fede cristiana e il mondo come ha cominciato a delinearsi a partire dall'epoca moderna. Bisogna tornare al 17 febbraio del 1600».


  1. È un po' lontano.


«Ma è il giorno del rogo di Giordano Bruno, l'inizio ideale della chiusura che ci angustia oggi.

L'inizio del tempo nel quale la Chiesa ha chiuso la porta alle idee nuove. Il Concilio Vaticano II ha invertito la rotta aprendo alle possibilità introdotte dal progresso politico-sociale e scientifico.

Così oggi i cattolici sono divisi tra:


innovatori: coloro i quali capiscono che il dettato dottrinale è contrario allo spirito dei tempi, e chiedono che sia rivisto scegliendo come ultima voce guida l'esperienza che essi fanno nelle loro vite

e

conservatori: coloro i quali, invece, vogliono che siano le acquisizioni dottrinali accumulate nei secoli a guidare l'azione, e si pongono in un'eroica contrapposizione col mondo.


Ecco: Benedetto XVI è incapace di vedere che l'anima cattolica si compone di queste due dimensioni».


  1. Sta parlando di uno scisma?


«Lo scisma nasce da qui, Benedetto è il papa che legittima unicamente la linea conservatrice. E non è questo che un pontefice dovrebbe fare».


  1. Il governo della Chiesa, il dialogo interreligioso sono temi gravi, ma ciò che viene continuamente al pettine è l'incongruità della morale sessuale della Chiesa. Sulla quale, però, il Concilio ha taciuto.


«Il grande limite di Paolo VI nella conduzione del Vaticano II fu di togliere all'assise conciliare la materia, la facoltà di esprimersi al riguardo. Mentre la morale sessuale è grande parte del magistero della Chiesa. Forse papa Montini aveva il concretissimo timore che lo strappo dalla tradizione sarebbe stato troppo forte e devastante. Comunque sia egli lo eliminò dall'agenda del Concilio e convocò una commissione di esperti per decidere sulla contraccezione. Ma quando giunsero i risultati che erano a favore dell'uso del preservativo, li mise da parte».


  1. Non solo: promulgò l'Humanae Vitae nella quale negava la liceità della contraccezione. Siamo ancora lì?


«Oggi la Chiesa Cattolica ha una teologia rinnovata per quanto riguarda la dottrina sociale e, in merito all'economia, alla finanza, ai temi dell'immigrazione riesce a essere un'effettiva maestra di umanità. Ma ha una teologia arretrata in materia di morale individuale. Così quando parla di sessualità non riesce a interpretare lo spirito dei nostri tempi, e non riesce a essere maestra neppure per gli stessi cattolici».


  1. Esiste una questione femminile nella Chiesa?


«Certo che sì. E attualizza quanto dicevo prima. Ormai è evidente che le donne sono protagoniste, nella politica, nel mondo del lavoro, persino nei carabinieri. La Chiesa Cattolica si segnala come eccezione a riguardo. E così non riesce a parlare ai nostri tempi: la sensibilità femminile potrebbe provocare una rivoluzione epocale, porterebbe aria fresca. Ma non solo: lasciando fuori le donne la Chiesa è infedele a Gesù che, contrariamente alla prassi rabbinica del tempo, privilegiava enormemente le donne. Il Vangelo dì Luca dice che con Lui c'erano non solo i 12, ma molte donne, in un concilio apostolico misto. E sono state le donne a vederlo per prime risorto. Nell’escluderle la Chiesa Cattolica ha tradito il suo fondatore».


  1. La Chiesa si è costruita come un mondo senza donne, e con pastori celibi. Esiste un nesso tra celibato e pedofilia?


«È difficile pensare che non ci sia. D'altro lato è ingiusto ridurre tutto a quello. Le statistiche dicono che la gran parte dei pedofili agisce tra le mura domestiche, uomini sposati. Sul celibato, invece, occorre dire qualcosa di più concreto: serve? O piuttosto aggrava una situazione di crisi delle vocazioni che scarica sui preti un superlavoro che non fa bene a nessuno? Mancano i sacerdoti e si accorpano le parrocchie che arrivano a servire anche 30 mila persone. Il prete può in questo modo esercitare il suo ministero che dovrebbe essere quello della cura dei singoli? Ovviamente no. Guardando queste cose, si dovrebbero prendere decisioni che hanno a cuore il vero bene della Chiesa».


  1. In questa prospettiva, la vicinanza con le chiese riformate è enorme.


«E non bisognerebbe arrivare proprio a quello? Non bisognerebbe arrivare all'unità assumendo nella nostra prospettiva ciò che di buono le chiese protestanti hanno fatto? E viceversa. Io credo che la figura del papa sia quanto mai importante nel nostro mondo, che ci sia bisogno di una figura di sintesi che garantisca l'unità; e il mondo protestante, afflitto dal proliferare continuo di nuove

chiese, avrebbe tutto da guadagnare in una figura di questo genere. Non bisogna aver paura».

2. IL POTERE E IL VANGELO

E’ dalla donazione di Costantino che la Chiesa si dibatte Tra l’attuazione del messaggio di Cristo e la difesa del potere temporale.


di EUGENIO SCALFARI,

ARTICOLO TRATTO DA “L’ESPRESSO” DEL 29 APRILE 2010

Molti specialisti di Vaticano e di Chiesa hanno commentato i cinque anni di pontificato di Benedetto XVI il cui anniversario è ricorso il 19 aprile. Io non sono uno specialista di questioni vaticane né ecclesiastiche. È tuttavia evidente che la storia di un'istituzione bimillenaria di dimensioni mondiali interessa tutti ed i laici in modo speciale. Perciò sono anch'io partecipe di questo interesse e mi varrò, per introdurre i miei ragionamenti, delle parole del cardinale Carlo Maria Martini, al quale mi sento da tempo legato da sentimenti di grande considerazione. Le pronunciò in un discorso all'Istituto delle Scuole Cristiane a Roma il 3 maggio del 2007. Disse così: «A volte sembra possibile immaginare che non tutti stiamo vivendo nello stesso periodo storico. Alcuni è come se stessero ancora vivendo nel tempo del Concilio di Trento, altri in quello del Concilio Vaticano I. Alcuni hanno bene assimilato il Concilio Vaticano II, altri molto meno, altri ancora sono decisamente proiettati nel terzo millennio. Non siamo tutti veri contemporanei e questo ha sempre rappresentato un grande fardello per la Chiesa e richiede moltissima pazienza e discernimento».

La diagnosi di Martini - uno dei principi della Chiesa la cui lealtà verso Benedetto XVI fu determinante nel Conclave che lo insediò al vertice della cattolicità - mi ha dato materia di ampia riflessione. La terapia proposta da Martini è «pazienza e discernimento». Sono due parole generiche oppure contengono un profondo significato? Per comprenderne il senso m'è venuto alla mente il breve racconto che il cardinale mi fece in uno degli incontri che ho avuto con lui nel suo ritiro di Gallarate. Mi raccontò (l'ho già riferito a suo tempo) che nell'intervento da lui stesso pronunciato all'apertura del Conclave prima che le votazioni avessero inizio, ricordò ai suoi colleghi che compito del Conclave era

l'elezione del Vescovo di Roma che in quanto tale avrebbe regnato sulla Chiesa come Pietro, vicario in terra del Signore. La prima e principale missione dei Vescovi della Chiesa apostolica è quella infatti di parlare alle genti proseguendo la predicazione evangelica e diffondendo la parola di Cristo. La missione pastorale. L'istituzione costituisce una sorta di guaina amministrativa, organizzativa, diplomatica, che custodisce il prezioso contenuto di quella predicazione. Detto più semplicemente: l'azione pastorale dei Vescovi è il fine, l'istituzione è il mezzo. Il fine deve sopravanzare il mezzo condizionandone l'azione e spetta al Vescovo di Roma mantenere la primazia del fine rispetto al mezzo.

Questa concezione tuttavia non ha quasi mai corrisposto alla realtà storica. La missione pastorale della Chiesa è sempre stata intensa e portatrice di frutti spirituali ed etici, ma la sopravvivenza e il rafforzamento dell'istituzione sono diventate, fin dai primi secoli, la preoccupazione dominante di quella che si chiamò la gerarchia ecclesiastica. «Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre», scrive Dante quando nella "Commedia" affronta questo delicatissimo argomento. La donazione di Costantino fu il primo atto (vero o supposto importa poco) che dette base temporale al Papato e costituì il suo potere. Da allora la logica del potere è diventata il centro della Chiesa di Roma determinandone le scelte e relegando la missione pastorale in una posizione secondaria. Benedetto, Francesco d'Assisi, Gioacchino da Fiore, Antonio, Domenico e tutti i grandi santi che fondarono ordini mendicanti, concentrati nella predicazione o nella contemplazione e nella preghiera, conobbero le asperità di quel percorso e della convivenza con la gerarchia. I Papi furono innanzitutto i capi della gerarchia, i Vescovi si conformarono a quella prassi salvo casi sempre più rari. Il Concilio tridentino dette forma moderna e funzionale alla Chiesa dentro la quale il brivido mistico diventò sempre più raro, la spinta verso la povertà sempre più sospetta, l'afflato comunitario sempre più fievole e i vizi propri del potere sempre più diffusi. Il Vaticano II ha rappresentato l'estremo tentativo di considerare il messaggio cristiano come un lievito da inserire nella cultura moderna, in una concezione pluralistica della società che preservasse la dignità della persona indipendentemente dalla sua fede religiosa. I diritti e i doveri della persona, la sua libertà, la sua responsabilità, la radice morale e l'amore del prossimo a confronto con l'egoismo e con la volontà di potenza. Questa visione metteva in discussione la gerarchia e il primato dell'istituzione. Perciò il Vaticano II fu dapprima frenato e poi reinterpretato; gli episcopati ricondotti entro la guida della gerarchia, gli equilibri ristabiliti all'insegna della continuità.

Il quinquennio di Benedetto XVI ha avuto finora questo significato. Lo scandalo dei preti pedofili è stato affrontato dal Papa con apprezzabile anche se tardiva severità; ma non ha inciso sul tema di fondo e non ha proposto la domanda decisiva: la Chiesa è il luogo dove si attua il messaggio di Cristo o dove si amministra in suo nome il potere della gerarchia?


1. SCACCO AL PAPA

Lo scandalo pedofilia. La linea troppo conservatrice del pontefice. La perdita di fiducia dei fedeli. La chiusura alle donne. La chiesa cattolica attraversa una crisi profonda.

Parola di teologo.

Colloquio con VITO MANCUSO



di Daniela Minerva

ARTICOLO TRATTO DA “L’ESPRESSO” DEL 29 APRILE 2010

CRISTO, CRISTIANI E POVERI CRISTI


Ma che c'entra Gesù con la Chiesa? Anzi con le varie Chiese

nate in suo nome? Yehoshua ben Yosef- il vero nome

di questo ebreo sovversivo - avrebbe certamente ripudiato

tutti i suoi sedicenti seguaci, che con tanto zelo hanno usato

il suo nome per costruire strutture di potere, hanno

perpetrato e tollerato ingiustizie, hanno trasformato

un messaggio libero e libertario in dogma.


FABRIZIO TASSI


San Pietro ha le chiavi del paradiso alla cintura, i sandali da francescano e la faccia di un assiduo frequentatore di osterie. Parla al telefono con l'aldiquà. Il buon Dio attende il responso, con la fronte corrucciata e il mondo sulle ginocchia, davanti a una schiera di angeli-donne discinte. «Padre, laggiù congiurano contro il popolo e la fede». «Ma che diamine fanno?». «Un altro papa!». Firmato: L'Asino (sottotitolo: «E’ il popolo utile paziente e bastonato»), settimanale di rara ferocia anticlericale. Era il 2 agosto 1903, e quel disegno in prima pagina era opera di Gabriele Galantara (un talentacelo irriverente), così come quello del 20 marzo 1910, La Passione di Cristo, che raffigura Gesù inchiodato alla croce da un prete: lui ascetico, emaciato, vagamente annoiato; l'altro grasso e un po' laido (un po' tanto), impegnato a fissare saldamente i piedi al legno, per evitare che «se ne serva contro di noi». Quelli erano anche gli anni di Giuseppe Scalarmi, disegnatore satirico e socialista, che subì censure, persecuzioni, arresti, pestaggi (uno con olio di ricino), e che sull’Avanti! del 22 novembre 1917 disegnava un Gesù imperioso, statuario, con il sol dell'avvenire al posto dell'aureola (falce e martello invece della corona di spine), che scacciava con la sua luce un'ombra armata di pugnale a forma di croce: «Tu mi volevi morto, ma ecco son vivente».

Trovate goliardiche e manifesti politici fondati sulla mitologia del «Gesù primo socialista», quello che praticava la povertà, predicava la comunione dei beni e proclamava la necessità di farsi servi dei propri fratelli. Quello che, come ricordava Voltaire, «non rivelò il mistero della sua incarnazione, non disse mai di essere nato da una vergine, non istituì alcuna gerarchia ecclesiastica e nascose ai suoi contemporanei di essere figlio di Dio». O almeno così sembrano dire i Vangeli (tenendo conto delle 30 mila discrepanze che già John Mill nel 1707 aveva individuato tra manoscritti, testimonianze e citazioni patristiche, variazioni che oggi - con quasi 6 mila fonti a disposizione, tra frammenti e libri interi – vengono quantificate dalle 200 mila in su). «Il mio regno non è di questo mondo!», sosteneva Yehoshua ben Yosef - ogni tanto andrebbe ricordato il nome vero di questo ebreo sovversivo - che non poteva immaginare con quanta dedizione e creatività i suoi eredi legittimi (?) si sarebbero impegnati per regnare sul pianeta (a fin di bene, s'intende), dalla Donazione di Costantino (con cui la Chiesa ereditò l'impero romano, una truffa che neanche Totò...) alla «Missio sui iuris» delle Isole Cayman (fa capo direttamente alla Santa Sede, ha un solo sacerdote per 5 mila anime, ma vanta molti movimenti di denaro, come ci ricorda Claudio Rendina nel suo I peccati del Vaticano, Newton Compton, 2010).

Yehoshua l'anarchico

Hai voglia a dire che Cristo andrebbe liberato dal cristianesimo, come sosteneva buon ultimo anche Jacques Ellul (1912-1994), pastore protestante, giurista, saggista, partito da Marx e approdato all'ecologismo radicale, di cui Elèuthera ha appena riedito Anarchia e cristianesimo (1988). Nella prefazione al testo, uscito in Italia per la prima volta nel '93, lo storico Mimmo Franzinelli citava proprio una vignetta dell''Asino, in cui un ascetico Cristo viene consegnato ai carabinieri da panciuti ecclesiastici. Un modo come un altro per dire, con Ellul, che Gesù c'entra pochissimo con le varie Chiese nate nel suo nome, «che hanno fatto del conformismo una virtù, hanno tollerato le ingiustizie sociali e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, hanno trasformato un messaggio libero e libertario in una morale». In questo tentativo, forse un po' naif ma appassionato, di conciliare l'inconciliabile, Ellul si appellava alle parole di Gesù: «"Io sono la Verità...". Dunque la verità non è un insieme di dogmi, né le decisioni di papi e concili, né una dottrina e neppure la Bibbia. La verità è una persona! Non si tratta dunque di aderire a una dottrina cristiana, si tratta di dare fiducia a una persona che parla». La Bibbia come «fonte di anarchia»? La suggestione è azzardata, rna di materia ce n'è, a partire da un Dio che si autolimita e lascia il campo al «settimo giorno» dell'uomo, proseguendo con una storia ebraica in cui il potere dei re (un compromesso tardivo) è bilanciato dal contropotere dei profeti (non clericale), proseguendo col pessimismo politico dell'Ecclesiaste («L'uomo domina sull'altro uomo per renderlo infelice»). Poi si arriva al Nuovo Testamento, e le tentazioni di Gesù nel deserto ci aiutano a capire che la potenza e la gloria appartengono al diavolo, ovvero «colui che divide». Gesù «spoliticizza» la realtà? Forse, ma non la «desocializza», «non consiglia di uscire dalla società e di andare nel deserto, ma di restarvi costituendo comunità che ubbidiscano ad altre regole, ad altri leggi». Regole che già a «una lettura ingenua della Bibbia» non sembrano coincidere, se non vagamente, con la dottrina sociale della Chiesa, figu130 riamoci con quelle di entità tipo l'Opus Dei (vedi Dentro l'Opus Dei, Chiarelettere, 2009, dell'ex numeraria Emanuela Provera, che è rimasta cattolica ma si chiede come la Chiesa possa accettare istituzioni che manipolano le persone e approfittano anche dei loro denari). Il cristianesimo come «dottrina della libertà»? Bisognerebbe «cancellare duemila anni di errori cristiani», dice Ellul, di false testimonianze, di appropriazioni indebite. E la cosa in effetti ci solletica, oggi, nel 2010 d.C., mentre ci ritroviamo a osservare con sgomento la rivincita americana degli evangelici e protestanti duri e puri, orfani di Bush, tra le file del Tea Party, che oltre a meno tasse e meno socialismo (?) chiedono un rilancio della fede nella vita pubblica (nel libro The Whites of Their Eyes, Jill Lepore, docente ad Harvard e collaboratrice del New Yorker, racconta la saldatura in questo movimento tra fondamentalismo cristiano e fondamentalismo costituzionale, in cui i padri fondatori diventano profeti ispirati da Dio e la Costituzione americana una sorta di testo sacro di un immaginario paese che sarebbe cristiano fin dalla sua fondazione). Mentre ci ritroviamo in Italia a difendere coi denti princìpi elementari come la libertà di coscienza, davanti a scelte che riguardano la (nostra!) vita, la morte, l'amore, e larga parte del Vaticano si ostina a pretendere che la morale (cristiana, ma non «di Cristo») diventi legge, e quindi moralismo, ipocrisia, ubbidienza, aprendo la via ai Giovanardi di turno (per cui «scienza e biotecnologie possono togliere ai figli il diritto di nascere all'interno di una comunità d'amore con identità certa paterna e materna») e anche ai Sacconi (secondo cui «le politiche pubbliche con benefici fiscali sono tarate sulla famiglia naturale fondata sul matrimonio e orientata alla procreazione»). Chissà cosa ne penserebbe Yehoshua del Forum delle famiglie. Gli studiosi concordano nel ritenere che la predicazione di Cristo rompesse con Y ethos familiare del tempo, e gli Atti apocrifi parlano apertamente «di un nuovo modo di vedere le cose e vivere nel mondo, di un'esistenza umana non più radicata nei "valori familiari"» (B. Ehrman, I Cristianesimi perduti, Carocci, 2005). D'altra parte perfino l'anticristico Nietzsche, partendo da tutt'altra posizione, sosteneva che «è esistito un solo cristiano e questi morì sulla croce» («Gesù un "libero spirito" - egli non sa che farsene di tutto quanto è immutabile: la parola uccide, tutto ciò che è immutabile uccide. L'esperienza "vita", la sola che egli conosca, si oppone per lui a ogni specie di formula, di legge, di credenza, di dogma. Egli parla semplicemente di ciò che è più interiore. [...] Questo lieto messaggero morì come visse, come aveva insegnato, non per "redimere gli uomini", ma per indicare come si deve vivere. [...] Il cristiano agisce, si distingue mediante un agire diverso»).

Ellul, scommettendo su una Bibbia «libertaria», citava Murray Bookchin e Johan Blumhardt, fra' Dolcino e gli anabattisti, Charles de Foucault e Soren Kierkegaard (che sottolineava il carattere antiautoritario del cristianesimo). Mentre a noi capita di pensare a quegli «gnostici» (termine

improprio, come tutti quelli appiccicati a posteriori) che sostenevano la «vera fratellanza cristiana» contro la «finta Chiesa», facendo dire al Cristo (nell'Apocalisse di Pietro): «Coloro che chiamano se stessi vescovo, e anche diacono, come se avessero ricevuto la loro autorità da Dio», in realtà sono «canali senz'acqua» (e definivano «fede degli sciocchi» la resurrezione intesa letteralmente, invece che come rinascita interiore). Oppure ci capita di pensare a quel libro (Furiosa turba, Edizioni Biblioteca Francescana, 2006) in cui Remo Cacitti racconta la storia misconosciuta dei circoncellioni, cristiani anti-sistema e anti-gerarchie, che nel IV secolo, in Africa, provocarono «una temibile sollevazione popolare contro il potere romano e la sua "cinghia di trasmissione", il clero cattolico»: sognavano un «nuovo ordine sociale» (tra le altre cose, proponevano il «sovvertimento del rapporto schiavo-padrone»), contestando la sovrapposizione tra Regno di Cristo e Regno di Cesare.

E la Chiesa scelse t'impero

In fin dei conti, la questione è ancora e sempre tutta lì, in quel tempo (funesto) in cui il cristianesimo si convertì a Costantino (e non viceversa), trasformando i cristiani da perseguitati a persecutori, appaltando l'annuncio del Vangelo alla politica imperiale (in tutte le forme che questa avrebbe assunto nei secoli) e imponendo all'Occidente la logica dell'ortodossia, della verità unica da difendere contro gli «eretici» e i «relativisti» pagani, il che rendeva necessaria una gerarchia, una dottrina, un credo esclusivo (non inclusivo), un canone di Sacre Scritture, un patto di collaborazione con il potere in ogni sua forma, purché si dichiarasse cristiano (quanto «male» si può tollerare per un po' di «bene», foss anche un bel po'?). Ci continuano a raccontare la storia di Pietro e della prima pietra (i primi seguaci di Gesù erano ebrei apocalittici che aspettavano l'intervento di Dio per distruggere definitivamente le forze del male), della successione apostolica (bugiardi e malfattori compresi?), della Chiesa primitiva unita e concorde, come se non fossero state scritte ormai decine e decine di opere che smentiscono la mitologia ecclesiale e confermano che Yehoshua-Yoshua-Jeshu non aveva nessuna intenzione di fondare una nuova religione, figuriamoci quel gigantesco equivoco che si rivelerà la Chiesa cattolica. Oggi sappiamo dei tanti cristianesimi in concorrenza in quel tempo lontano, perfino dei numerosi vangeli in circolazione, testi che continuano a suscitare dibattiti furibondi tra gli addetti ai lavori, a partire dal Vangelo di Tommaso, rinvenuto a Nag Hammadi nel 1945, in cui Gesù non esorta a credere ciecamente in lui, ma insiste sulla ricerca individuale e la conoscenza di se stessi, facendosi beffe di coloro che cercano il Regno di Dio nel mondo ultraterreno (il Libro segreto di Giacomo arriva a suggerire ai suoi apostoli non di seguirlo, ma di superarlo). E sia chiaro che a quei tempi non esistevano «eretici», secondo la terminologia usata successivamente da chi ha creato l'apparato della Chiesa, a partire da quell'Ireneo che stabilì quali erano i vangeli autentici (i più utili a una certa idea di Chiesa e cristianesimo: «un solo Dio, un solo vescovo» e quindi anche un solo imperatore, un solo padre-padrone, un solo «uomo della provvidenza» chiunque esso sia) inventandosi la balla degli evangelisti testimoni oculari. Certo, si può sempre pensare che il fine giustifichi i mezzi e che la Provvidenza scelga strade tortuose, a volte ironiche e altre tragiche, per far vincere la verità, in una storia in cui convivono il sanguinario imperatore Costantino e le isole Cayman, il ministro Giovanardi e i massacri degli indios. D'altra parte papa Ratzinger ci ha spiegato, nel maggio 2007, in Brasile, che «il ricordo di un passato glorioso non può ignorare le ombre» (ombre?) ma che «la doverosa menzione di tali crimini ingiustificabili non deve impedire di prender atto con gratitudine dell'opera meravigliosa compiuta dalla grazia divina tra quelle popolazioni nel corso dei secoli» (gratitudine?); chissà come mai non riusciamo a essere grati pensando a quegli indios bruciati vivi in gruppi di 13, in onore del redentore e degli apostoli, di cui scriveva il vescovo Bartolomeo de Las Casas. Ma ci piace anche immaginare che altri vangeli e altri cristianesimi avrebbero percorso strade diverse, senza per questo impedire che si sviluppasse quella società occidentale dei diritti e delle libertà di cui oggi la Chiesa si sente ispiratrice principale, nonostante l'abbia contrastata in ogni modo fino a ieri l'altro, sotto forma di pericolo modernista, e nonostante appaia ancora fedele al motto del cardinale Bellarmino: «Se anche il papa errasse comandando dei vizi e proibendo delle virtù, la Chiesa è tenuta a credere che i vizi siano buoni e le virtù cattive».

Relativisti!

L'Asino, tra spunti geniali e trovate di pessimo gusto, riuscì a farsi nemici a destra e a manca, ma arrivò a superare le 100 mila copie vendute, prima di essere chiuso dal fascismo. Su quel settimanale «maleducato», e su altre pubblicazioni figlie di un anticlericalismo a volte ingenuo a volte acuto e coraggioso, capitava di trovare di tutto, compresa l'esplicita accusa al Vaticano di coprire i pedofili, legata a casi di cronaca del tempo (c'è una prima pagina del 25 agosto 1907 degna del peggiore/migliore Luttazzi, in cui il papa, alla fine di un'udienza in cui conforta le famiglie per «i lievi inconvenienti di taluni istituti e per gli scandali esagerati dalla stampa atea», dice: «Da bravi putei, tornè in collegio e no ste più a pianzer. Se a la madonna benedetta l'ga messo sette spade in cor, percossa lagnasse tanto! In fin dei conti, le vostre no le gera spade!»). Lungi da noi la nostalgia per quei tempi e quei toni, ma certo fa impressione, per contrapposizione, la supina devozione un po' pelosa, il tatto, la timidezza con cui oggi gli intellettuali «liberali» di destra e sinistra trattano le cose vaticane. E il mondo cattolico ortodosso, che pure non gode di chissà quale vivacità culturale, non ha difficoltà a imporre i suoi temi (la battaglia «per la vita», un vero e proprio gioco di prestigio etico-terminologico) e le sue parole d'ordine, tipo la battaglia contro il relativismo quello «vero», quello che «se non c'è un Dio (cristiano) e una Verità (difesa dalla Chiesa), ognuno può fare ciò che vuole» (anche Berlusconi, povero cristo, che aveva l'immunità plenaria, che va bene Mills, le società offshore, la politica dello spettacolo dell'antipolitica, ma poi continua a inciampare su un nervo scoperto della casistica catechetica, il sesso, la lussuria, la famiglia tradita). Non c'è speranza che qualcuno si ricordi ogni tanto che il contrario del relativismo è l'assolutismo - come spiegava Giulio Giorello in Di nessuna chiesa (Raffello Cortina, 2005) -che la risposta «all'abbondanza dell'essere» non può essere il bene imposto per decreto, ma una scelta ragionata, discussa, e quindi democratica, perché, come diceva John Stuart Mill, «le nostre convinzioni più giustificate non riposano su altra salvaguardia che un invito permanente a tutto il mondo a dimostrarle infondate». A proposito di Tea Party e dei santi padri fondatori, torna utile ricordare ciò che scriveva Thomas Jefferson nel 1781: «I legittimi poteri di governo si estendono solo a quegli atti che recano offesa agli altri. Ma non ci reca offesa che il nostro vicino sostenga che ci sono venti dèi o che non ce n'è nessuno». Interessante, a questo proposito, è l'opera di Tomàs Ibanez, 77 libero pensiero. Elogio del relativismo, pubblicato in Italia da Elèuthera nel 2007: certo che esiste la verità, dice Ibanez, certo che esistono punti di vista migliori o valori preferibili, ma non esistono verità, punti di vista, valori incondizionati, perché «la verità è sempre relativa a una determinata cornice all'interno della quale acquisisce senso». E ce n'è anche per i realisti progressisti e la loro «secolarizzazione a metà»: «Il privilegio della veri dizione è stato sottratto a Dio (cioè ai suoi rappresentanti), ma in seguito è stato attribuito a nuove istanze sovrumane, quali ad esempio la ragione universale e le proprietà intrinseche del mondo, invece di essere rimessa direttamente nelle mani dei gruppi umani». Viene qui da pensare a quell'anarchico di Paul Feyerabend, al suo provocatorio saggio in cui dava ragione alla Chiesa nella disputa contro Galileo (lui che era un ateo super-relativista) e alla commedia degli equivoci determinata dalla citazione che ne fece Ratzinger. Il relativismo è per sua natura relativiz-zabile, e Feyerabend suscitò parecchi malumori quando spiegò di volersi liberare anche dalla tirannia di quelle astrazioni che chiamiamo ragione o scienza, «che pongono hmiti alla visione delle persone e al loro modo di essere al mondo». Un mondo «abbondante al di là della nostra più audace immaginazione. Vi sono alberi, sogni, tramonti; temporali, ombre, fiumi; guerre, punture di zanzara, relazioni amorose; ci vivono persone, Dei, intere galassie». Ma purtroppo «nel tentativo di creare un mondo uniforme, intere culture e interi popoli sono stati sradicati, non perché svantaggiati nell'adattamento, ma perché le loro credenze non si accordavano con la verità di una religione o di una filosofia particolari» (Conquista dell'abbondanza, Raffaello Cortina, 2002).

Spiritualisti?

Stiamo parlando di politica e società, di interpretazioni teologiche e mistificazioni storiche, che acquistano un enorme significato in un'epoca in cui, come dice il teologo Thomas Kùng, «a Roma c'è qualcuno che ha nostalgia del medioevo. [...] I teologi hanno di nuovo paura di pronunciarsi liberamente sulle questioni più scottanti. [...] Molti, anche nel clero, sono scoraggiati e molti si sentono soli» (dall'intervista che gli ha fatto Aldo Maria Valli, vaticanista del Tgl, in Hans Kùng, ribelle per amore, La Meri diana, appena uscito in libreria). Se invece vogliamo parlare di spiritualità, allora ha ragione Marco Vannini, che nel suo ultimo Prego Dio che mi liberi da Dio (Bompiani, 2010) - straordinario paradosso mistico di Meister Eckhart - ci ricorda che laici e credenti oggi hanno in comune la totale ignoranza su cosa sia lo spirito, «parola scomparsa, perché ne è scomparsa l'esperienza», su cosa significhi il «distacco», il superamento dell'ego verso qualcosa «che è più grande, più bello, più universale», perché come dice il Vangelo di Giovanni «Dio (lo Spirito] non può essere adorato né nei templi né sui monti, ma solo "in spirito e verità"». Eccoci al dunque: «Nel suo aspetto menzognero, la religione è la forma estrema di appropriazione, religio come legame non all'origine. alla verità, ma a se stessi, ovvero amor sui, che vuole impadronirsi di Dio per metterlo al proprio servizio, e lo fa con la costruzione di una teologia». Al massimo, le teologie ci forniscono informazioni sulla mentalità di chi le elabora. Altra cosa è «cercare l'uomo interiore», «volgersi al Bene», in sostanza «diventare Dio, ovvero un solo spirito con lui». L'ateismo, in questa prospettiva, è quasi una purificazione necessaria dalle false idee su Dio (così come «la componente filosofico-mistica relativizza, toglie le idolatriche pretese di soprannaturalità»), una premessa alla «scoperta della presenza in noi del regno di Dio». Vannini cita tra gli altri Sebastian Franck (1499-1543), che non era un anarchico, ma che venne perseguitato da tutte le Chiese (dopo essere stato prete cattolico e predicatore evangelico), per il modo in cui univa misticismo e umanesimo, scienza e religione, esaltando la coscienza individuale, sostenendo che «libri, cerimonie, culti, teologie sono un ostacolo alla vera fede, che è l'esperienza interiore dello spirito: un sapere, e non un credere». Ha un'attualità straordinaria il pensiero di uno come lui, convinto che «la fede non detta regole e non le sopporta», che «quando la morale diventa legge allora diventa pura esteriorità e fariseismo». Chi non sogna il giorno in cui (anche) la Chiesa tornerà a parlare di spirito, invece di ribadire ogni giorno con chi dobbiamo andare a letto, di cosa dobbiamo vergognarci, dopo quali e quante sofferenze ci meritiamo una «dolce morte». Abbiamo aperto con il perfido e simpatico Galantara, chiudiamo con la straordinaria Simone Weil: «Una società che si pretende divina, come la Chiesa, è forse ancora più pericolosa per il surrogato di bene che essa contiene che per il male che la insozza. Un'etichetta divina su qualcosa di sociale: miscuglio inebriante che racchiude ogni sorta di licenza. Demonio mascherato».


Ecco un’ultima provocazione.

Tratto da MICROMEGA n°8 - 2010, riporto un articolo di Fabrizio Tassi, come spunto radicale per riflettere sul rapporto tra potere e spiritualità.

Per approfondire questo tema vedi anche le pagine del sito: Augias, Augias-Mancuso, Volpini Angela.