Stati di coscienza
Voci correlate: teoria dei dieci mondi,
Dualismo, Kabat Zinn, Kaushik, Mente funzionale, Metamodello 2, Raphael
Il testo da me sintetizzato sulla teoria dei dieci mondi, dottrina buddista di origine cinese, è un eccellente modello per comprendere come funzionano gli stati di coscienza. Essi sono stati evolutivi, passaggi che noi dobbiamo compiere se vogliamo diventare esseri umani completi, liberi, creativi, capaci di amare, anziché meccanici, ripetitivi, sofferenti. Da bambini impariamo prima a strisciare, poi a gattonare, infine impariamo a camminare. La stessa logica sottende il passaggio da uno stato di coscienza all’altro. Di solito noi non completiamo lo sviluppo, ma ci fermiamo ad uno stadio intermedio del percorso. Questo è il problema alla base di tutti i problemi umani. Se lo comprendessimo veramente, alla sua soluzione dedicheremmo una parte cospicua del nostro tempo, diventerebbe una priorità assoluta. Il proposito interiore, come lo chiama Eckhart Tolle, sarebbe la nostra prima occupazione. Invece è di solito l’ultima.
Gli stati di coscienza sono il grande assente nella filosofia occidentale e in parte nella nostra psicologia.
La comprensione degli stati di coscienza è un passo essenziale per uscire dall’illusione fondamentale, dal velo di Maya.
Finché viviamo condizionati dall’Ego, siamo intrappolati in una sorta di sogno da svegli, che ci rende incapaci di comprendere la realtà. Pericolosi per noi stessi e per gli altri.
Il testo qui sotto presentato, di Ouspensky, che fu allievo di Gurdjieff, chiarifica da un’altra prospettiva, analoghi insegnamenti sugli stati di coscienza contenuti nella teoria dei dieci mondi.
Stati di coscienza
da Ouspensky, Frammenti di un insegnamento sconosciuto
Le funzioni psichiche e le funzioni fisiche non possono essere comprese fintanto che non sia compreso che le une e le altre possono lavorare in differenti stati di coscienza.
Vi sono quattro stati di coscienza possibili per l'uomo. Ma l'uomo ordinario, in altri termini, l'uomo 1, 2 o 3 non vive che negli stati di coscienza più bassi. I due stati di coscienza superiori gli sono inaccessibili, e benché egli possa averne coscienza a sprazzi, è incapace di comprenderli e li giudica dal punto di vista dei due stati di coscienza inferiori che gli sono abituali.
Il primo, il sonno, è lo stato passivo nel quale gli uomini trascorrono un terzo e sovente anche la metà della loro vita.
Il secondo, nel quale passano l'altra metà della loro vita, è quello stato in cui camminano per le strade, scrivono libri, discutono di soggetti sublimi, si occupano di politica, si ammazzano a vicenda: è uno stato che considerano attivo e chiamano "coscienza lucida", o "stato di veglia" della coscienza. Queste espressioni di "coscienza lucida" o "stato di veglia della coscienza" sembrano essere formulate per scherzo, specialmente se ci si rende conto di ciò che dovrebbe essere una "coscienza lucida" e di ciò che è in realtà lo stato nel quale l'uomo vive e agisce.
Il terzo stato di coscienza è il ricordarsi di sé, o coscienza di se, coscienza del proprio essere. E' generalmente ammesso che noi possediamo questo stato di coscienza o che possiamo averlo a volontà. La nostra scienza e la nostra filosofia non hanno visto che noi non possediamo questo stato di coscienza e che il nostro desiderio è incapace di crearlo in noi, per quanto ferma possa essere la nostra decisione.
Illusione: noi crediamo di essere coscienti di noi stessi, di avere un io, una volontà, una capacità di pensare e scegliere. Ma non è così. Noi siamo agiti da meccanismi inconsci, automatici, nell’illusione di essere noi a pensare e decidere. Questo era già stato compreso da Spinoza, che negava la nostra libertà di decidere: nel nostro ordinario stato di coscienza, noi siamo decisi da una catena di cause a noi sconosciute.
Il quarto stato di coscienza è la coscienza obiettiva. In questo stato, l'uomo può vedere le cose come sono. Talvolta, negli stati inferiori di coscienza, egli può avere dei barlumi di questa coscienza superiore. Le religioni di tutti i popoli contengono testimonianze sulla possibilità di tale stato di coscienza, che viene definito "illuminazione", o con altri differenti nomi, ma che non può essere descritto con parole. Ma l'unica strada giusta verso la coscienza obiettiva passa attraverso lo sviluppo della coscienza di sé.
Un uomo ordinario, artificialmente portato in uno stato di coscienza obiettiva e poi riportato nel suo stato abituale, non ricorderà nulla e penserà semplicemente di aver perso conoscenza per un certo tempo. Ma, nello stato di coscienza di sé, l'uomo può avere degli sprazzi di coscienza obiettiva e conservarne il ricordo.
Il quarto stato di coscienza è uno stato del tutto diverso dal precedente; esso è il risultato di una crescita interiore e di un lungo e difficile lavoro su di se.
IL terzo stato di coscienza, invece, costituisce il diritto naturale dell'uomo quale egli è, e, se l'uomo non lo possiede, è unicamente perché le sue condizioni di vita sono anormali. Senza esagerazione alcuna, si può dire che attualmente il terzo stato di coscienza non appare nell'uomo che a tratti molto brevi e molto rari e che non è possibile renderlo più o meno permanente senza un allenamento speciale.
E’ necessario un retto sforzo per diventare coscienti di sé in modo consistente.
Per la maggior parte delle persone, anche se colte e ragionevoli, il principale ostacolo sulla via della acquisizione della coscienza di se è che credono di possederlo (v. Spinoza); in altri termini, sono del tutto convinti di avere già la coscienza di se stessi e di possedere tutto ciò che accompagna questo stato: l'individualità, nel senso di un "Io" permanente e immutabile, la volontà, la capacità di fare, e così via. Ora, è evidente che un uomo non avrà interesse ad acquisire con un lungo e difficile lavoro una cosa che, a parer suo, possiede già. Al contrario, se gliene parlate, penserà che siete pazzo, o che tentiate di approfittare della sua credulità per vostro vantaggio personale.
Questo è un grosso problema: non siamo disposti a compiere uno sforzo per ottenere ciò che crediamo di avere già. Questa è la grande illusione dalla quale dobbiamo liberarci.
L’altra illusione è che questo stato noi dovremmo averlo naturalmente. Se questo non avviene è perché c’é qualcosa di sbagliato in noi o negli aiuti che stiamo ricevendo. Ma in questa illusione c’è la stessa ingenuità di chi credesse che davanti ad un pianoforte dovrebbe essere naturale aprirlo e saperlo suonare.
Fortunati gli insegnanti di musica o gli allenatori sportivi, che non devono impiegare la maggior parte del loro tempo a convincere gli allievi di aver bisogno di impegnarsi e allenarsi per acquisire capacità che non hanno.
Il problema di cui sto parlando è culturale. In altre culture, ad esempio nella disciplina dello yoga o nella psicologia buddhista, il problema non si pone proprio. L’allievo sa benissimo di essere allievo che ha bisogno di imparare, e il suo principale impegno è raramente quello di dimostrare al maestro che ha ragione lui, in modo da essere esentato dal retto sforzo richiesto dalla disciplina.
La formazione personale può iniziare soltanto quando dentro di noi esiste una vera domanda, quando diventiamo attivi, quando abbiamo capito la sua importanza. Allora soltanto acquisiamo una mentalità da studenti e ricercatori.
Due sono le cose importanti da capire in profondità: la nostra sofferenza dipende dallo stato di coscienza nel quale abitiamo normalmente; questo stato di coscienza può essere cambiato, i mezzi per farlo esistono, esiste la possibilità dentro di noi di fare questo passo. Ma questo passo, come ogni altro apprendimento complesso, richiede impegno. Naturalmente non avviene. Naturalmente rimaniamo dove siamo. Anche se ci vengono dati tutti gli aiuti del mondo.
I due stati di coscienza superiori, la 'coscienza di se e la "coscienza obiettiva", sono legati al funzionamento dei centri superiori dell'uomo.
Infatti, oltre ai centri dei quali abbiamo già parlato, ne esistono altri due, il "centro emozionale superiore" ed il "centro intellettuale superiore". Questi centri sono in noi; essi sono completamente sviluppati e lavorano ininterrottamente, ma il loro lavoro non riesce mai a raggiungere la nostra coscienza ordinaria. La ragione di questo risiede nelle proprietà speciali della nostra cosiddetta "coscienza lucida".
Per comprendere quale è la differenza tra gli stati di coscienza bisogna tornare al primo stato, che è il sonno. Questo è uno stato di coscienza interamente soggettivo. L'uomo è immerso nei suoi sogni, poco importa che ne conservi o meno il ricordo. Anche se qualche impressione reale raggiunge il dormiente, come suoni, voci, calore, freddo, sensazione del proprio corpo, esse non risvegliano in lui che immagini soggettive fantastiche. Poi l'uomo si sveglia. A prima vista, questo è uno stato di coscienza completamente diverso. Egli può muoversi, parlare con altre persone, fare dei progetti, vedere dei pericoli, evitarli, e così di seguito. Sarebbe ragionevole pensare che si trovi in una situazione migliore di quando era addormentato. Ma se vediamo le cose un po' più a fondo, se gettiamo uno sguardo sul suo mondo interiore, sui suoi pensieri, sulle cause della sue azioni, comprendiamo che egli è pressoché nello stesso stato in cui era quando dormiva. E anche peggio, perché nel sonno egli è passivo, cioè non può fare nulla. Nello stato di veglia, al contrario, egli può agire continuamente e i risultati delle sue azioni si ripercuoteranno su di lui e sulle persone intorno a lui. Eppure, non si ricorda di se stesso. Egli è una macchina, tutto gli succede. Egli non può fermare il flusso dei suoi pensieri, non può controllare la sua immaginazione, le sue emozioni, la sua attenzione. Vive in un mondo soggettivo di "amo", "non amo", "mi piace", "non mi piace", "ho voglia", "non ho voglia", cioè in un mondo fatto di ciò che crede di amare o non amare, di desiderare o non desiderare.
Non vede il mondo reale.
Esso gli è nascosto dal muro della sua immaginazione.
Egli vive nel sonno. Dorme.
Quello che chiama la sua "coscienza lucida" non è che sonno, e un sonno molto più pericoloso del suo sonno, la notte, nel suo letto.