Verità


  1. 1. Autenticità, integrità (Mancuso)


  1. 2.Mezze verità (Scardovelli)


  1. 3.Falsità, menzogna (Mancuso)


  1. 4.Fedeltà a sé (Mancuso)


5. Verità e desiderio  (Scardovelli)

metamodello due - il linguaggio del cambiamento http://www.mauroscardovelli.com/mauroblog/metamodello_due.html
 

1. Vito Mancuso, ”La vita autentica”  (Raffaello Cortina)

         

Al sentire solo pronunciare il termine verità oggi è pressoché inevitabile che risuoni in noi la scettica domanda di Pilato a Gesù: "Che cos'è la verità?" (Giovanni 18,38). Sia chiaro che per il procuratore romano la domanda non aveva nulla di teoretico ma rappresentava solo uno sprezzante giudizio su quel pazzo idealista che aveva di fronte, e quindi è da leggersi immaginando Pilato che muove la mano avanti e indietro, le quattro dita giustapposte al pollice, un amaro sorriso sul viso, e nessun desiderio di ascoltare un'eventuale complicata risposta.

Il fatto è che anche qui in Occidente, quando si sente parlare di "verità", non si può fare a meno di ripetere mentalmente il gesto di Pilato. Siamo vecchi noi occidentali, abbiamo una lunga storia alle spalle, e migliaia di libri che hanno fatto a pezzi l'ideale di una verità unica e immutabile.

Certo, l'atteggiamento varia a seconda dei contesti.

I credenti quando ascoltano l'autorità religiosa parlare di verità sono ben lungi dall'imitare Pilato, basta però che a pronunciare questa parola sia un politico della parte avversa o un filosofo agnostico perché essi si ritrovino nei panni del procuratore romano.

E molti non-credenti, mentre esercitano con passione lo scetticismo di Pilato quando si tratta della pretesa veritativa della religione, ospitano ben altro sentimento quando a parlare è uno scienziato (e non di scienza, ma della sua filosofia di vita) o il leader politico di riferimento.

Il fatto è che noi postmoderni occidentali nei confronti della verità siamo nella medesima situazione del poeta latino alle prese con l'infelice condizione di non poter più vivere insieme alla sua donna, dopo tutti i guai che gli aveva fatto passare, ma neppure di poter vivere senza di lei: nec tecum nec sine te vivere possum. Una situazione imbarazzante, non ci sono dubbi. Così è per noi con il concetto di verità, che non possiamo fare a meno di coltivare praticamente (essendo indispensabile nella ricerca scientifica, nel mondo dell'informazione, nell'amministrazione della giustizia e soprattutto nelle relazioni personali di ogni giorno), ma che non sappiamo più pensare teoreticamente, di cui anzi non pochi sono teoreticamente nemici perché ritengono che dall'idea di verità discendano la violenza e l'intolleranza (mentre è vero solo che violenza e intolleranza discendono da un'idea sbagliata di verità, in particolare da quella che la identifica con il potere, sia esso politico o religioso o peggio ancora una sintesi di entrambi).

Ma desidero essere più concreto. Il 30 gennaio 1933 Hitler sale al potere. Nello stesso anno il pastore protestante Dietrich Bonhoeffer, allora ventisettenne e alle prime armi come docente di teologia all'Università di Berlino, prende apertamente posizione contro la politica razzista del nuovo governo tedesco, dapprima con una conferenza pubblica sulla questione ebraica nel mese di aprile, poi, in agosto, distribuendo un volantino con una dura critica a chi voleva espellere dalla Chiesa protestante tedesca i cristiani di origine ebraica. È l'inizio di un impegno a favore della giustizia per il quale avrebbe pagato con la vita. Nel 1936 gli ritirano l'autorizzazione all'insegnamento universitario, nel 1940 gli vietano di parlare in pubblico obbligandolo a notificare i propri movimenti alla polizia, nel 1941 gli proibiscono ogni forma di pubblicazione, infine il 5 aprile 1943 la Gestapo lo arresta con l'accusa (fondata) di cospirazione. Passerà due anni nel carcere militare di Tegel a Berlino, per essere infine trasportato nel lager di Flossenbùrg dove verrà impiccato la mattina del 9 aprile 1945.

Prima di essere arrestato Bonhoeffer stava lavorando a un libro sull'etica. È in questa prospettiva di ricerca che si inserisce un saggio intitolato Che cosa significa dire la verità?, di cui riporto il seguente brano:

"Un maestro chiede a un bambino dinanzi a tutta la classe se è vero che suo padre spesso torni a casa ubriaco. È vero, ma il bambino nega [...]. Nel rispondere negativamente alla domanda del maestro, egli dice effettivamente il falso, ma in pari tempo esprime una verità, cioè che la famiglia è un'istituzione sui generis nella quale il maestro non ha diritto di immischiarsi. Si può dire che la risposta del bambino è una bugia, ma è una bugia che contiene più verità, ossia che è più conforme alla verità che non una risposta in cui egli avesse ammesso davanti a tutta la classe la debolezza paterna".27

Bonhoeffer dice che una bugia, un'esplicita negazione della verità e come tale un'affermazione falsa (mio padre non è un ubriacone), può contenere più verità di un'affermazione in sé vera (mio padre è un ubriacone).


Con ciò egli profila una concezione della verità a più dimensioni, per illustrare la quale mi permetto di proseguire l'esempio. In quella classe ci sono due ragazzi che abitano vicino all'interrogato e sanno perfettamente come stanno le cose. Uno di loro, per amore di precisione, si alza in piedi e dice di conoscere benissimo qual è la realtà dei fatti, ossia che il padre torna spesso ubriaco. L'altro, però, interviene dicendo che non è per  nulla così, che il ragazzo che ha appena parlato si sbaglia perché confonde il padre del ragazzo interrogato con un altro uomo, e che lui, che abita proprio lì accanto, può garantire che le cose stanno effettivamente così. Chi tra questi due ragazzi dice la verità?

Il primo ricorda la figura di "colui che pretende di dire la verità dappertutto, in ogni momento e a chiunque", ma chi agisce così "è un cinico che esibisce soltanto un morto simulacro della verità".28

Il secondo personifica una concezione secondo la quale il rapporto umano è più importante della descrizione oggettiva di come stanno effettivamente le cose, una concezione della vita al vertice della quale c'è la relazionalità dell'essere e che individua il criterio decisivo nell'incremento della qualità delle relazioni.


  1. Commento: verità non è esattezza o precisione nel resoconto dei fatti (verità ossessiva o burocratica), ma un racconto che incrementa la qualità delle relazioni (verità umana, che mette al centro il singolo uomo, il suo bene e il bene comune).

  2. La pratica psicoterapeutica allena al secondo tipo di verità. Non si può dire subito e non si può dire tutto ciò che si osserva nel cliente, ma solo ciò che di volta in volta è utile alla sua evoluzione. La verità umana, a differenza di quella burocratica, richiede empatia, comprensione del mondo dell’altro. Richiede quindi un lavoro, un soppesare ciò che è utile dire in quel contesto, in quel momento, con quelle persone.

  3. Questo concetto di verità è ben espresso nella seguente storia:

  4. Un discepolo si avvicinò al Buddha e gli chiese: “Dio esiste?” “Certo che esiste”, rispose il Buddha. Il discepolo si allontanò soddisfatto. Poco dopo un altro discepolo gli pose la stessa domanda, e il Buddha rispose: “No, Dio non esiste”. Anch’egli si allontanò contento. Un terzo discepolo, che aveva assistito a tutta la scena, sconvolto da ciò che aveva udito, chiese spiegazione. Il Buddha gli rispose: “E’ vero, ho risposto in due modi differenti. Ma differenti erano le persone e diversi i loro bisogni”. 


Nel primo caso la verità è qualcosa di statico, è un dato di fatto: il padre è ubriaco punto e basta, poche chiacchiere. Nel secondo caso la verità è qualcosa di dinamico, più esattamente di relazionale, che sa collocare il dato di fatto dell'ubriachezza del padre nel contesto più ampio di un figlio costretto a riconoscerla pubblicamente di fronte al maestro e ai compagni di classe e che per questo, negandola a un primo livello (quello dell'esattezza), la serve a un livello più alto (quello della relazione).

Nel primo caso la verità si dice, si riconosce, si dichiara, si professa. Nel secondo caso la verità si fa, si attua, si realizza, si costruisce. Nel primo caso la verità è un dato, una tesi, una dottrina, un dogma. Nel secondo caso la verità è un processo, un evento, una relazione, un sistema. Nel primo caso chi nega la verità dice un'eresia. Nel secondo caso chi nega la verità agisce giustamente.


La seconda prospettiva è quella di Bonhoeffer, e anche la mia. Scrive il grande teologo che:

  1. "la parola veridica non è una grandezza costante in sé: è vivente come la vita stessa.

  2. Quando essa si distacca dalla vita e dal rapporto concreto con il prossimo, quando qualcuno dice la verità senza tenere conto della persona a cui parla, c'è l'apparenza ma non la sostanza della verità".

Era anche la posizione di Gesù, per il quale la verità è una grandezza che si fa, non una dottrina che si professa, e per questo diceva "chi fa la verità viene alla luce" {Giovanni 3,21).

Forse inizia a risultare chiaro che la verità non si dà senza lavoro umano, il lavoro di chi ama il bene e la giustizia e vuole realizzarli anche a costo di pagare un prezzo, come probabilmente sarà stato il caso del secondo ragazzo per aver perso i favori del maestro.

La verità è qualcosa che si muove, esattamente come si muove la vita, perché la verità è la vita buona, la vita autentica.


La figura più alta della verità

è quella del bene e della giustizia.

Verità è un concetto integrale,

che riguarda tutte le dimensioni umane.

[...]

La verità supera il piano immediato dell'essere, supera "questo mondo", e risulta una costruzione spirituale, una creazione sovra-naturale (non sovrannaturale, nel senso miracolistico di violazione delle leggi fisiche, ma sovra-naturale, nel senso che al dato naturale si aggiunge il lavoro dello spirito umano).

Un maestro chiede a un bambino davanti a tutta la classe se suo padre è alcolizzato. La verità è che lo è, ma il bambino risponde di no. La sua affermazione però non è una menzogna, ma una custodia a un livello superiore della verità, della verità che non è riducibile all'esattezza, ma che è anche misura, giustizia, bene, bellezza, decoro. E il compagno che lo contraddice per ristabilire la verità oggettiva dell'alcolismo del padre non serve la verità ma ne fa un uso cinico, magari per fare bella figura davanti al maestro, e così la tradisce. La verità si attinge solo quando si ha a cuore l'intero. Essa non è solo esattezza, ma soprattutto bene e giustizia, cioè saggezza nell'utilizzazione del dato esatto.

La verità è molto più che esattezza, perché l'esattezza dice solo un aspetto particolare della realtà.


La verità invece è l'intero delle relazioni,

e in essa si può entrare solo mediante

l'adeguazione della nostra intelligenza

e della nostra volontà

alla totalità del reale,

un'adeguazione che richiede

grande intelligenza emotiva

e grande umiltà.


Verità è oggi una parola sospetta, troppe volte contaminata, nella nostra storia, da dogmatismo e autoritarismo. Sospetta di che cosa? Di ingenuità (chi crede più che esista una verità uguale per tutti?), o di prevaricazione e intolleranza (chi crede ad una sola verità, spesso si macchia di intolleranza e pregiudizio).

Nell’ultimo, splendido libro, di Vito Mancuso, troviamo su questo tema una riflessione profonda ed equilibrata, in grado di mettere pace nell’uso di questa parola.


E’ un testo per noi della massima importanza, per almeno due ragioni:


uno, perché conferma, in modo autorevole, uno dei presupposti che insegniamo in Aleph: le qualità dell’essere si tengono tutte assieme (v. Qualità e inquinanti). Nel momento in cui le si separa, ad esempio si separa la libertà dalla solidarietà, o l’amore per sé dall’amore per gli altri, non più di qualità si tratta, ma di inquinanti;


due, perché analizza e sviscera a fondo il tema della congruenza, ovvero, nei nostri termini, della rinuncia a praticare il racket (manipolazione, ricerca di potere). Il che significa passare dalla dipendenza, dalla passività, dal senso di impotenza, alla libertà, alla responsabilità, al potere personale. In una parola, il libro indica la strada maestra per diventare leader di sé.

 

2. Mezze verità  (Scardovelli)


Se guardiamo in profondità, non è mai la verità che ci fa paura. La verità ci libera, ci riunisce, ci restituisce ad una vita piena e armoniosa. Ciò che realmente temiamo sono le mezze verità.

La verità non abita il mondo guidato dall’Ego o piccola mente. La piccola mente separa, divide, isola, contrappone. Ciò che viene separato, isolato, diventa parziale, ideologico, falso per definizione.

Ciò che è parziale, ci induce a schierarci, a prendere posizione, a dividerci tra noi. Da fratelli e amici ci trasforma in avversari.  Siamo pronti a combattere per sostenere mezze verità.

Ecco perché le mezze verità ci fanno paura: perché creano un mondo di nemici, potenziali o reali, da cui difendersi.

Non ci può essere pace e armonia in un mondo retto dalle mezze verità.

Chi, in nome dei più alti principi,  – siano essi la libertà, l’eguaglianza, la solidarietà o la giustizia –, combatte contro una mezza verità brandendo la spada di un’altra mezza verità, affossa gli stessi principi per cui afferma di combattere. In nome della verità sta alimentando la falsità. In nome della pace, sta scatenando la guerra.

Dalle mezze verità origina la corruzione del linguaggio. La democrazia diventa oligarchia, coperta dal rito delle elezioni.

La libertà economica diventa licenza di depredare la terra e affamare una parte dell’umanità. La politica, da cura della polis, diventa cura dei propri affari. L’amore diventa possesso mascherato. L’educazione diventa colonizzazione di una mente innocente. La formazione diventa induzione al conformismo.

C’è da stupirsi che, in un mondo dominato dalle mezze verità, la paura sia così diffusa? Se la verità ci rende liberi e ci dà forza, ogni mezza verità, non analizzata e smascherata, ci fa deboli e succubi.


Il mondo interno, che fa da specchio a quello esterno, pullula di mezze verità, che lo scindono in frammenti, pronti ad accapigliarsi tra loro. Ci sentiamo così premuti, spinti o tirati da forze in conflitto tra loro. Gran parte della nostra energia vitale viene dissipata in queste diatribe e lotte intestine. E finché la piccola mente occupa il nostro io, queste lotte non possono avere fine. Se esse superano una soglia critica, ecco che cadiamo nella depressione o nella disperazione più nera.


Che cosa vorremmo allora? Che qualcuno ci liberasse da questo fardello. Vorremo che oppressione e lotta interna avessero fine. Che certe parti di noi finalmente tacessero, perché non fanno che urlare cose insensate. Vorremmo essere liberati da una voce che non smette di criticarci e demolirci. Perché in alcuni momenti le diamo credito, e cominciamo a stare male davvero. Le diamo credito anche perché proprio del tutto torto non ha. Ci accusa e ci giudica. Ma noi non possiamo ignorare questa voce, perché sentiamo che nelle sue parole c’è qualcosa di vero. Non fa che ripeterci che le cose andranno sempre peggio, che siamo stupidi e ottusi, che ci aspetta un futuro nero. Qualche volta cerchiamo di contrastarla, di sostenere che abbiamo a disposizione tante risorse. Ma lei è pronta a rispondere che le risorse le abbiamo bruciate, sprecate. Che a trenta o quarant’anni non siamo più giovani, forti, attraenti. Che stiamo invecchiando, perdendo forza e lucidità. Che la partita è ormai persa, e i nostri desideri privi di ogni fondamento.

Come difenderci da questa voce? Possiamo affermare che no, non è vero che stiamo invecchiando; che, anzi, stiamo ringiovanendo, diventando più forti, con davanti un futuro brillante? Possiamo affermare queste cose mentre siamo in preda all’ansia o alla paura, dormiamo male, mangiamo peggio, ci sentiamo soli, incompresi, e svolgiamo un lavoro che non ci piace più?

Finché abitiamo nella piccola mente, le uniche verità che riusciamo a vedere sono piccole verità. Verità parziali che non possono liberarci dalla paura e dall’oppressione. Per quanto ci sforziamo, la lotta interiore non può finire, perché è alimentata dallo stile di pensiero con cui pensiamo ogni cosa. I contenuti possono variare, ma la forma che li contiene è sempre la stessa.

  1. La piccola mente utilizza il pensiero dicotomico (o... o...): separa, giudica e contrappone.

  2. La grande mente utilizza il pensiero complementare (e... e...): non giudica, non separa, perché osserva l’insieme.

La piccola mente vive in un piccolo spazio e in un piccolo tempo. In quell’angusto recinto, non c’è posto che per oggetti impoveriti e relazioni causali unilaterali, spogliati della complessità del reale.
La grande mente abita un grande spazio e un grande tempo. La grande mente accoglie la complessità degli oggetti e delle relazioni causali. Vede l’inter-essere, l’interrelazioni tra tutte le cose, nello spazio e nel tempo. Comprende, in modo naturale, che il padre è anche il figlio e il figlio è anche il padre, perché all’interno di ciascuno dei due abita, in modo ologrammatico, una versione in scala ridotta dell’altro. Vede che la distinzione tra l’io e il tu è una mezza verità, che va integrata con il noi, la relazione che rende l’io e il tu parti di un intero più grande.

Appare allora del tutto chiaro che l’io non può fare male al tu senza fare male a sé. E che non può amare sé se non ama anche l’altro da sé.

3. Falsità, menzogna

        (da Vito Mancuso, La vita autentica)


Io penso che il più delle volte si mente per una specie di incontrollato istinto di sopravvivenza, per uscire (almeno con la fantasia) da una situazione in cui ci si sente imprigionati, un po' come i prigionieri nella caverna di Platone, ma con l'aggravante che la caverna che ci rinchiude è il nostro corpo, il nostro carattere, la nostra condizione sociale, talora persino i legami che noi stessi abbiamo creato e che poi sono diventati legacci, per non dire catene. E la mente mentisce per smentire la realtà. La menzogna diviene così una via di uscita verso una desiderata liberazione esistenziale, secondo una pericolosa quanto diffusa ingenuità che non fa altro che aggravare il problema perché la menzogna incatena ancora di più, come il muoversi convulsamente nelle sabbie mobili fa sprofondare ancora più in fretta.


Non è raro che le menzogne siano inconsce, tanto sono radicate nel profondo. Magari abbiamo cominciato a mentire da piccoli per addolcire una realtà che a torto o a ragione ci appariva spiacevole, e ora l'inganno è talmente radicato da sembrare verità. Per questo a volte le menzogne ci escono di bocca senza che le vogliamo dire, vengono così, spontaneamente, perché sono l'espressione autentica del nostro inconscio inautentico.


  1. Faccio un esempio personale. Io ricordo di aver detto qualche volta durante gli anni dell'adolescenza, negli incontri casuali quando si parla sapendo che poi non si vedrà mai più l'interlocutore, che mia madre era lombarda (mentre lei è siciliana tanto quanto mio padre). Che mio padre fosse siciliano era impossibile nasconderlo con il mio nome e cognome, ma di mia madre potevo benissimo dire che si chiamasse Redaelli, Colciago, Cesana, Vigano o uno degli altri tipici cognomi brianzoli. Non è che io mentissi deliberatamente per guadagnare qualcosa; in quelle affermazioni che uscivano incontrollate probabilmente riemergeva il disagio di un bambino del Sud nato e cresciuto nella provincia lombarda degli anni Sessanta. A tal proposito uno dei miei primi ricordi è la domanda di un compagno all'asilo che mi chiede tra Vito e Mancuso qual è il nome e qual è il cognome. Avevo tre anni e l'episodio mi è rimasto dentro. Devo dire, mia madre lo ricorda spesso, che sono cresciuto con il desiderio di chiamarmi Alberto, Carlo, Roberto e con uno di quei cognomi nominati sopra.


Spesso si mente per sfuggire a una condizione della quale ci si sente prigionieri. Può essere la non accettazione di sé, del proprio nome, del proprio corpo, del proprio carattere o di tutte queste cose insieme, il rifiuto di un sé da cui si desidera prendere le distanze, in cui non ci si riconosce, che talora si vorrebbe persino distruggere. Capita che si vorrebbe fuggire dalla propria famiglia, dai propri genitori, dalla propria identità, dalla propria terra, dal proprio popolo. Ci si vergogna di essere quello che si è, la presa di coscienza di se stessi è associata con la vergogna e il dolore, con un fortissimo senso di estraneazione: ci si guarda allo specchio e, del tutto all'opposto rispetto a Narciso, non si riesce a immedesimarsi nella propria immagine, si vorrebbe essere un altro, e tuttavia si è inchiodati a questo terribile sé. Si è in trappola.


Oltre che dal sé, la trappola generatrice della menzogna può anche essere determinata dalle relazioni con gli altri. Il coniuge con il quale si è vissuto per anni appare un giorno la persona sbagliata, persino un nemico, il nemico. Non lo si stima più, non lo si accetta più, risulta prevedibile in tutto, non ha ancora aperto la bocca e si sa già che cosa dirà, con quale gesto della mano, con quale immancabile aggettivo, una ripetizione monotona delle stesse cose negli stessi modi per tutti i giorni che si scorgono davanti a sé, e piomba addosso come un senso fisico di sgomento, manca l'aria, la vita si trasforma in una prigione, tutti i giorni la stessa cella, tutti i giorni lo stesso rancio, e un grande amore finisce in una serie infinita di piccoli tormenti, vendette reciproche, scatti d'ira, persino di odio.


Oppure sono i figli che si comportano sempre più come estranei e con il loro comportamento costruiscono la trappola. Nella mente inizia ad affacciarsi il sospetto che non solo non hanno la minima considerazione per i sacrifici compiuti per loro, ma che ci considerano come delle scarpe ormai consumate, ridotte in quello stato quando si è incerti se buttarle o portarle ancora una volta a riparare. A volte si ha la sensazione che ci guardino con un senso di malcelato imbarazzo, è chiaro che non vorrebbero diventare mai come noi e che sono ben altri i loro modelli, e prendere coscienza di ciò è una forma sottile di morte.


Oppure è la professione a rivelarsi una trappola, o perché altri hanno fatto carriera e non ci sono più chance, o perché la carriera e il successo alla fine hanno presentato il conto. Si prende coscienza di quanto si è dovuto mentire, adulare, assumere atteggiamenti contrari alle proprie convinzioni (i quali però ora vanno mantenuti e diventano come una seconda natura falsa e appiccicosa che avvolge l'anima, spegne la luce degli occhi, muta persino la voce). Guardare alla vita passata e riconoscerla come un grande tradimento può essere terribile. Si ripensa alla giovinezza e ai suoi ideali e ci si rivede ora, con le case, le macchine, i soldi, magari una cattedra universitaria di prestigio, magari una carica politica di primo piano, magari un'arcidiocesi che assicura inchini e baciamani, ma con gli ideali traditi per una vita all'insegna del servilismo. Lo si capisce dalle persone che ci circondano, delle quali nessuna è un amico, tutti sono solo clienti, solo relazioni interessate, in perfetta conformità allo stile di vita adottato da noi in funzione della carriera.


Da giovani, da adulti, da anziani, la vita può risultare una trappola. Ed è per questo che si evade, perlopiù concedendosi alla florida industria dell'intrattenimento che ha nella finzione la sua essenza (non a caso gli inglesi la chiamano fiction), e spesso mentendo agli altri e a se stessi. Si cerca così di fuggire dalla realtà, ma l'irrealtà non è un luogo a cui approdare, è solo utopia, non nell'eroico senso traslato di prospettiva ideale non ancora concretamente realizzata, ma nello sconsolante senso geografico di "non-luogo" nel senso letterale del termine, in greco ou-tópos, cioè niente, nulla, vuoto assoluto. Ne viene che più si fugge, più ci si ritrova alle prese con ciò da cui si vuole fuggire, in un circolo vizioso che ad alcuni dà noia, ad altri disperazione, ad altri una sotterranea rabbia distruttiva che genera una violenza repressa che a un tratto esplode in modo improvviso e nessuno sa perché.


Mi viene alla mente un brano di Baudelaire dallo Spleen di Parigi, intitolato originariamente in inglese Any Where Out o/the World (tradotto in francese dallo stesso poeta N'importe où hors du monde, in italiano Da qualunque parte fuori dal mondo). Cito diffusamente:


  1. "La vita è un ospedale dove ogni malato è in preda al desiderio di cambiar letto. Uno vorrebbe patire davanti alla stufa, un altro pensa che guarirebbe di fianco alla finestra. A me pare che starei sempre bene là dove non sono, e questo problema del trasloco lo discuto incessantemente con la mia anima. 'Dimmi, anima mia, mia povera anima infreddolita, che ne diresti di andare a Lisbona? Deve far caldo lì, e tu ti rincuoreresti come una lucertola. E una città in riva all'acqua; si dice che sia costruita in marmo, e che la popolazione odi a tal punto la vegetazione da strappare tutti gli alberi. Ecco un paesaggio di tuo gusto, un paesaggio fatto di luce e di minerali, e di liquido che li rispecchia! '". L'anima però non risponde e il poeta propone altri luoghi: Rotterdam, la Batavia, l'estremo capo del Baltico dove fare "lunghi bagni di tenebre". Alla fine l'anima esplode: "Non importa dove! Non importa dove! Purché sia fuori da questo mondo!".


La radice di non poche forme di spiritualità presenti trasversalmente in tutte le religioni e anche in talune modalità di ateismo sta tutta qui, in questa malinconica e quasi disperata considerazione dell'esistenza.

Si dimentica una cosa però: che anche noi siamo mondo, un pezzo di mondo, e quindi il desiderio di fuggire out of the world è in realtà il desiderio di fuggire da se stessi.

Fuori da questo mondo significa fuori da se stessi, ma è possibile uscire da se stessi? Lucrezio, che già aveva notato acutamente il processo, risponde che non è possibile e ne mette in luce le amare conseguenze: "Ciascuno fugge dal proprio io, ma suo malgrado resta legato all'io a cui non si può sfuggire; e, com'è logico, lo odia".


  1. Commento: molte persone emotivamente sofferenti si accorgono che in loro alberga un tremendo odio per se stesse. Da dove origina questo odio? Perché è così implacabile? Perché si giudicano in modo così spietato?

  2. L’odio per sé, che può giungere al desiderio di uccidersi, è in realtà odio per l’io-governo che ha tradito il suo paese. E’ l’odio che sgorga dal centro vitale (inconscio-natura-pulsioni, nei termini di Freud) che si sente oppresso e schiacciato da una politica dell’io-governo incapace di incanalare e soddisfare le sue esigenze primarie.

  3. Ecco da dove nasce il desiderio profondo di fuggire da sé, dal proprio paese, perché il paese è stremato dall’incapacità di governo,  dall’anarchia o dalla tirannia che regnano al suo interno.

  4. L’odio per sé nasconde l’amore per sé, l’impulso a salvarsi fuggendo da una condizione insopportabile. Dire che una persona si odia è una mezza verità (v. sopra), che rinforza i sensi di colpa e di inadeguatezza da cui l’odio scaturisce.  Una mezza verità che è esatta (corrisponde a fatti osservabili), ma non umana, perché non promuove il bene, ma il male. Non la la vicinanza e la compassione, ma il giudizio o al massimo la commiserazione.


Certo, c'è anche l'inconscio collettivo che secerne menzogne, soprattutto sotto forma di spettacoli in quel misto di canzoni-film-romanzi-sport che è ormai la vera religio dell'Occidente. Ma il collettivo può esistere solo grazie al fatto che prima ancora c'è la dimensione del sé, ed è qui che si gioca la vera partita. Occorre quindi chiedersi che cosa significa essere se stessi.

4. Fedeltà e fiducia in sé stessi


E’ bene avere fiducia in sé stessi? Che cosa significa fiducia? Che cosa significa se stessi? Quando dico: “mi fido di me?”, che cosa intendo specificamente? Chi è quel me in cui ripongo fiducia? Fidarsi della propria anima è bene. Fidarsi dell’Ego è male. Il punto centrale diventa quindi saper operare questa distinzione.

Distinguere tra un tavolo e una sedia, tra un gatto e un cane, tra un auto e un elicottero, è facile. Sono oggetti ben definiti. Ego e anima, o piccola e grande mente, non sono oggetti: sono processi. Imparare a distinguerli richiede un atto di volontà, nei suoi tre aspetti: volontà buona, diretta al bene; volontà forte, resistente,  prolungata nel tempo; volontà sapiente, cioè in possesso del know how necessario.  

Bontà e forza non sono sufficienti. Senza una corretta guida, senza una mappa affidabile, è facile perdersi.

Dove possiamo trovare questa mappa? La troviamo sparsa nel nucleo originario di tutte le antiche tradizioni sapienziali, filosofiche, religiose.

C’è però un problema: il linguaggio adoperato da queste tradizioni era adatto ai tempi in cui sono sorte. Affinché questi insegnamenti possano ancora vivere, occorre una traduzione in un linguaggio chiaro e accessibile alla mentalità contemporanea.

In caso contrario, insegnamenti e parole che avevano lo scopo di unire gli uomini, finiscono per diventare il maggior fattore di divisione e lotta. Lotta non solo tra le persone, ma all’interno delle stesse.

Il lavoro che sta compiendo Vito Mancuso in questa direzione è altamente apprezzabile. Egli ci parla spesso della tradizione di cui fa parte, quella cattolica, in un modo che promuove unione e sinergia dei differenti punti di vista. In che modo? Utilizzando un pensiero libero di spaziare, di esplorare, di riflettere senza pregiudizi, a partire da sé e dalla propria esperienza di vita. Mancuso, prima che un teologo, è un filosofo a pieno titolo. Filosofo è chi cerca la verità, senza compromessi, senza ribellione, ma anche senza soggezione ai dogmi. Oggi è ben nota la distinzione tra chiesa della carità e chiesa dei dogmi. Dogmi sono i decreti con cui si è cercato di porre fine, autoritativamente, alle controversie tra differenti punti di vista, distinguendoli, una volta per tutte, tra ortodossi ed eretici. I dogmi, che avevano come scopo la diffusione del bene e dell’amore tra gli uomini, hanno spesso sortito un risultato opposto: la lacerazione e la guerra.

Mancuso come filosofo si dà il permesso di pensare liberamente, fornendoci un grande insegnamento, perché, senza libertà, come dice Krishnamurti, non ci può essere amore.

Riporto qui sotto un altro brano dal libro “La vita autentica” di Vito Mancuso. Il tema, come sopra accennato, è la fedeltà e la fiducia in sé.



A proposito di autenticità come fedeltà a se stessi, direi che è opportuno meditare bene anche sul proprio sé. Non è forse vero che, guardando onestamente al proprio interno, ogni uomo ritrova sì ideali a cui essere fedele ma anche interessi abbastanza meschini che sarebbe molto meglio tradire? I grandi osservatori del fenomeno umano presentano annotazioni taglienti al riguardo. Scrive Montaigne:


  1. "Io non sono del tutto padrone di me stesso e dei miei impulsi. Il caso vi ha più potere di me. L'occasione, la compagnia, il tono stesso della mia voce traggono dal mio spirito più di quello che vi trovo quando lo sondo e lo uso per conto mio [...]. Mi accade anche questo: che non mi trovo dove mi cerco; e trovo me stesso più per caso che per l'indagine del mio giudizio".


Né si devono dimenticare queste parole di Baudelaire: "Ogni uomo porta in sé una dose di oppio naturale, che instancabilmente secerne e rinnova". Si tratta di una profonda verità. Quante illusioni sono frutto della mente che divaga nell'immaginazione, che in greco si dice phantasia, la medesima radice di phàntasma. Rispetto al proprio sé, la diffidenza è altrettanto indispensabile della fedeltà.


A proposito di diffidenza verso se stessi, sono celebri le spietate autoanalisi di sant'Agostino che nelle Confessioni si dichiara "terra di miseria" (regio egestatis), dice di "provare disgusto" di se stesso (displicere mihi), e non teme di esplicitare questo suo sentimento dicendo che la sua anima, "coperta di piaghe, si proiettava fuori di sé, miseramente bramosa di sfregarsi al contatto con le cose sensibili [...]. Inquinavo così la fonte dell'amicizia con le sozzure della concupiscenza e ne oscuravo il candore con le tenebre della libidine, e tuttavia, sporco e volgare, smaniavo dalla vanità di apparire elegante e raffinato".


Ecco di che cosa è capace il sé,

non solo di sporcarsi

ma anche di pretendere di essere pulito.


Ancora Agostino: "La volontà traviata genera la passione, e la soggezione alla passione genera l'abitudine, e il cedimento all'abitudine genera la necessità. Con questa specie di anelli agganciati l'un l'altro - perciò ho parlato di catena - mi teneva avvinghiato una dura schiavitù".


Prima di Agostino era stato l'apostolo Paolo a presentare un severo giudizio sulla propria interiorità, in un brano che è opportuno citare diffusamente perché ha segnato nel profondo la storia della coscienza occidentale: "Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, riconosco che la Legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene: in me c'è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Dunque io trovo in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me" (Romani 7,15-21).


Il sospetto verso se stessi fa parte dell'insegnamento dello stesso Gesù nella sua polemica contro una religiosità solo esteriore: "Ciò che esce dall'uomo è quello che rende impuro l'uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adulteri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall'interno e rendono impuro l'uomo" (Marco 7,20-23). "Dal di dentro", nell'originale greco ésothen, è un avverbio che ricorre altre volte nei Vangeli con il medesimo cupo significato, come quando si dice dei falsi profeti che "dentro sono lupi rapaci" (Matteo 7,15), o degli scribi e dei farisei che "dentro sono pieni di avidità e di intemperanza" (Matteo 23,25), che assomigliano a sepolcri imbiancati che "dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume" (Matteo 23,27).


Fedeltà a se stessi? Questo minuscolo sé che cosa contiene di così grande per essergli fedele? Appare spesso così piccolo, altezzoso, supponente, meschinamente interessato... stupido. Affidarsi a questa instabile imbarcazione per attraversare il mare della vita non è certo una garanzia. Gesù lo insegnava a suo modo dicendo "chi vorrà salvare la propria vita, la perderà", cioè chi si concentrerà unicamente su se stesso si smarrirà, chi imposterà la sua vita solo sul proprio interesse e sul proprio piacere non guadagnerà ciò che è veramente prezioso nella vita: "Che giova infatti all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?".


Siamo in presenza di un paradosso. C'è qualcosa che si può perdere o che si può guadagnare, e questo qualcosa è la psyché, l'anima spirituale, cioè (dinamicamente considerata) la libertà. Devo fare di tutto per guadagnare la mia anima spirituale, per salvaguardare la mia libertà, perché lo scopo della mia esistenza di uomo consiste esattamente in questo. Ma ecco il paradosso: proprio per guadagnare il centro di me stesso, devo diffidare di me stesso, mi devo superare.

La versione della Cei traduce le parole di Gesù in Marco 8,34 in questo modo: "Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso", mentre sarebbe meglio rendere il verbo greco aparnéomai con "negare" nel senso di "vincere", "superare": se qualcuno vuol venire dietro di me, si deve negare, si deve superare.

Non si tratta di rinnegare se stessi quasi in odio a se stessi, ma si tratta di superare i propri interessi particolari per realizzarsi veramente nell'adesione a qualcosa di più grande.

Solo uscendo dal mio orizzonte inevitabilmente limitato sarò infatti nella condizione di incontrare qualcosa di più grande e di più stabile del mio piccolo e instabile Io, affidandomi al quale il mio Io nella sua profondità (l'anima spirituale) non si perde, ma si guadagna, si fortifica, si compie.

Questa concezione dell'esistenza suppone un'antropologia dinamica e non statica, considerata alla luce dell'evoluzione e del progresso e non della stasi e della conservazione. Il nostro essere-energia va coltivato, speso, investito: solo così si sviluppano tutte le nostre potenzialità e diventiamo veramente ciò che siamo, cioè libertà che vuole la verità, che vuole aderire alla realtà.


Autentico, formato sul greco autòs cioè "se stesso", significa "fedele a se stesso", ma il paradosso che stiamo mettendo a tema è che proprio dall'interno dell'uomo procedono le insidie e le trappole dell'inautenticità. Proprio ciò a cui devo essere fedele per essere autentico è quanto maggiormente mi spinge verso il narcisismo all'origine dell'inautenticità.

Per essere autentico devo essere fedele a me stesso, ma, allo stesso tempo, devo diffidare di me stesso. Siamo dunque alle prese con una necessaria fedeltà a se stessi e con una altrettanto necessaria esigenza di trascendersi, perché se è vero che non c'è nulla di più triste di una personalità grigia che quasi rimpiange di esistere, al contempo non c'è nulla di più noioso di chi sa parlare solo di sé in un monotono susseguirsi di io, io, io.


Tra questi due estremi vado alla ricerca di un punto di equilibrio e ritengo che esso si trovi cercando sempre e solo la verità, sia dentro sia fuori di sé.

Anzitutto dentro di sé, secondo queste luminose parole di Shakespeare:


"Sii sincero con te stesso,

e ne seguirà come la notte al giorno

che non potrai essere falso verso nessuno".


Parole di capitale importanza: tutto parte dalla sincerità verso di noi.

Le piccole o le grandi menzogne che diciamo agli altri e che impediscono alla nostra vita di essere autentica il più delle volte non sono altro che la conseguenza inevitabile delle menzogne che diciamo prima di tutto a noi stessi.


È la verità verso di sé la sorgente della qualità

in grado di trasformare

una vita falsa in una vita autentica.


Ma la verità verso di sé può scaturire solo dal fatto che, più di se stessi, si ama la verità, la verità in sé e per sé, si direbbe con terminologia hegeliana. L'amore per la verità è la luce che rende pienamente autentica la vita, la sua assenza ciò che la rende inautentica.

5. Verità e desiderio  (Scardovelli)                            


Quando ci attacchiamo ad un desiderio, siamo pronti a tradire la verità.

Perché? Perché l’attaccamento al desiderio deforma la nostra percezione della realtà esterna ed interna.

L’ombra si alimenta non solo delle nostre paure, ma anche e soprattutto dei nostri desideri.

Un desiderio a cui siamo attaccati agisce come un comando postipnotico: plasma i nostri pensieri e le nostre azioni. Ma noi non sappiamo di essere sotto la sua influenza.  Così, siamo pronti a tradire un fratello, un amico, una persona amata, senza neppure accorgercene, ritenendo di comportarci in modo retto e sensato.

I desideri alimentano l’Ombra perché ci separano dagli altri, rendendoli competitori, avversari, ostacoli o strumenti da utilizzare per la nostra soddisfazione.


Attaccamento e amore si escludono reciprocamente. Noi siamo in grado di amare nella misura in cui non siamo attaccati ai nostri desideri.

Non è importante il contenuto di un desiderio: anche il desiderio apparentemente più nobile e spirituale, nel momento in cui ci attacchiamo ad esso, diventa una barriera tra noi e gli altri.


Amare è avere il cuore aperto al bene. Voler bene e amare sono sinonimi. Io amo un’altra persona se mi prendo cura del suo bene. Ma posso amare una persona se sono attaccato ai miei desideri e non mi rendo conto della loro influenza su di me? Sotto l’influenza dei desideri io non percepisco la realtà, ma la deformo per adattarla a ciò che desidero. Non vedo l’altro per come è, non conosco ciò che è bene per lui, ma lo vedo filtrato attraverso i miei schemi di desideri. Quindi mi costruisco un’immagine dell’altro e del suo bene che non è reale. Vedo un fantasma, una produzione della mia fantasia, non una persona in carne ed ossa.


In buona fede posso credere di volere il suo bene. Posso credere, ad esempio, che il bene di una donna sia quella di uscire dai suoi schemi, dalle sue amicizie e seguire le mie. Così la seduco, la porto verso di me, gradualmente le insinuo nuove idee, le mie, valendomi del potere di seduzione. Lo scopo reale è di attirarla nella mia influenza, in modo che soddisfi i miei desideri. Di questo scopo non sono consapevole, come non sono consapevole di un comando postipnotico.

Che cosa è un comando postipnotico? Ecco un esempio: vado ad una festa, e quando iniziano le danze, cerco un ombrello e lo apro in mezzo alla sala. Qualcuno mi chiede: perché apri l’ombrello? E io rispondo: ero curioso di vedere quanto era grande. In realtà non ho la minima idea del perché ho compiuto quest’azione, e mi sono inventato al volo una giustificazione, più o meno plausibile. La vera causa è invece il comando che ho ricevuto in una seduta di ipnosi due giorni prima. Comando che io ignoro completamente, perché mi è stato ordinato di dimenticare.

Ecco come funzionano i desideri. Nel momento in cui ci attacchiamo ad essi, cessano di essere semplici desideri e diventano comandi, obblighi a cui la persona deve adempiere. Le ragioni, che adduciamo dopo, sono solo giustificazioni inventate ad hoc, sempre inconsciamente, per mantenere il potere del comando, anche quando questo violerebbe i principi etici a cui crediamo di aderire.


Se sono attaccato ai desideri, posso credere sinceramente di amare, ma l’oggetto che amo è autopoietico, una produzione della mia fantasia. Ciò che veramente amo e curo sono i miei desideri trasformati in comandi. Che mi ricambiano della stessa moneta: si prendono cura di me, fino al punto di avermi totalmente in pugno.


Il problema non sono i desideri, ma l’attaccamento ad essi.

La mente è una fabbrica di desideri. Una mente non osservata è una mente pronta a generare sofferenza. In termini diversi, Buddha e Gesù ci invitano a sorvegliare la mente, a vigilare i pensieri che a getto continuo sgorgano dentro di essa.

E’ compito dell’io osservare la mente, e quindi osservare i desideri. I desideri vanno e vengono, come le nuvole in cielo. Finché l’io-governo li osserva, senza attaccarsi, il cielo della mente rimane pulito, il corpo rilassato, il centro del cuore aperto.

Appena l’io si identifica in un desiderio, il flusso di energia vitale che scorre nel corpo viene attratto nel buco del desiderio, che si gonfia sempre più. Il desiderio entra a far parte del governo della persona, che gradualmente perde la sua libertà. Non è più libera di percepire e pensare al di fuori dello schema imposto dal desiderio.

In questa persona non c’è più verità e autenticità, ma solo mezze verità e razionalizzazioni (mezzi retorici per giustificare, a sé e agli altri, il suo comportamento).

Quando dice: “Ti amo”, chi è che parla veramente? Non la sua anima, la sua essenza, la sua verità profonda, ma lo schema del desiderio che si è impossessato di lei, rendendola prigioniera, captiva, cioè cattiva, nel senso di egoista, centrata su di sé.

Avendo tradito la sua anima, questa persona è pronta a tradire l’anima altrui, perché, appannata dal desiderio, non riesce a vederla, a riconoscerla.


Finché siamo colonizzati dai nostri desideri, viviamo condizionati da forze che ci governano al di fuori di ogni nostro controllo. S. Paolo, in un brano rimasto famoso, diceva: "Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto. … in me, cioè nella mia carne, non abita il bene … c'è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo… … se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me” (Romani 7,15-21).


Il termine peccato, nel senso corrente, rinvia a colpa, giudizio, punizione. La paura del giudizio è il fattore che maggiormente influenza l’espansione dell’Ombra, cioè della parte di noi che non conosciamo. In greco peccato si dice amarthia. Amarthia significa fallire il bersaglio. Ha a che fare con l’errore, non con la colpa. L’errore consiste, in questo caso, nell’abitudine a non osservare la mente con i suoi pensieri, immagini, desideri.

Non basta, però, osservare la mente. Anche chi pensa in termini di colpa e peccato, osserva la sua mente. Anzi, la paura di peccare lo porta ad osservarsi molto spesso. Ma la sua osservazione, guidato dal giudizio, anziché dalla compassione, rinforza proprio il male che intende combattere. Si innesca così un conflitto tanto più intenso quanto maggiore è l’aspirazione al bene, come descrive S. Giovanni della Croce ne “La buia notte dell’anima”.

Infatti senso di colpa e giudizio paradossalmente rinforzano la tirannia del desiderio. Perché? Perché l’io che osserva giudicando, non è affatto libero dalla tirannia del desiderio, ma è attaccato proprio al desiderio che entra maggiormente in conflitto con tutti gli altri: quello di non avere desideri. Schema a cui è facile attaccarsi, in quanto al credente appare come la più nobile delle aspirazioni, che lo rende degno dell’amore di Dio: sia fatta la tua volontà, non la mia.

Si avvia così una lotta senza fine tra i desideri che tirano da un lato e il desiderio di non avere desideri, che tira dall’altro. Rimanendo sullo stesso livello, il conflitto non è solubile.

Ben si comprendono allora le parole di S. Agostino, che nelle Confessioni si dichiara "terra di miseria" (regio egestatis), e dice di "provare disgusto" di se stesso (displicere mihi). Un disprezzo di sé che arriva attraverso i secoli fino alle note riflessioni di Pascal sulla natura perversa dell’io. Il disprezzo di sé è la conseguenza del giudizio. L’amore per sé e per gli altri è il frutto della compassione.


Compassione e giudizio si escludono a vicenda. Se c’è giudizio non c’è compassione: se non c’è compassione non c’è amore, ma disprezzo. Se non c’è amore, prolificano i desideri e l’attaccamento ad essi, come fenomeno compensativo. Questo è il tragico errore che ha accompagnato la storia dell’occidente fino ai nostri giorni, rendendo la nostra cultura una delle più predatorie e violente della storia umana.


Attaccamento ai desideri, avversione e disprezzo

L’altra faccia dell’attaccamento ai desideri è l’avversione. Se mi innamoro ardentemente di una donna seducente e poco affidabile (amore a prima vista), provo avversione verso tutto ciò che può costituire ostacolo alla realizzazione del mio desiderio verso di lei. Se un amico mi suggerisce che forse non è la donna adatta a me, che cosa provo verso l’amico? Rabbia e risentimento. Ma come, non capisce l’intensità della mia passione? Perché insinua dei dubbi sulla felicità futura che io sono certo di poter realizzare se il mio desiderio va in porto?

E, se al posto di un amico, è una mia voce interna che mi consiglia maggiore prudenza, che cosa cerco di fare? Di farla tacere o di non ascoltarla. Il desiderio, come un fiume in piena, utilizzando la leva biochimica, plasma i miei pensieri e le mie emozioni: positive verso ciò che favorisce la sua corsa; negative verso ciò che può rallentarla od ostacolarla.

Preda della mia passione, provo avversione e disprezzo per tutto ciò che non la asseconda. Se mi innamoro dell’idea di trasferirmi a Lisbona, la tensione positiva verso Lisbona si traduce in tensione negativa verso il luogo dove risiedo ora. Ne scopro ogni giorno nuovi difetti: il clima, le persone, la cultura. Divento insofferente. Disprezzo e critico ciò che fino a qualche tempo fa apprezzavo ed amavo. Lisbona è diventata l’idolo che mi possiede, l’idolo senza difetti verso cui sono pronto a sacrificare ogni altro aspetto della mia esistenza: relazioni, amicizie, affetti.


I desideri a cui ci attacchiamo trasformano i loro oggetti, – una donna o un uomo, una particolare città, una nuova attività , in idoli. Adorando questi idoli, siamo convinti di amarli con tutto noi stessi. Infatti, quando ci avviciniamo a loro, quando li pratichiamo, o anche solo quando ci pensiamo, stiamo bene; quando ce ne allontaniamo, stiamo male. E l’intensità dello star male diventa la prova convincente del nostro amore per loro.

Ogni idolo è come un buco nero: attira pian piano tutta la nostra attenzione ed energia, sottraendola alle altre realtà relazionali delle quali siamo parte. Realtà che, private della luce dell’attenzione, si ingrigiscono e si spengono, o si tingono di colori sgradevoli e repulsivi. Legami di affetto con altre persone si trasformano in legacci da cui la parte di noi, attaccata al desiderio, vorrebbe liberarsi.

Dal momento che un idolo è un’immagine costruita da noi, per conservarla dobbiamo negare o distorcere aspetti della realtà che non la supportano. Ogni idolo ci allontana dal mondo della verità e dell’integrità, e ci consegna al mondo della doppiezza e della falsità.

Il nostro linguaggio si corrompe. Chiamiamo amore quello che è il suo opposto: l’attaccamento al desiderio e al possesso, l’avversione e il disprezzo che ne conseguono, e il tradimento della verità.


Se a un abitante del Ladak si chiede: “Sei contento di andare a Leh?”, probabilmente risponderà: “Sì, sono molto contento”. Ma poi aggiungerà: “E sono contento anche se rimango qui” (Helena Norberg-Hodge, Il futuro nel passato).

Contento di andare. Contento di restare.

Libero dall’attaccamento. Libero dall’avversione.

Questo è il segreto dell’amore e della dedizione alla verità.



Attaccamento ai desideri e conflitto

Ogni attaccamento a desideri genera conflitto, e quindi sofferenza. Conflitto tra chi? Tra la parte che si attacca e la parte che, per compensare, si contrappone. Maggiore è l’attaccamento, maggiore è l’intensità del conflitto.

Per sfuggire alla sofferenza, la parte desiderante cerca di occupare l’Io e di reprimere l’altra, relegandola nell’ombra.

Attraverso una massiccia propaganda interna, l’idolo del desiderio diventa sempre più seducente, e cresce l’avversione per ogni forma di ostacolo che rallenti la sua marcia trionfale.

Venderebbe sua madre ad un nano per raggiungere il suo obiettivo.

Ma il malessere, dapprima coperto da una crescente eccitazione biochimica, non scompare. Che fa allora la parte al governo? Per proseguire nella sua linea politica deve utilizzare il malcontento ai suoi scopi. Come? Indirizzandolo contro gli ostacoli che si frappongono al suo desiderio: la casa dove abito, il lavoro che faccio, gli amici che non mi capiscono più, i genitori (i genitori non mancano mai nella lista). Sono loro che generano in me infelicità. Prima non me ne accorgevo, ma ora, grazie all’avvento dell’idolo nella mia vita, finalmente ho compreso la causa dei miei disagi. L’idolo rappresenta la libertà, la leggerezza, l’amore, tutto ciò che nella vita è più desiderabile. Il resto, compresa la voce della coscienza, quando ancora parla, fa parte del grigiore del mondo.

Se il conflitto non viene compreso nelle sue radici interne, e continua ad essere proiettato fuori, con il tempo sempre più si alternano fasi di eccitazione ed esaltazione, percepite come evidenze d’amore, a fasi di depressione, percepite come mancanza di chiarezza, confusione, stanchezza.

Il processo va avanti finché non interviene un cambio improvviso di rotta: il fenomeno di enantiodromia, ben descritto nella psicologia iunghiana. Enantiodromia significa corsa nella direzione opposta. L’idolo, che prima era esaltato, ora diventa bersaglio delle critiche più feroci.

L’idolo, frutto di una mezza verità, viene detronizzato e scaricato. Al suo posto viene eretto un altro idolo.

E finché non si impara a vedere le cose dall’alto, finché non si guarda all’intero processo, esso continua a tenere in pugno il destino della persona.

I conflitti non si risolvono incrementando la lotta, ma prendendo l’ascensore.

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